giovedì, 30 dicembre 2004

amo il prosciutto, la verità, il cane, il tabacco, la vita

con fradici stracci d’ottimismo asciugo pozzanghere di lacrime e latte - strizzo e butto - strizzo e disperdo con manovre esatte - in precario equilibrismo, incero il piatto che copre il buco dopo l’alluvione - cosa pensi contenga quell’occluso anfratto che m’ostino a coprire? densi grumi di brodo, brodo di muco, qualche goccia d’olio di gomito rarefatto - mi può sempre servire: ci lubrifico la mia ragione, chè non strida nel ruvido contatto - lucido tutto..ecco: ora brilla a specchio l’algida allusione - fatto questo, mi pento e butto tutto - rallento il movimento - resto ferma e canticchio "nessuno dorma", turando(t) il naso - leggerissimamente calma, riposo - in-vento..

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categoria:e la scrittura
martedì, 28 dicembre 2004

Tanto per rompere il ghiaccio, come direbbe la gentile Giuseppina di cui ho molto gradito l'invito a partecipare, inizio con un racconto di fantasia in cui immagino l'incontro di uno psicopatico cona la mia fotografia. Inutile precisare che non vi è nulla di vero; infatti sono qui viva e vegeta...

La fotografia

Raramente mi soffermo a guardare una réclame appesa ai muri. Quando rientro a casa sono stanco, affaticato dalla routine del lavoro, inoltre le ultime sedute psichiatriche mi hanno veramente stressato: quel medico svizzero mi disorienta, mettendo sempre più confusione dentro le mie idee già di per sé sconvolte (tu es boulversé, mom amour – mi diceva una mia conquista di giovinezza, riferendosi a certe mie paranoie, amiche intime di una incipiente schizofrenia). Mi sono sempre autoconsolato delle mie stranezze, pensando che anche geni come Nietzsche e Schouman – solo per citare due a caso fra i grandi – pare fossero schizofrenici o giù di lì.

Ebbene, non sono un abituale estimatore di pubblicità sui muri – dicevo – ma quella foto di un mese fa, appesa in un vicolo che non percorro quasi mai, mi sta letteralmente ossessionando, al punto che perdo molto, troppo del mio tempo, a fare ricerche infruttuose che mi nevrotizzano sempre più.

Non è un’attrice quella donna che reclamizza nientemeno che un romanzo (ditemi se potrebbe esserci qualcosa di più distante da me, che di libri ne ho letti pochini – se si eccettuano i manuali di informatica, legati al mio lavoro e qualche libruzzo di fantascienza o opuscoletti pornografici –, che lettore non lo sono stato mai, visto che ho preferito praticare qualche sport e viaggiare, quando mi è stato possibile); non è una star, non è la Marini, non è la Parietti, eppure leggo in lei un fascino sottilmente allusivo, uno chic dell’anima che si fa calore del corpo, che mi attira, mi prende, come un’estetica calamita e io stesso non so darmene del tutto ragione.

Ho copiato il nome della casa editrice in un foglietto. È francese . In questi giorni avrei dovuto inviare un ispettore del mio laboratorio informatico a Parigi, per trattative commerciali. Andrò di persona, così anche sospendo le sedute psichiatriche, concedendomi una pausa, un breve e desiderato respiro, allontanandomi da quel funebre occhialuto, con il suo accento crucco e i suoi impercettibili oh oh., ogni volta che finge di non scandalizzarsi per le mie “perversioni” sessuali (ma uno psichiatra non dovrebbe essere nietzscheanamente al di sopra del bene e del male? E non mi direte che è poi cosa tanto grave se preferisco un rapporto in chat-line erotica ad uno reale, in cui mi dovrei sciroppare anche gli odori, i sudori e gli escreti di donne che oltretutto pretendono rassicurazioni amorose?).

Parigi mi ha accolto percorsa da un vento frizzante che ha increspato la Senna, fatto volare lontano il mio cappello e irritato la mia gola, tutto in un baleno, tutto in una volta, senza soluzione di continuità.

L’indomani, eccomi nella casa editrice a cercare lumi sulla donna del ritratto fotografico. Lunga attesa per essere ricevuto dal direttore, in un salottino odoroso di croissant, seduto su un duro divanetto, sogguardato da una maliziosa segretaria che ha arrotato tutte le erre che aveva a disposizione, per dirmi che Monsieur **** mi avrebbe ricevuto, presto anzi prestissimo. Un prestissimo lungo a dire il vero, estenuante, molestato anche da una mosca che mi si era affezionata come nessuna donna mai, nel corso della mia cinquantacinquenne esistenza.

Finalmente, il naso peduncoloso del severo Monsieur si sporse sormontato da occhiali spessi e non proprio di specchiata pulizia e la sua bocca si aprì poco, con avarizia per invitarmi ad entrare.

Gli spiegai, arrossendo e quasi balbettando, che avrei desiderato ragguagli sulla donna del ritratto, perché - i interessandomi di pubblicità (nel dire balle, come tutti gli “schizo”, sono un vero maestro) -, la ritenevo indispensabile per reclamizzare gioielli di lusso, vista l’aria aristocratica che spirava dal suo volto, mista a una sensualità di stampo borghese.

«Ce n’est pas possible !»- gracidò più volte la vocetta blesa del peduncoloso.

Madame ***** è una scrittrice e compare solo nelle copertine e nella pubblicità dei sui libri, inoltre, quella foto è del 1992.

Posso sapere almeno il nome?

«Presto fatto, disse il direttore – subodorando profumo di affari – quante copie del suo ultimo romanzo intende acquistare?»

«Cinquecento – risposi senza pensare, pronto al rimando – purché mi dia il numero privato della signora a cui voglio esprimere tutta la mia ammirazione».

«Mille – rispose, al rialzo l’ometto».

Avrei accettato anche un milione, la mia paranoia mi pulsava dentro come un piccola tirannica vaporiera.

All’inizio fu fredda al telefono, lusingata dall’acquisto, ma distante.

Non accettò di incontrarmi personalmente (aveva troppo da fare ed era in partenza…); su mia insistenza mi dette la sua mail.

Tornato a Milano le scrissi un messaggio pieno di lodi e di quella umiltà che non provo, ma che mi piace tanto imitare (tutto questo rientra nel quadro clinico del mio squilibrio mentale, dice lo psichiatra); la spocchiosetta rispose cautamente, con poche battute.

Immaginavo i suoi occhi abbassati sulla tastiera, le ciglia sembravano proiettare ali d’ombra su quelle guance gentili, mentre la bocca, arrossata da un carminio leggero, si increspava lievemente, per nascondere la noia di un rapporto forzato.

Non mollavo l’osso. Più lei tergiversava e resisteva, più io mi facevo insistente, rallentando la presa, quando avevo osato troppo, lodando ora la sua vis artistica, ora il suo aspetto di candida malizia, il suo sguardo ammiccante, la sua mano solcata da vene sottili. Davo prova di aver letto il suo romanzo riga per riga, commentando avverbi, aggettivi e spazi di silenzio e respiri dei protagonisti, senza trascurare la forza di un’interpunzione molto particolare.

Non smettevo. L’ossessione stava raggiungendo effetti parossistici.

Cosa avrei voluto ottenere?

Portarla a letto? No, le mie manie mi fanno prediligere rapporti virtuali.

Farla innamorare?

Anche, ma soprattutto umiliarla, cancellando dal suo volto la sicumera di quello sguardo in tralice, ironico, che pareva mi volesse dire: «sono una regina e tu il mio valletto, non ce la farai mai…».

Metterla in ginocchio volevo.

Dominarla.

Schiacciarla.

Dimostrarle che ero il padrone con la frusta…

Miravo ad un rapporto d’amore parlato, fingendo d’amarla.

Lavorai a lungo.

Non fu facile persuaderla a scaricare in computer una chat, dove io navigo come quel velista che sono anche nella realtà; feci io la registrazione per abbindolarla meglio (ridevo così forte che la voce mi usciva dalla gola in rantoli rochi di crudele soddisfazione…).

Chattammo per lunghe settimane.

Faceva la riottosa.

«Domani non posso, perché devo uscire a cena col marito…»

«Oggi solo pochi minuti, perché poi devo studiare»

Studia, studia, mi spazientivo, io preparandole lo scherzetto.

Un pomeriggio la gasai talmente, titillai a tal punto le sue voglie represse, accesi in lei un fuoco così vivo , da ottenere un vero appuntamento.

Sarei tornato a Parigi e l’avrei ricevuta nella mia stanza d’albergo.

Tutto stabilito.

Tutto preordinato.

Solo che alloggiai nell’albergo di fronte, per godermi la scenetta.

Dio, che risate!!!

La vidi salire la scalinata, con passo molle.

Mi accorsi solo allora che apparteneva alla specie di una di quelle donne che più che camminare “sfilano”, tanto la sua falcata era languida e naturale.

I capelli erano più corti e ricci che nel ritratto.

Il naso, di profilo, sembrava lievemente aquilino, ma nonostante il binocolo, non vedevo bene i particolari, e soprattutto mi sfuggiva lo sguardo, quello sguardo che mi era costato mille libri, sedute psichiatriche suppletive e soprattutto notti insonni a congegnare il mio piano satanico.

Dopo un’ora, la vidi ridiscendere: adesso non sfilava, incespicava.

Ripartii allegro come un grillo.

A casa trovai una mail disperata in cui era divisa tra il dolore che mi fosse capitato un incidente e l’umiliazione che l’avessi giocata.

Non risposi al telefono, finché non fui sicuro che mi avessero cambiato il numero.

La mia vita continuò come sempre, con donne virtuali, molto meglio di quelle in carne ed ossa con pretese di essere amate.

Mi parve che i miei disturbi nervosi subissero un miglioramento.

In libreria, dopo un paio d’anni, vidi esposto un suo nuovo libro.

Lo acquistai, incuriosito.

Niente foto nel retro di copertina.

Nella bandinella si leggeva: «Esce postumo, l’ultimo struggente romanzo di ****».

Peggio per lei, pensai di primo acchito.

Eppure quella morte stava tormentandomi subdolamente: la sentivo come un contraccolpo sordo.

Mi saltava addosso all’improvviso, vulnerando il mio proverbiale cinismo.

Rivedevo il suo sguardo all’improvviso, riflesso nella vetrina di un negozio; presi a vederla dentro il televisore, mi compariva nel bel mezzo di un film, affiancandosi al primo attore, ieratica, distante, lunare come un incubo.

Un bel mattino, proprio mentre facevo colazione nel bar centrale della mia città, avvertii nel tinnire del cucchiaino sul bordo della tazza, le note dolci della sua risata, una breve cascatina di perle, quasi si fossero sciolte all’improvviso quelle che nel ritratto lei portava al collo.

La vista mi si annebbiò.

Sentii appena il lamento di una sirena.

Due uomini in camice mi caricarono rudemente sull’ambulanza.

 Paris sera toujours Paris

postato da: Gardenia alle ore 15:53 | Permalink | commenti (8)
categoria:leggende metropolitane
martedì, 28 dicembre 2004

Venticinquemila leghe sotto il mare

Com'è profondo il mare

Se

guardando la natura come a

madri coccodrilli dalle verità ignote

inghiottono il frutto del loro amore

tutto ci pare reale dell’inutilità che c'ha da fare

quello che non abbiamo

voluto vedere...

E se ci verrà voglia

di lasciar perdere qualche volta

perchè appena sembrano di vita i pensieri dei nostri cuori,

allora sì,

semmai

qualcosa nell’io più lontano dei paradisi perduti

scopriremo spiaggette, forse,

dentro di noi che ancora sente,

che ancora tocca,

che ancora scrive.

Giuseppina

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 00:14 | Permalink | commenti (2)
categoria:e gli altri
giovedì, 23 dicembre 2004

Natale 2004 da Giuseppina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A tutti i miei cari amici della scrittura e alle vostre famiglie un sincero augurio di un sereno Natale, che possa portare speranza e buone cose nel nuovo anno.

Di Paolo Maria Grazia

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 00:37 | Permalink | commenti (8)
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martedì, 21 dicembre 2004

 

"E allora?"

 Buon Natale a tutti, ma proprio tutti tutti

 

clicca qui per vedere il video

Per quest'anno facciamoci un regalo anche NOI

"Ho conosciuto tanti uomini veri nella mia vita ma come i disabili mai" Giuseppina

 

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 21:52 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 20 dicembre 2004

raccontare la musica

 

più che raccontarla, la musica mi piace scriverla a orecchio, suonando le parole, morbidamente acerbe che sposano la soglia... la soglia dell’anima... un flauto si perde nel silenzio, gemono le viole... candide d’amore... due voci... saltella, si appoggia, s’inginocchia... melodia di richiamo del corno... soffio blu...

Nyfrigg ha scritto un bellissimo racconto... e la musica che sento mentre leggo ha dei colori splendidi... complimenti

postato da: pinoarchivio alle ore 17:29 | Permalink | commenti
categoria:raccontare la musica
sabato, 18 dicembre 2004

Senza parole.


C'è una poesia di Hans Christian Andersen, che qui riporto nella versione
inglese (non essendo in grado di produrne una migliore versione italiana,
ed essendo il danese poco conosciuto), che mi è tornata alla mente pochi
giorni fa. È incredibile come la musica risvegli i ricordi più sepolti. Ero all'Auditorium Agnelli di Torino. Mentre tutti i musicisti uscivano, alla fine del primo tempo, e Saglietti se ne stava seduto, scaldando il suo corno, cercavo di ricordare le note del brano successivo, "la Pavane pour une enfante defunte?" di Ravel, senza riuscirvi. O meglio, il riscaldamento del cornista mi aiutava a ricordare la melodia iniziale, ma non le emozioni
dell'intero brano. Il libretto non mi è stato di maggiore aiuto, anzi. Mi ha colpita la citazione di queste fredde parole di Ravel: "Non conferite al titolo un'importanza più grande di quella che realmente possiede. Non attribuitegli un significato drammatico: questa non è la deplorazione funebre di un'infanta appena morta, bensì l'evocazione di una pavana che avrebbe potuto danzare questa piccola principessa, un tempo, alla corte spagnola, come in un dipinto di Velàsquez.?
Eppure, rientrati i musicisti e Jeffrey Tate, il canto del corno ha dato inizio ad un'emozione fortissima e al ricordo di parole che credevo aver dimenticato. E non solo, anche alcune immagini sono apparse nella mia mente. Pianure del nord viste dal finestrino di un treno, e vissute nella tristezza, e nella speranza, che queste parole mi evocarono anni fa, e la Pavane pour une enfante defunte mi ha evocato quella sera.

THE DYING CHILD

Mother, I'm so tired, I want to sleep now;
Let me fall asleep and feel you near.
Please don't cry, there now, you'll promise, won't you?
On my face I felt your burning tear.
Here's so cold, and winds outside are frightening,
but in dreams ? ah, that's what I like best:
I can see the daqrling angel children,
when I shut my sleepy eyes and rest.

Mother, look, the Angel's here beside me!
Listen, too, how sweet the music grows.
See, his wings are both so white and lovely;
surely it was God who gave him those.
Green and red and yellow floating round me,
they?re flowers the Angel came and spread.
Shall I, too, have wings while I'm alive, or ?
Mother, is it only when I'm dead?

Why do you take hold of me so tightly,
put your cheek to mine the way you do?
And your cheek is wet, but yet it's burning ?
Mother, I shall always be with you...
Yes, but then you mustn?t go on sighing;
when you cry I cry as well, you see.
I'm so tired my eyes they won't stay open ?
Mother " look " the Angel's kissing me!

Scritto da Nyfrigg





































postato da: amicirobertocotroneo alle ore 15:28 | Permalink | commenti
categoria:raccontare la musica
sabato, 18 dicembre 2004

Vorrei chiedere da chi è cantata questa splendida Silent Night...

postato da: StormS alle ore 14:16 | Permalink | commenti (1)
categoria:segnalazioni
venerdì, 17 dicembre 2004

Giuseppina... Grazie.

postato da: StormS alle ore 12:30 | Permalink | commenti (1)
categoria:segnalazioni
mercoledì, 15 dicembre 2004

C’è qualcosa qui… qualcosa come una chitarra che suona sul far della sera… qualcosa come le goccioline di pioggia che scivolano sul vetro della finestra…

Qualcosa di dolcemente malinconico, qui.

Un calore che trapassa il cuore, come il sorriso dei bambini quando vanno in altalena; e la sensazione di essere Una in mezzo a tanti, sì, ma Speciale…

La Strada è gremita di volti e cappotti, c’è aria di Bontà…

…consumismo, sì, ma soprattutto voglia di Donare.

E il Freddo fa un inchino e danza con le luci, sospese, mentre io sorrido a chiunque incontri il mio sguardo.…

Se ascolto bene riesco a sentire il suono dei miei passi, dei Nostri Passi, tra le voci e le risate e gli schiamazzi e la musica che suona dagli altoparlanti appesi…

Passeggio lentamente tra le bancarelle di mille colori, scelgo tre Piccoli Regali per le mie tre Grandi Amiche e ripercorro la Strada al contrario.

Alla fermata parlo del più e del meno con anziane signore, poi salgo sull’autobus che mi porta a casa.

Ma la sensazione che accarezza la mia anima non svanisce.

Buon Natale, allora, un Buon Natale perché cattivo non si può, neppure se fino al giorno prima stai male, neppure se sei convinta che, no, quest’anno non c’è verso di donare, neppure se ti senti vuota e triste e sola.

Il Natale è uno Stato d’Animo, risveglia l’Amore che dorme sotto una coltre di neve.

C’è un regalo più bello?

postato da: StormS alle ore 22:37 | Permalink | commenti (1)
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