lunedì, 20 luglio 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' ON LINE del 20 luglio 2009

Sono giorni che vengono celebrati i 40 anni dal primo sbarco sulla luna dell'Apollo 11. E gli editori più spregiudicati hanno rimandato in libreria tutti i testi più inverosimili che si possano mai concepire, a cominciare da quelli dove si sostiene che nessun uomo è mai andato sulla luna e che fu tutto un falso. Ce ne sono poi altri che raccontano invece che sulla luna, Armstrong e compagni ci andarono eccome, e trovarono ovviamente gli extraterrestri, che gentilmente, ma in modo fermo, li invitarono a levare le tende, o meglio la navicella, il più presto possibile. Con annessa teoria che le missioni lunari finirono nel giro di qualche anno, perché eravamo sgraditi, e non si poteva passeggiare nei vari mari della tranquillità. Le ultime fantasie sulle missioni lunari arrivano dalla notizia che avremo una base sull luna entro il 2020.
Teorie vecchi e abbastanza prevedibili. Ma c'è una cosa che non ho letto da nessuna parte e che vorrei raccontare qui. Da quasi un anno circola su internet un video di 10 minuti, bellissimo e commovente. È il video di un professore americano, di Randolph Frederick Pausch, che insegnava informatica all'Università di Pittsburgh (Pennsylvania). Consapevole di avere un cancro al pancreas e di avere pochi mesi di vita, Pausch ha tenuto una lezione di fronte a 400 persone, dove ha raccontato la sua vita e i suoi sogni. Pausch è morto nel luglio del 2008, a 48 anni, era nato nel 1960, e aveva nove anni quando l'Apollo 11 raggiunse la luna.
A un certo punto della conferenza, Pausch dice una frase bellissima, più bella di tutto quello che ho letto su questo evento storico. Ha detto: "ho avuto un'infanzia davvero felice. Io sognavo sempre, era un tempo facile per sognare: quando tu accendi la tv e vedi degli uomini atterrare sulla luna tutto è possibile, e non dovremo mai perdere questo spirito". Questo fu lo sbarco sulla luna per gli uomini della mia generazione, la meraviglia assoluta, l'essere stati svegliati in piena notte dai nostri genitori per vedere quell'astronauta che scendeva la scaletta.
La verità delle missioni lunari interrotte non è che gli extraterrestri ci hanno mandato via, è che costavano troppo, e non c'era più tempo per sognare. C'erano le sporche guerre da fare, e non era più il tempo di pensare che tutto fosse possibile. Senza retorica, ma seriamente, quando accendono la televisione i nostri bambini, riescono ancora a pensare che tutto è possibile?

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martedì, 14 luglio 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' ON LINE del 14 luglio 2009

Sto cercando da mesi in questa rubrica di fare un lavoro solitario e radicalmente diverso da quanto si legge normalmente nella quasi totalità dei giornali italiani. Il lavoro sta nel capire veramente cosa accade non utilizzando più i metodi e le lenti interpretative dell'opinionismo corrente, ma riutilizzando finalmente gli strumenti culturali veri, quelli dimenticati, quelli della tradizione culturale e filosofica europea e americana della seconda metà del secondo Novecento. Da Michel Foucault a Robert Nozick, passando per Hilary Putnam.
Cosa intendo dire? Intendo dire che ormai da più di un decennio gli strumenti culturali che si utilizzano nei media per leggere la realtà sono di fatto extra culturali, e sono strumenti della cultura popolare. E dunque in sostanza, si tratta di strumenti poveri. Tra questi, il più diffuso è un opinionismo brillante che viene dal pamphlet settecentesco, che prende un filone - di fatto impoverendolo fortemente - che tocca autori come Jonathan Swift e Samuel Johnson, e arriva fino ad oggi.
Ma è soltanto italiano questo metodo di analisi culturale; il giornalismo anglo-americano e tedesco, e in parte di quello francese, sono assai più rigorosi, anche se meno divertenti, in apparenza.
Questa lunga premessa per dire che la tentazione di affrontare nel nostro solito modo il nuovo inno della Pdl che gira su Youtube da ieri c'è, ed è la più facile. Di fronte a un testo che dice: "Silvio forever sarà, Silvio realtà, Silvio per sempre, Silvio fiducia ci dà, Silvio per noi, futuro e presente, nobile e giusto, tu ci piaci per questo, sei il pensiero che ci guiderà, il sogno riparte da qua, diventa realtà, perché Silvio, Silvio forever sarà", è facile cominciare a ridere, ed esibire le migliori armi della retorica e del dileggio.
È facile, ma è inutile. Non si tratta di usare quel criterio, falso, ma assai di moda sui media, che questi testi, questi inni piacciono agli elettori di Berlusconi, che sono la maggioranza degli italiani, quindi piacciono alla maggioranza degli italiani. Il problema è un altro, assai più serio. Questo testo intanto ha un elemento, che non si ritrova in nessun inno del mondo, eccetto che in quelli due feroci dittatori di paesi lontani dalla tradizione occidentale: Stalin e Mao Tse Tung. Neppure Benito Mussolini aveva un suo inno, anzi, in "Giovinezza" non era mai citato, poi qualche canzoncina genere "Duce, Duce", venne composta, ma "Giovinezza" rimase l'inno vero e proprio. Anche il nazismo non dedicò al suo Führer canzoni elogiative: l'inno rimase il "Das Lied Deutschen", ed era sempre seguito dall'"Horst-Wessel-Lied", canzone su un proto-martire del nazismo. E neanche lo spaventoso inno Khmer, il "Dap Prampi Mesa Chokchey", cita Pol Pot, ma parla dei lavoratori e della vittoria, come d'altronde fa il noto "Bandiera Rossa". Solo Stalin, nell'inno dell'Unione Sovietica volle essere citato, e fece cambiare il testo proprio per questo. E naturalmente Mao è presente nei vari inni maoisti, a cominciare da "L'Oriente è rosso". Tornando ai partiti democratici in "O Biancofiore" non si inneggiava a Luigi Sturzo o ad Alcide De Gasperi, e neppure il cupo "Canto degli italiani", l'inno fondativo del Movimento Sociale Italiano, faceva riferimento a leader o al duce, ma all'eroismo e alla fede degli italiani. Soltanto Fidel Castro può vantare una citazione in "Hasta siempre comandante": "y con Fidel te decimos:?Hasta siempre, Comandante!". Ma la canzone era dedicata a Che Guevara, che era già morto.
Ma l'idea di scrivere un inno inneggiando al pensiero guida, a una sorta di eternità temporale, "futuro e presente e per sempre", fa parte delle culture politiche totalitarie, e non ha nulla a che vedere con una democrazia moderna. Culture totalitarie e populiste. Cupe e figlie di un vero e proprio culto della pesonalità, che presuppongono un partito dove il leader è guida e timoniere, e di fatto è eterno e insostituibile.
Ma c'è di più. In una lezione al Collège de France di Michel Foucault, una lezione del 10 marzo 1982, il grande filosofo, dietro il filo conduttore del rapporto con il potere, analizzava il concetto di adulazione contrapposto a quello di "parresia" ovvero il "dire la verità" o il "parlar-franco". Semplificando, dove il "parlar-franco" diventa l'anti-adulazione, ed è dunque fondamento della "libertas". Nell'ideologia berlusconiana il messianismo e il fideismo hanno qualcosa di arcaico e antimoderno.
Non si tratta di fare dell'ironia su una canzoncina, si tratta di altro: questo "Silvio Forever" è l'equivalente delle statue di Mao e di Stalin nella Cina comunista e nell'Unione sovietica. Fossi in Berlusconi lo farei sparire questo inno, e il più presto possibile. Perché è l'equivalente del "Re è nudo", è la dimostrazione di come lui, Berlusconi, si pensa veramente, e della sua idea del potere e del fare. E non è affatto una bella idea.

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martedì, 07 luglio 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' on line del 6 luglio 2009

Non ho resistito. La video intervita a Patrizia D'Addario uscita ieri per "El País", non me la sono fatta mancare. Ora io, onestamente, non ritengo sia il verbo quello che dice la escort di Bari, si capirà un giorno, e pazienza. Ma c'è un punto su cui vorrei chiarezza, uno solo. A un certo punto dell'intervista la D'Addario dice che a Palazzo Grazioli c'erano, assieme a lei, in quelle seratine, ragazze molto giovani. E su questo neanche mi stupisco. E invece mi turba molto quello che dichiara subito dopo: "che ballavano sulle note di "Meno male che Silvio c'è"".
Ora lo ametto ho avuto un brivido. E siccome ultimamente ero rimasto indietro sui miei aggiornamenti musicali, essendo usciti una serie di album che avevano attirato maggiormente la mia attenzione, sono andato a sentirmi, con l'ascolto professionale che mi permette i dieci anni di pianoforte, il brano in questione. Ho ascoltato "Meno male che Silvio c'è". Mi sono letto le parole, ovvie, essendo una canzone elettorale, ho ricostruito la melodia, e controllato l'arrangiamento. Il risultato è questo: si tratta di una canzone da oratorio, con arrangiamento assolutamente primi anni Ottanta, e con venature gospel. È il brano più insulso musicalmente che si possa mai ascoltare. I Ricchi e Poveri al confronto sembrano Rachmaninov. Con voci sgangherate, con un testo ridicolo, e con velleità da "We are the world" dei poveri, anzi poverissimi. L'introduzione, tra l'altro, è una copia esatta di "Ricominciamo" di Adriano Pappalardo.
Me la ero persa, lo ammetto. Ma a questo punto esigo un chiarimento. Voglio sapere come sia possibile trovare attraente ballare sulle note di questa canzone, che neanche la mia solita vecchia zia troverebbe ascoltabile. Voglio sapere come è possibile accennare passi di danza al ritmo di "Meno male che Silvio c'è". Sarebbe come se i vecchi democristiani, in caso di peccaminosi festini, avessero messo a tutto volume "Bianco fiore", è lo stesso genere.
Ma è mai possibile? Consiglio a tutti quelli che mi leggono di andarsi ad ascoltare la canzone (in rete se ne trovano varie versioni), e poi immaginarsi la scena. La D'Addario dice che erano molto giovani. Dunque, che cosa possiamo ipotizzare? Vent'anni? Ragazze nate sette anni dopo l'uscita di "Thriller" di Michael Jackson e del suo "moonwalk", che si beve questo imbarazzante polpettone musicale per nonne sorde, e senza apparecchio amplifon. E ballano: ballano su una musica che non ha un ritmo, con le loro minigonne, i loro ciondoli appena regalati, e la loro aria seduttiva. Non è vero, non ci si può credere. Almeno questo lo smentisca presidente: ci dica che a palazzo Grazioli lei ha accolto le ragazze con la voce di Bono in "Love is Blindness", o con un David Bowie d'annata, persino con il grande Michael Jackson, guardi le passo persino un crooner, anche d'annata, qualunque, scelga lei: Tony Bennett, Nat King Cole, Michael Bublè, o Frank Sinatra con un "I've Got You Under My Skin" ma "Meno male che Silvio c'è", per favore, dica che non è vero.

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venerdì, 19 giugno 2009

di ROBERTO COTRONEO da l'Unità on line del 18 giugno 2009

Ho guardato e riguardato il video del ministro Michela Vittoria Brambilla alla festa dei Carabinieri a Lecco. Dove il ministro dopo l'inno di Mameli farebbe il saluto romano. È un video che ha fatto indignare molti cittadini e che ha scatenato polemiche forti. Eppure non riesco a decidermi. Le prime volte che ho fatto scorrere il video ho pensato che fosse casuale, un gesto involontario, come fosse una mano alzata, un saluto al pubblico che era davanti a lei. Solo che su quel palco c'era anche il padre del ministro Brambilla, e anche lui ha fatto lo stesso identico movimento. Allora la domanda vera è questa: si tratta di un tic di famiglia o di una ideologia di famiglia? Ovvero. È un modo dei Brambilla di salutare o un modo dei Brambilla di salutare le persone che la pensano come loro?
Mi è difficile dare una risposta. Ma una cosa è certa. Il saluto romano sembra abbastanza chiaro. Se poi, vogliamo decidere che Brambilla padre e Brambilla figlia soffrono dello stesso tic, beh questo non li assolve. Tendere un braccio verso l'alto, anche se per poco (e va detto che il saluto romano è di solito ostentato, vuole fermezza di braccio, e almeno un paio di secondi di rigidità, e questo scagionerebbe il ministro) porta a cattivi pensieri, ed è cosa buona e responsabile evitare che si creino equivoci.
Se accade, come è accaduto infatti, basterebbe dichiarare con grande semplicità: "mi scuso, non era mia intenzione fare alcun saluto romano, che non appartiene alla mia cultura, avendo io giurato sulla Costituzione italiana, democratica e naturalmente antifascista. Come ministro della Repubblica, tra l'altro, non posso che scusarmi dell'equivoco anche con l'Associazione nazionale partigiani italiani, che si è sentita offesa di un gesto frutto di un banale, per quanto increscioso, equivoco".
Non reclamo neppure i diritti d'autore. Il ministro Brambilla, può, con il suo mouse, copiare e incollare queste righe tra virgolette, e mandarle a qualsiasi agenzia, come fossero sue. Gliele regalo. Peccato che non lo farà. E questo addensa naturalmente nubi e sospetti. Vorrei però far notare una cosa. Il generale dei Carabinieri accanto al ministro è rimasto in posizione di saluto per tutto il tempo dell'Inno di Mameli. Non il saluto romano, ma quello militare, naturalmente. Senza tic, e con la consapevolezza del suo ruolo. Il ministro Brambilla, copi e incolli e la prossima volta, lo prenda ad esempio.

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mercoledì, 17 giugno 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' ON LINE del 16 giugno 2009

Il complotto è finito persino nei titoli delle agenzie. E se per certi aspetti può apparire paradossale, e persino un po’ ridicolo, per altri dice molto sui mali del nostro paese. Scorro i titoli delle agenzie. «Berlusconi: La Russa, Allarme complotto assolutamente giustificato». «Maroni, complotto? Se c'è non passerà». «Cicchitto, complotto c’è ma non con Draghi al centro», e via dicendo.
Il complotto è diventato qualcosa di incontrovertibile, di concreto, di palpabile, come un terremoto, come un furto con scasso, come una alluvione. E invece non è così, ed è curioso questo partlare di complotto da parte di uomini della politica, di deputati, senatori o membri della maggioranza. Un complotto è qualcosa di sfuggente perché non ha nulla a che fare con l'oggettività e la trasparenza, ma è una sorta di collasso della ragione, o meglio, una cosiddetta ermeneutica impazzita. A un certo punto tutto quello che appartiene alla realtà politica di un paese si trasforma in qualcosa d'altro. E si trasforma in qualcosa d'altro per il banale motivo che non si riescono più a leggere i dati di fatto, gli elementi visibili.
Complotti e cospirazioni sono uno degli elementi tipici della cosiddetta paranoia del potere. Al punto che la frasi tipica del Sessantotto francese, «la fantasia al potere» andava corretta con l'espressione «la paranoia al potere». Il complottosimo colpisce quasi ogni forma di potere, ma colpisce soprattutto i poteri malati. Che in Italia si discuta di complotto in questa forma e con queste modalità vuol dire che siamo arrivati a un punto piuttosto grave e preoccupante. Che si chiami in causa persino il Governatore della Banca d'Italia, o qualche gruppo editoriale, è assolutamente ridicolo.
Il complotto paranoico è alla base di molte ideologie che hanno fatto danni irreparabili per buona parte dell’Ottocento e del Novecento. Sono finiti nell'ossessione del complotto paranoico tutti i dittatori, di sinistra come di destra, sono figli del complotto paranoico tutti i razzismi, a cominciare dall'antisemitismo. Sono espressione dei complotti paranoici persino le organizzazioni criminali, dalla mafia italo-americana alle società segrete, criminali, di matrice orientale. È una metastasi della ragione, non è un modo per analizzare la realtà.
Ma ormai i nostri politici, a cominciare dal presidente del Consiglio, ne parlano come di qualcosa di ovvio, di spiegabile, di indiscutibile. Il complotto? C'è assolutamente, dicono. Talvolta, il buon dio si vede dal particolare, come diceva Aby Warburg. Qui, da questo che sembra un particolare, non si vede purtroppo il buon Dio, ma si vede un baratro, un vuoto di senso, che mostra fino in fondo la malattia del potere di Berlusconi.

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sabato, 13 giugno 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' ON LINE del 13 giugno 2009

Un grande paese. Non c'è dubbio. In questi ultimi giorni, la ormai leggendaria visita di Gheddafi, con tenda beduina a Villa Pamphili, ci ha detto davvero molto di cosa siamo capaci di fare: erano tutti genuflessi a rendere omaggio al colonnello, fingendo di non vedere i continui sgarbi all'etichetta, alle istituzioni, e quant'altro.
L'unico che ha chiuso la porta della Camera dei Dupetati, esasperato dalle due ore di ritardo del colonnello è stato Gianfranco Fini. "È un ritardo non giustificato", ha detto Fini rivolto ai presenti: "Nel pieno rispetto delle istituzioni considero annullata la manifestazione, assumendomene la responsabilità nel rispetto di quello che ritengo sia il ruolo del Parlamento in una democrazia". Il ritardo era evidente, "l'ingiustificato" invece stava nel fatto che Gheddafi non era rimasto imbottigliato nel traffico di via del Tritone, e tantomeno era rimasto bloccato dall'abbraccio di un mare di folla festante, ma se ne stava comodamente nella sua tenda, a incontrare persone in forma privata.
Non c'è da stupirsi, i più attenti hanno calcolato i ritardi del colonnello in questi giorni. Dodici ore, tra Quirinale, Palazzo Chigi, Senato, Università la Sapienza, e quant'altro. Ritardi voluti. Provocazioni dette sapendo di mettere in imbarazzo la diplomazia italiana, polemiche sugli strascichi del nostro colonialismo che suonano esasperate, visto il tempo che è passato. E allora? Allora il denaro è tutto, come sempre, e la Libia è importante. Dunque, facciamoci trattare come gli pare a lui, perché di lui abbiamo bisogno. Peccato che c'erano altri modi per siglare accordi, più sottili, veri, che le diplomazie di paesi seri hanno sempre utilizzato. Senza esporsi al ridicolo. Senza mostrarsi come un paesucolo qualunque che per qualche miliardo di euro è pronto a farsi umiliare, ridicolizzare e schiaffeggiare, simbolicamente da un leader astuto e persino divertito. Che può permettersi di fare aspettare il presidente della Camera per due ore, e il presidente del Consiglio per un'ora, oltre alla mezz'ora di ritardo con il Presidente della Repubblica. Ed è veramente paradossale.

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sabato, 13 giugno 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 12 giugno 2009

Quello che è accaduto ieri a Roma per il colonnello Gheddafi ha dell'incredibile. Perché quesot evento a seguirlo da lontano, con un certo distacco, sembrava qualcosa di molto più vicino a uno scherzo, piuttosto che alla realtà. Il colonnello è arrivato in Italia, accolto con gli onori di un capo di stato democratico. Ha paragonato gli Stati Uniti al terrorismo islamico, ha detto persino che il terrorismo va compreso. Nessuno è riuscito a contestarlo, una ragazza che alla Sapienza ha cercato di fargli una domanda è stata interrotta e gli è stato tolto il microfono. Gheddafi ha potuto dire quello che gli pareva, fare quel che più gli piaceva, ed è arrivato in Italia con l'aria di chi ha ottenuto tutto, e si porterà a casa la soddisfazione di aver ridicolizzato l'Italia. Perché è di questo che si tratta. Lo ha fatto arrivando con la fotografia di al-Mukhtar sulla divisa, lo ha fatto dichiarando che è venuto in Italia perché l'Italia ha chiesto scusa. Ha usato tutti i mezzi per mettere in difficoltà il nostro paese. Si è vestito da colonnello Gheddafi e si è comportato nel modo più paradossale che potesse esserci. Probabilmente ha fatto bene. Sapeva di poterselo permettere.
Ma è francamente desolante che questa visita sia stata fatta passare per una visita di Stato, quando in realtà sanciva soltanto affari. E gli affari sono un investimento italiano in Libia di 5 miliardi di dollari in 20 anni per progetti e investimenti. Il controllo di gas e petrolio libico da parte dell'Eni almeno fino al 2047, soldi e investimenti libici in Italia sia nell'Eni che in Unicredit. Infine un accordo per le cosiddette rotte delle migrazioni afro-mediterranee. Ovvero stroncare in Libia il passaggio dei migranti africani verso l'Europa. Naturalmente senza diritti e senza garanzie per i poveri migranti.
La parata di questi due giorni, con i discorsi ai senatori, alla Sapienza, e poi l'incontro con il Senato accademico hanno qualcosa di sconcertante. Passino gli affari, ma era il caso di concedere un palcoscenico istituzionale di questo livello a un dittatore da sempre messo sotto accusa da Amnesty International per la violazione continua dei diritti umani? Dovevamo finire nel ridicolo fino a questo punto? O forse solo un paese ormai grottesco come il nostro poteva inventarsi una parata di questo livello.

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venerdì, 12 giugno 2009

di Roberto Cotroneo da L'Unità delll' 11 giugno 2009 
C'è una cosa, forse l'unica, che possiamo definire interessante della visita di Gheddafi in Italia. E la cosa interessante sta in quella fotografia di Omar al-Mukhtar che il colonnello libico porta sulla divisa. Ora, non è una bizzarria di Gheddafi. Ma è una parte della nostra storia, ancora recente perché mai elaborata veramente. Omar al-Mukhtar era un religioso che guidò la rivolta anticoloniale in Libia, fu braccato, cercato e arrestato, e prima di essere arrestato gli fu fatta terra bruciata attorno, nel senso vero e autentico del termine. Gli italiani bruciavano i villaggi, con donne e bambini, che lo ospitavano, e i luoghi dove lui poteva appoggiarsi. Quando venne preso, fu processato e condannato a morte. Una condanna ingiusta e contro ogni regola di civiltà e di buon senso. L'avvocato difensore di Omar al-Mukhtar si chiamava Roberto Lontano, ed era un capitano dell'esercito italiano. Roberto Lontano venne arrestato subito dopo il processo perché era stato "eccessivamente zelante" nell'interpretare il ruolo di avvocato difensore. Omar al-Mukhtar venne impiccato a Soluch, 60 chilometri da Bengasi, in un piazzale immenso che conteneva 20 mila libici, 20 mila persone che andarono ad assistere all'esecuzione del loro capo militare e religioso, detto "Il leone del deserto".

Fu naturalmente una delle innumerevoli vergogne della storia del nostro colonialismo. Di storie come queste ce ne sono state troppe, e anche più cruente, in Libia, come in Etiopia, in Eritrea come in Somalia. Dopo la seconda guerra mondiale, i figli delle vittime dei nostri gas, dei nostri massacri, hanno chiesto giustizia attraverso i governi dei loro paesi: che venissero consegnati gli ufficiali, perché fossero processati per crimini di guerra, e crimini contro l'umanità.

Non ne abbiamo consegnato uno, abbiamo rifiutato categoricamente l'estradizione. Oggi, la bizzarria di Gheddafi ci ricorda non tanto ciò che siamo stati, ma soprattutto quello che abbiamo rimosso e abbiamo voluto dimenticare. Il mito di italiani, brava gente, la favoletta di un colonialismo all'acqua di rose. Eravamo degli spietati assassini. Abbiamo violato tutte le regole internazionali, abbiamo usato le armi chimiche, a cominciare dall'iprite su ordine diretto di Mussolini, abbiamo massacrato donne, bambini e religiosi. E abbiamo impedito persino alla Croce Rossa internazionale di intervenire. Se avessimo meditato meglio su questa storia nascosta, vergognosa e segreta, forse non saremmo diventati il desolante paese che siamo oggi.

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mercoledì, 03 giugno 2009

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 3 giugno 2009

Devo dire che il sistema è proprio da bolscevico. L’altro ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha attaccato il “Times”, dicendo che il famoso giornale londinese è influenzato dalla stampa di sinistra in Italia. Dal “Times” rispondono allibiti più che divertiti. E non riescono a capire come un giornale per tradizione conservatore, per metodo di lavoro attento ai dettagli, per abitudine capace di pensare come una testata che riporta fatti e notizie di un impero che fu gigantesco, possa ascoltare la sinistra italiana per dire che un capo del governo che non chiarisce come mai, e per quale motivo frequenta una diciottenne, è una notizia in tutto il mondo, forse anche nei paesi meno progrediti della terra.

Berlusconi però ora ha inaugurato questo sistema: dice, nei fatti, che esiste un complotto, i nemici del popolo, come un tempo si diceva, o meglio, i nemici del popolo della libertà, che hanno ramificazioni ovunque e sono una lobby da cancellare, da vincere, perché dice menzogne, e mette in crisi la buona fede e la correttezza del suo agire e del suo pensiero. Dunque la sinistra lo attacca, e cerca di portare all’attacco del premier anche i giornali non italiani.

E’ una meravigliosa sciocchezza, che non ha nessuna credibilità. E comincia a diventare davvero complicato rassegnarsi a pensare che Silvio non darà spiegazioni, non chiarirà nulla, non entrerà nel merito e continuerà a rimanere dove è, senza dimettersi, senza spiegarsi, senza fare un passo indietro. Davanti agli occhi del resto d’Europa, e del mondo. E Berlusconi non deve sottovalutare un altro aspetto.

Al G8 tutti i grandi del mondo la guarderanno come si guarda uno che non dà spiegazioni, e non bastano più le corna, le battute, le barzellette, e le goliardate. Per cui non gli rimane che spiegare davvero, non tanto alla sinistra e agli italiani, ma a tutti quelli che lo attaccano. E soprattutto alla più autorevole stampa del mondo.

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mercoledì, 03 giugno 2009

di Roberto Cotroneo da L'Unità on line del 2 giugno 2009

Mi vergogno di vivere in un paese come questo. Comincio a essere fortemente impressionato da quello che accade, e giorno dopo giorno. C'è qualcosa di troppo, da tutte le parti. Qualcosa che ha a che fare con la scorrettezza, con lo scarso senso della misura, con l'imbarazzo di dove leggere di cose private, che non dovrebbero essere rese pubbliche, e cose che private non sono affatto e su cui nessuno vuole chiarire. Ieri il fidanzato di Noemi Letizia, Gino Flaminio, attraverso una lettera che ricorda, se non fosse più patetica che comica, quella di "Totò, Peppino e la Malafemmena" smentisce tutto quello che ha detto nella sensata ed equilibrata intervista rilasciata a "Repubblica". Naturalmente lui, povero ragazzo, è stato raggirato dai giornalisti furbi e cattivi. E naturalmente ringrazia il premier Berlusconi e scrive, maiuscole ed errori ortografici inclusi: "Possibile che l'uomo del Popolo non possa avere una sua vita privata? Che male c'e ad essere amico di una famiglia normale? Questa e la cosa bella lui è diverso dai soliti politici lui è amico di tutti degli Chef, Operai, Dipendenti, Mendicanti, Poveri insomma di TUTTI".
Così l'intervista smentita è un altro capolavoro di un paese che ormai sta raggiungendo un drammatico livello di bassezza etica. Serve anche a poco visto che la zia di Noemi, qualche giorno dopo, ha detto esattamente le stesse cose raccontate da Gino Flaminio. Poi una ragazza del Grande Fratello, ha dichiarato che le sono stati offerti dei soldi dal settimanale "L'Espresso" per raccontare particolari piccanti su Berlusconi. Non serve neppure citarla per nome. Nessuno le ha offerto denaro, e fortunatamente al settimanale romano hanno registrato tutti i colloqui. Infine la signora Daniela Santanché ha ritenuto opportuno ed elegante dare un'intervista a "Libero", dove fa nome e cognome di un signore che avrebbe da tempo una relazione con Veronica Lario. Il presidente Berlusconi ha risposto, giustamente imbarazzato, che queste sono cose che riguardano il privato, e non si dovrebbero leggere sui giornali. E in questo caso ha perfettamente ragione, ma nello stesso tempo ha fatto sequestrare gli scatti di Villa Certosa del fotografo Antonello Zappadu. E lasciamo perdere la privacy, che è solo un alibi. In questo totale bailamme, in questa giostra di scorrettezze incrociate tutti sono vittime e carnefici allo stesso tempo. E a questo punto c'è poco da fare. Possiamo solo continuare a essere un paese senza tutto.

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