martedì, 26 ottobre 2004

riscrittura da agostino d’ippona

di pino mercuri

 

non esce invano dal suo utero

la salsedine del mare:

il genere umano,

curiosità senza fondo,

onda instabile,

 fluttuante,

dispensa sensibile

parole di luce,

acque profonde,

tu soffio, tu spirto

consumi esperienza

è segno la lingua

parola vivente

venuta in terra

a miracol mostrare,

parole all’opra

profumo di giglio

miele

viola

e mosto

parola profeta

sgorga memoria

cripta profonda

sconfinata memoria

sai tu toccarne il fondo?

sai tu toccare il fondo

della parola?

postato da: pinoarchivio alle ore 17:52 | Permalink | commenti
categoria:e la scrittura
venerdì, 22 ottobre 2004

Addio alla vita

(ma è proprio un addio?)

Addio, monti sorgenti dall’acque

Addio del passato

Addio

Les Adieux

Amore, ti lascio… eppure non riesco a dire: ti lascio. Vorrei dire addio… eppure ti guardo e ti dico: sei bella…

Ti dico ciao… e non è un addio… perché ciao è lasciarti… e ritrovarti più bella.

Sì, ciao è morire…

E vederti più bella…

Eppure è un addio

Strizzo l’occhio al passato

Ammicco al futuro

Mi vedo morire

Non è solo morire

È la morte che guarda…

La morte mi guarda, mi prende per mano.

Sussurra, accarezza, le dico: sei bella.

Ti dico sei bella. Una vita mi hai dato. Una vita ti ho dato.

Ti dico: andiamo, mi dici andiamo.

Chiama gli amici. Scrivi! Ti detto: “…addì…, l’anno corrente… è passato a miglior vita…” no, non va bene!... Ripeto! Riscrivi! Saluta gli amici. Io vado. Dove vado tu lo sai.

Anch’io so. Già stato. Tante volte. Già visto. Conosciuto. Conoscono tutti di là. Ancora un saluto. Dovrei dire addio. E non mi riesce. Ti dico: sei bella.

Buon giorno dottore! Se muoio? Sì, muoio! Sto bene! Io vado. Lei resti. No, non s’incomodi. Conosco la strada. Già vista, già fatto.

Avanti c’è luce.

Io vado, tu resta.

Tu resta tesoro.

C’è vita davanti, per questo io muoio. E sorride la vita.

Ho scritto per te parole infinite.

Un saluto, un abbraccio…

Un bacio

Uno sguardo

Noi siamo per sempre

Tu resta

Io vado

postato da: pinoarchivio alle ore 15:16 | Permalink | commenti
categoria:lettere di addio
giovedì, 21 ottobre 2004

Cara Franci (chissá poi se ti chiamano ancora cosí),

questa non doveva essere una lettera d'addio e forse, a guardar bene, non lo é nemmeno ora. Iniziai due anni fa' a scriverti un messaggio di poche righe per chiederti come stavi e se ti andava di risentirci. Il tono era leggero, quasi casuale. Ricordo che avevo chiuso con una domanda sulla tua casa, se vivevi ancora lí, se avevi fatto 'buon uso' di quella scala.

Fui sul punto di spedirtela, era una sera di fine aprile, una di quelle sere in cui il cielo ha il colore del futuro e l'aria che entra dalla finestra ha il profumo delle possibilitá, una di quelle sere in cui allungare una mano e riprendere una trama sfilata prima dell'inverno sembra una cosa fattibile, naturale, addirittura necessaria. Poi qualcuno mi interruppe, forse mia figlia entró nello studio o mi chiamarono per cena, salvai il messaggio pensando che te lo avrei spedito piú tardi o il mattino dopo. Chiusi quella finestra su di te, come tante volte avevo fatto, per mesi, per tornare alla mia vita di cene in famiglia, di serate allegre a osservare di nascosto le altre coppie di amici e poi sorridere a mia moglie dicendoci che noi in fondo eravamo piú saggi perché avevamo deposto insieme certe illusioni, sacrificato la ricerca della passione per salvare la nostra complicitá. Forse avevi ragione quando mi dicevi che noi uomini siamo abitudinari, la mattina dopo, appena arrivato in ufficio, senza quasi pensarci riportai la freccina del mouse su quel messaggio. Si evidenzió quella barra azzurra con su scritto il tuo nome, quello con cui avevo deciso di identificarti quando iniziammo a spedirci i primi messaggi, quando eri un nickname tra tanti, quando immaginavo che avessi i fianchi solo leggermente rotondi, e i capelli lunghi e speravo che il tuoi seni fossero a punta e alti. So che sorriderai leggendo questa frase, forse scrollerai un po' la testa e quei capelli che si poggiano sulle spalle. Spero che tu non li abbia tagliati, ricordo che dicevi che solo poche donne, quelle molto belle, possono permettersi i tagli corti. Lo dicevi con tranquillitá, non ti ritenevi bella, ma eri contenta quella mattina mentre dicevi cosí e io ti asciugavo i capelli e i tuoi fianchi erano rotondi e i seni accoglienti e sapevi di piacermi.

Il messaggio non lo inviai. Rileggevo quel commento allusivo alla scala del tuo appartamento, uno dei tanti scenari delle nostre fantasie e mi sembrava ridicolo, fuori luogo, quasi crudele. Mi si formavano davanti agli occhi le immagini su cui, in quei giorni di ottobre, non mi ero voluto soffermare, di te, in quella casa nuova, che esploravi le stanze pensando a quando ti sarei venuto a trovare, e poi settimane, mesi piú tardi, quando ti dicevi che dovevi avere pazienza, che dovevi essere comprensiva, che quello per me era "un passaggio doloroso, ma obbligato" e tu non eri una donnetta piagnucolosa, eri capace di aspettare. E io che non riuscivo a dirti che la mia vita non é come tu credi, che ho bisogno dei miei equilibri, che ero felice di avere te quando riuscivo ad illudermi di avere tutto il resto, di sentirmi il 'padrone del mondo' e senza quel mondo non ero sicuro che sarei riuscito a volerti ancora. Senza quel mondo non ero sicuro nemmeno di piacermi. Le immagini successive mi facevano sentire un verme e le ho dovute cancellare.

Cancellai anche quella frase e da allora, di tanto in tanto, in certi periodi una volta al mese, in altri piú volte al giorno, riapro questa finestra su di te, su di noi, spostando le virgole, cambiando qualche parola. Come puoi immaginare non é rimasto nulla di quel messaggio leggero, dal tono quasi casuale, ogni volta cerco di aggiungere qualcosa che ti faccia capire, ma chi ancora deve capire forse sono soltanto io.

postato da: brezzamarina alle ore 10:19 | Permalink | commenti (1)
categoria:lettere di addio
martedì, 19 ottobre 2004

Lettera di addio, Maggio 1943. Autore: Giuseppina

Cara Felicetta,

so che questa lettera la leggerà qualcun altro e questo mi dispiace a tal punto che mi fermo ogni volta a cercare parole precise per una cosa che non immaginavo fosse mai accaduta tra noi. Quando arrivai nella tua casa la mia vita contava niente o quasi, ero alla fine della mia carriera militare. Un’intera esistenza a costruire un castello di sabbia compatta e levigata, così definirei il sentimento patriottico, che si è frantumato non appena quello sguardo, il tuo, mi accolse nella sua vita. Sai, Felicetta, io ho eseguito e fatto eseguire ordini, il mio mondo era ordinato come le fila dei cipressi che portano al cimitero, tutti lì impettiti e allineati per accompagnare la mestizia di un vecchio caprone quale sono stato io per te in questi ultimi tempi.

Ti sentivo lo sai, a volte piangevi di nascosto, mi facevi tenerezza perché mentre mi facevo più vicino il tuo indaffaramento aumentava, aumentava e a volte hai dovuto passare molto del tuo tempo preziosissimo a rincollare i cocci dei tuoi ricordi. Già, perché a differenza di me, tu di ricordi familiari ne hai sempre avuti e non avendo avuto figli hai riversato su di me quello che hai raccolto durante tutta la tua santissima permanenza qui tra noi. Il tempo e la disabitudine ai sentimenti hanno tramutato in tormento il mio amore per la tua semplicità perfetta.

Erano così che andavano le cose, non ci devono essere motivi per incontrarsi; mi sento ridicolo solo al pensiero che non mi recavo da nessuna parte se dall’altra parte non vi erano disposizioni scritte, in nome della patria, in nome del grado che mi portavo appiccicato come gomma da masticare, proprio qui sul mio braccio ora non più duro ma che ugualmente stringevi stretto tra il viso e la spalla quando avevi paura. Quegli attimi mi hanno fatto sperare Felicetta, minuta come sei non avrei mai immaginato che avresti sconvolto questa sana considerazione che avevo maturato ormai da tempo. Finire i miei giorni come un soldatino di plastica a cui mancava uno dei due piedi. Lasciato in pace di scomparire piano piano dalla faccia di questo popolo ingrato e soprattutto lontano da te che come tormento sei venuta a farmi rinnegare tutto: le scelte, i rancori e tutto quello che non avevo fatto.

Questa lettera sarà forse inutile per te che sei un’anima nel mondo e che potrai udire il mio lamento tutte le sere che, tornerai in quella stanza nella quale ho potuto dormire le mie uniche notti al desiderio di quel profumo di caffè e di burro dolce dei tuoi biscotti che ogni giorno presentavi sulla messa dei miei giorni a finire. Tu non sapevi leggere per fortuna e quegli scarabocchi nei piccoli foglietti bianchi erano per te consuetudine di chi a una certa età deve accettare per non arrendersi al tempo che ti viene incontro. Tu, però, Felicetta il coraggio ce l’avevi veramente e saresti stata disposta a soffrire per non far mancare a me insufflazioni di affetto mancato per troppo tempo da quando cioè mia madre mi lasciò davanti una caserma per andare chissà dove.

I figli abbandonati dovrebbero morire presto ed invece a me la vita è parsa come una punizione che gli altri chiamavano onore. In questa stanza di dolore, ho pensato spesse volte a mia madre, a come fosse e se avrà mai pensato a me, mi faceva piacere pensare che mi spiava durante tutta la mia carriera. Sai quando si facevano le cerimonie ufficiali ed io ricevevo uno di quei riconoscimenti, sai quelli con patacche gialle appese ad un nastro tricolore, sì quelle che a te piaceva tanto mostrare quando arrivavano in visita. Io guardavo le donne degli altri, le sceglievo in base all’età di quella che avrebbe avuto mia madre in quel tempo. Qualcuna incrociava il mio sguardo, ed era sempre dolce e benevola anche se io mi dovevo mantenere duro perché non ci sarebbe stata lei a piangere per me. Succede sempre così, molti miei colleghi si lamentavano per l’emotività delle proprie madri senza sapere che loro si accollavano le loro emozioni più forti e le restituivano in sensazione di coraggio. Brutti cretini, almeno loro potevano fare altre scelte. Invece erano lì per un idealismo che non gli apparteneva ma che al contempo li avevano cambiati rendendoli più freddi di fronte il dolore.

L’inverno invece io l’avevo dentro di me, per terra dove i miei piedini di fanciullo dovevano per forza passare, sofferenza che avrei volentieri aumentato se fosse servito a quei poveri cristiani morti perché si trovavano in mezzo alla nostra sfortuna di non avere avuto una giustizia, un amore dentro in nostri cuori. Tu, Felicetta, sei peggio di loro perché il tuo affetto mi fa soffrire fino allo spasmo, come voler riscaldare piedini in cancrena, basta Felicetta non provarci più. E’ per questo che mi sono fatto trasferire nel nosocomio più lontano, dove le tue assurde speranze non mi avrebbero più raggiunto.

Quando ti leggeranno questa lettera io non sarò più raggiungibile ma una vena di malinconia deve aver preso vie inconsuete nel mio corpo stanco di sembrare forte. Questa notte lo sento sarà l’ultima, sì perché ho sempre chiesto al tuo Dio di esaudirmi un solo desiderio, volevo piangere solo quando sarei stato sicuro che lui mi avrebbe tagliato quest’ultimo lembo di vita. Credo che le mie lacrime stiano tutte su questo foglio che ho terminato a fatica ma di cui non mi pento nemmeno un solo secondo. Non pregare per me, per la mia anima, se ho fatto qualcosa di buono nella mia vita l’ho consumata per avere esaudita quest’ultima volontà. Credimi per me è tanto.

Adesso voglio sentirmi umano e voglio pagare per tutto il tempo che ho pensato che mia madre non meritava la mia sofferenza. Il mondo è di quelli come te ed io non ci faccio parte, spero a questo punto che mia madre lo abbia fatto per scappare con qualche uomo bastardo dei tempi della guerra così almeno la potrò rincontrare e dirle che sono stato bravo e che ero riuscito a non piangere anche se per molti non avrà nessun significato ma avrà dato almeno un senso alla mia tragica esperienza di vita. Siamo come piccole gocce e la mia si è infranta sul primo scoglio non per questo il fiume cessa di scorrere come la tua vita dopo di me.

Ecco ti restituisco la vita solo un po’ cambiata, ora ci avrai sotto un lumino tutti quanti riuniti, consolazione misera di far parte per il tempo della tua esistenza ad una famiglia. Mi raccomando la mia foto mettila affianco ai tuoi genitori, se dovessi rimanere solo anche qui mi farà piacere incontrarli, gli dirò tutte le più belle parole che non ti ho detto ma che meritavi Felicetta. (adesso non leggere ad alta voce) Avvicinati e dalle un bacio sulla guancia sinistra e sussurrale “se non fossi morto ti avrei sposato”

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 22:40 | Permalink | commenti
categoria:lettere di addio
martedì, 19 ottobre 2004

I semi del vero
(Parole da sfogliare)

C’è una poesia dello scrivere che va oltre i confini della scrittura. C’è una scrittura poetica che va oltre i confini della poesia.
È in questo spazio il territorio sul quale mi piace seminare parole.
Ed è qui che raccolgo musica.
Perché la musica, come le parole, come la bellezza, come la poesia e come i fiori, è dappertutto.
Diceva Matisse: Il y a des fleurs partout pour qui veut bien les voir.
Non credo che esista veramente una questione della scrittura separata e indipendente dalla questione della vita. Dalle grandi questioni della vita. Dalle piccole questioni della vita.
Il che significa che non vedo poesia e scrittura senza verità. Né vita e verità senza parola. Verbo. Logos.
Scrivere è per me in-scrivere.
Scrivere nella vita.
Dentro la vita.
Per crearla e rivelarne il senso.
C’è scrittura più bella di quella fatta di vita?
Fatta di parole di vita?
Più bella di quella capace di creare e rivelare senso?
Senso di vita?
Il senso della vita?

P.S.
A sostegno della mia idea di poesia, ho rubato un frammento della citazione di Martin Heidegger: "...la poesia è il principio che fonda la storia..."


















postato da: pinoarchivio alle ore 10:56 | Permalink | commenti
categoria:e la scrittura
martedì, 19 ottobre 2004

Una lettera di addio. Il soggetto scrivente deve essere di sesso diverso e di età lontana dalla propria.

Sono chiamati a scrivere (se vorranno chiaramente) tutti i partecipanti al blog. Chi invece si vuole aggregare potrà inviarmi un messaggio privato e sarà data a tutti la possibilità di postare.

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 08:57 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 12 ottobre 2004

Non era necessario stilare un tabulato con le sezioni territoriali delle proprie sensazioni perchè come sempre per un buon progetto basta assecondare le curve di livello.

… e perché mai avrei dovuto dirtelo! Dirti cosa? Lo sai no! Sguardi, emozioni, segni, carezze, sogni, insomma il millenario moto contemporaneo. Oggi mi hanno levato 10 punti dalla patente, ho sorpassato su doppia riga continua… dice che non si fa. C’è sempre qualcosa che non si fa. Ma l’hai baciata qualche volta? L’ho accarezzata ben 2 volte per 18 secondi! Però catturo sempre il suo sguardo.

…e non passa mai, questa volta più di sempre, cazzate di coca cola, esemplari di scimmie… e non si dondola più, il vento è passato. Canottiere di ormoni sulle maree incessanti di indifferenti occhi verso la paura ancestrale… questa volta non passa, il vento è pacato.

Perché mi chiedi di raccontarti? Cosa t’importa delle mie storie di taccuino. Racconto a te su di te i pensieri di questa notte a chi vorrei ci fosse per condividerli. Il silenzio si racconta con il silenzio.

Ci sono le notti per accarezzare i sogni che vorremmo, anche se poi capita il contrario resta la sensazione di averli vissuti e colmare il vuoto dell’assenza. Mi annullo alla ricerca del silenzio

Ed ogni volta è quello che  potrebbe essere l’ultimo… invece… è quello che sarà sempre il primo.

postato da: estragone alle ore 17:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:il primo incontro
martedì, 12 ottobre 2004

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

In questo blog non sarà più possibile lasciare commenti. E' possibile invece commentare e lasciare opinioni sulla scrittura, sui racconti proposti e sul blog su:

http://forumrobertocotroneo.splinder.com

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 09:22 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, 08 ottobre 2004

 Cara Maria Grazia, questo è un racconto di amore, e sull'amore, nel quale la fatidica parola compare un po' di volte. Perdona.....

LA DISUBBIDIENZA

Quando mi ha detto 'va, e cosi sia' ho annuito e sono andato. D'istinto, senza riflettere,   il cruccio da osservanza volto in rispetto. Sono andato; e come tante, infinite volte ho ucciso me stesso. 
Non ho mai esitato.
Ogni volta che ha chiesto ho eseguito; ogni volta che ha voluto ho ambito; ogni volta che ha odiato ho condiviso. Ma questa notte, questa sera di aprile, con i profumi, i sussurri, gli odori - dolce!, così dolce da turbare i pensieri - questa notte io non so, non riesco. Il vento di mare, un soffio che muove le foglie e carezza gli ulivi - come un padre la fronte del figlio, la neve i germogli di grano- quest'alito scuote il mio cuore, ne agita i rami. 
Solo, soltanto con le paure. Senza che a lui importi, accudisca i desideri, i  rimpianti, le seduzioni. Solo. Come un randagio in cerca di pane, un naufrago senz'acqua, un cieco in una piazza. Solo! In silenzio con i miei rancori. 
Ma che ne sa, che capisce di me? E perché, per quale ragione se ne sta zitto e  cela il senso di un'impresa che sfugge? Dice di amarmi - l'ha detto, ripetuto più volte- è certo di conoscere il bene, di poter distinguere il giusto dal male e di comprendere, lui sì, lui sì più di me, cos'è l'amore. Dice. Ma io solo  ho visto il pianto di un bimbo e la madre soffrirne. Io ho annusato il profumo del vento, udito il silenzio di un'alba, goduto l'incanto di un cielo. Io -più di lui, ne sono certo-  ho ascoltato gli ulivi, visto i volti sfiorarsi, due giovani amarsi. E quante volte ho letto la fede negli occhi del vinto, la fiducia in quelli di un morente, l'amore sul viso di un reo.
Solo, solo con i miei rimpianti. In questa notte che non sembra finire, in questo buio che opprime la mente, nel silenzio che riaccende i ricordi. Il ricordo di lei. 
"Non importa", mi disse, " saprò capire. Qualunque sia la tua sorte"
"Non puoi, tu non sai", ne evitai gli occhi. E strinsi i miei.
"Mi ami?",  sentii il suo fiato sul labbro. Fu un attimo, caldo come la sabbia d'agosto, freddo come il gelo di notte, e percepii quel seno. Turgido, impetuoso, esigente.
Dov'eri? te lo chiedo in ginocchio, con la forza che in quanto genitore mi ispirasti. Dov'eri? Invano ho sperato in un segno, invocato un gesto, uno solo, lieve lieve, che mi desse l'ardire. E invece no, non  venisti, a spiegarmi cos'era la linfa, il fuoco improvviso che mi arse le vene.
"Mi ami?", sentii ancora e poi nulla. Due labbra furenti infuocarono le mie, e una pioggia di stelle incendiò i desideri.
Anche adesso fatico a riflettere, una coltre di cenere affoga i ricordi. Ho i pensieri arruffati, una mano cattiva mi afferra la gola, il vento, il soffio suadente, è cessato di colpo. E gocce dagli occhi si uniscono a quelle, comunque salate, che trasudano in volto. Insieme si mescolano e scendono giù, tra i solchi del labbro, dove il gusto accresce la rabbia.
Era un uomo, il pescatore sul lago. Credulone e violento come solo un uomo sa essere. Sentivo il fresco dell'acqua, il cedere lieve dei ciottoli, quando insieme issavamo la barca. 
"Sei strano", mi disse un mattino. I suoi occhi erano lampi gentili, il sorriso lo specchio del cielo.
"E tu il primo", risposi di getto. 
"Pazzo", sorrise di nuovo, scuotendo i riccioli scuri.

Pazzo, questo hanno deciso che sia. Pazzo. Ecco il frutto dei sublimi disegni, del tuo sordo volere, dell'immenso egoismo. 'E' matto', risero a mia madre quand'ero bambino. Plasmavo il fango in forme di rondini. 'Pretende si levino in cielo', riferirono al padre. 'Ma chi sei?', mi disse la sera, 'io non ti conosco'.
Pazzo. Ecco il marchio, il sigillo irridente alla tua smania di essere. Pazzo, finalmente scorgo, distinguo, riesco ad intendere il senso delle mie fantasie. Avevano fame e avevano sete, erano stanchi e in cerca di asilo ma io…io non seppi che fare.
"Sete e fame", pensai solamente, "non obbediscono ad altro che ad esse" .
'E' matto', andò e disse allora chi ordiva, 'pretende di conoscere il giorno e la notte, ritiene di amare la parte per il tutto, ma non sa nutrire nemmeno due stolti'. 
Io lo vidi il vecchio, sulla strada del mare. Aveva un abito fatto di stracci e due fossi invece degli occhi.
"Mi hanno detto che puoi", ne sentii il lezzo. E non c'era amore, né fede, né pietà per se stesso, in quel tono. Solo rabbia, desiderio inumano di essere. Come il tuo e come il mio. 
"Vattene", gli soffiai appena, la voce rigata di stizza, tre chiodi conficcati alla nuca
"Vattene, scappa", hanno supplicato lui e lei questa sera. C'era puzza, in quella taverna, un tanfo di rancido misto a sudore. Giovani in armi, dai corpi bagnati, entravano a gruppi e chiedevano vino. 
"Sa di aceto", lui mi ha detto saggiandone appena. L'ho bevuto, guardandogli il viso. Era in ombra sotto un grande cappuccio, ma gli occhi!, quello sguardo era brace nel buio. 
"Prendi questo", ho allungato del pane. Era secco e sapeva di muffa. 
"E' amaro", l'ha quasi sputato.
"E' amore", gli ho preso il polso.
"E' l'ora", lei mi ha stretto il mio. 
"E così non sia", ho annuito a nessuno. 
Scuro. Silenzio e ombre. I giovani in armi che tacciono. Qualcuno ha portato le dita allo stilo,  un altro l' ha fermato toccandogli il braccio. "Non ancora", m'è parso dicesse.
"Scappa", ha ridetto lei. "Scappa, se davvero mi vuoi"

(Carlo  Capone)

 





































postato da: behemoth2 alle ore 22:17 | Permalink | commenti (1)
categoria:e la scrittura
giovedì, 07 ottobre 2004

PRIMO INCONTRO
di Berlicche
(avvertenza: oggi m'è presa la vena mélo)


ci siamo incontrati una mattina,
una di quelle nebbiose e umide,
una di quelle in cui una brioche fragrante e un cappuccino fumante sono un diritto irrinunciabile, un risarcimento che la vita ti deve per farsi perdonare un simile principio di giornata...specie quando la notte è stata insonne, quando la notte è stata attesa e incertezza
per una voce che sta per farsi corpo,
per una fila di parole allineate su documenti,
per una serie di impulsi luminosi che tracciavano un profilo: il tuo.
Ho capito che stavolta saresti arrivato all'appuntamento quando ho sentito quel rumore sordo scuotermi dentro...ho iniziato a fare respiri lunghi e controllati mentre radunavo forze e bagagli. ho messo in borsa qualche cosa anche per te, un piccolo regalo per darti il benvenuto e farti sentire quanto il mio desiderio di te fosse stato fin dall'inizio reale e totale.
Ho continuato a respirare mentre contavo i gradini e le pulsazioni che mi portavano via da quella casa, via dall'attesa e dalle frasi di circostanza, via dai luoghi comuni e dalle convenienze, via da ogni dubbio... dritta dritta verso il tuo richiamo.
E respiravo ancora quando a bordo del taxi controllavo l'orologio ad ogni semaforo, ad ogni macchina rossa, ad ogni passante ad ogni svolta a destra...
E respiravo a fatica quando ho quasi perso i sensi per la paura che qualcosa potesse andare male, che potessi non piacerti, che potessi non piacermi che potessimo non trovarci...e chiedevo informazioni, indicazioni e rassicurazioni ma non c'era presenza che mi bastasse, nessuno che mi tranquillizzasse...
poi il respiro si è fatto frenetico, e lo sguardo è impazzito a coprire ogni direzione, ho stretto i pugni e ho preso la rincorsa perché ti ho intravisto anche nel mezzo della mia nebbia.
Sei arrivato,
e mi hai tolto il fiato
l'ho dato tutto a te,
soffiandotelo addosso
te ne ho riempito l'anima
fino a farti scoppiare
fino a renderti paonazzo
fino a farti urlare....
coperto di sangue
sangue del mio sangue
carne della mia carne
vita della mia vita
figlio.




























postato da: antrodiberlicche alle ore 11:01 | Permalink | commenti (4)
categoria:il primo incontro