La cavalcata della destra nel nome della «tradizione»
di Roberto Cotroneo, da
"L'Unità" del 21 aprile 2005
Forse è stata una parola d'ordine, o forse è stata una suggestione, ma l'esultanza della stampa di destra all'elezione di papa Ratzinger contiene una parola molto interessante. La parola «tradizione». Ieri i giornali di area moderata e di destra, capitanati dal «Foglio», esultavano, si commuovevano, invocavano lo Spirito Santo per dire che papa Ratzinger ci salverà tutti. E che questo è il miglior papa possibile. Il che non è detto non sia vero, ma prima bisognerà capire varie cose. Solo che la stampa di destra non ha bisogno di aspettare, è pronta ad aprire un baule assai interessante, un baule impolverato, un baule che sembrava avere una serratura assai arruginita, un baule che non ha nulla a che fare con Benedetto XVI e ha molto a che fare con certi sogni, e certe banali inquietudini del reazionarismo europeo.
Ieri Giuliano Ferrara scriveva sul «Foglio»: «Se possiamo dirlo senza scandalo, e possiamo, il carisma di questo nuovo Papa è la ragione. La definitiva riabilitazione della ragione oggettivista, realista, quella che può integrarsi con la fede pur restandone separata, quella che dialoga nella consapevolezza dell'identità». Ferrara è l'unico che non parla di tradizione, anche se poi accenna a una nozione «non polverosa e settaria, ma aperta e universalistica, del concetto di occidente». Ma se non cade nella trappola del culto della tradizione, trappola in cui cadono tutti, finisce per confondere ragione e realismo, affogandoli nell'idea di carisma e nel concetto di occidente, un'insalata insomma. Il carisma è assai lontano da ragione e realismo, e forse papa Ratzinger potrebbe spiegarglielo assai bene, perché nella teologia cristiana è una dote sovrannaturale, che è data da Dio. Avere un carisma della ragione è in qualche modo un ossimoro, e persino un po' eretico, e da che mondo e mondo qualunque teologo, a sentire soltanto parlare di realismo - di qualsiasi genere, dal realismo platonico, al realismo empirico kantiano, fino ai pensatori americani del «new realism» - finisce per impallidire.
Giuliano Ferrara non si limita a mettere assieme troppe cose, ma aggiunge «che Ratzinger è un colossale pensatore, un uomo che padroneggia le lingue nascoste della filosofia che ha una germanica consuetudine con le ossessioni del nichilismo contemporaneo». Passi il colossale (se papa Ratzinger è colossale, Heidegger cos'è?), ma da quando in qua la filosofia ha lingue nascoste? E dunque dottrine esoteriche? La filosofia può avere lingue complesse, non lingue nascoste.
L'entusiasmo non gioca brutti scherzi solo al colto Ferrara. Renato Farina su «Libero» maneggia in modo maldestro materiali che gli devono essere estranei. Lui è felice per questa elezione, e cita Eliot, sbagliando: «Benedetto XVI si chinerà sui germogli avvizziti, proverà a soffiare con leggerezza su noi uomini vuoti, uomini impagliati di cui scriveva Thomas Stearn Eliot. Un po' di rugiada, l'acqua benedetta sulla nostra terra desolata». Riferendosi chiaramente al poema di Thomas Stearns (e non Stearn) Eliot: «The Waste Land». Dove non si parla affatto di rugiada, né di acqua benedetta sulla nostra terra desolata, ma al massimo della «red rock» della roccia rossa, che simboleggia la chiesa cattolica: «venite all'ombra della roccia rossa». Poi dopo vari riferimenti filosofici Farina finisce anche lui nel citare il
nichilismo: «l’aggressione dell'Islam e del nichilismo», e parla di «tradizione vivente» e di «rifondazione cristiana».
Una tradizione e una rifondazione a cui fa riferimento anche Paolo Del Debbio sul «Giornale», quando dice: «A lui spetta la guida della Chiesa che deve custodire la Verità per custodire (sic, ancora) e prendersi cura del senso della vita dell'uomo». E Aldo Di Lello sul «Secolo d'Italia» torna al concetto di Europa, al cuore dell'Europa, alla «rievangelizzazione» (che è
una rifondazione, ovviamente) e che «Benedetto XVI dovrà combattere una
nuova battaglia, quella contro il nichilismo». E ovviamente contro «modernità atea e tronfia» e una «postmodernità» (termine che non significa nulla) «certo meno tronfia ma sicuramente assai lontana dalla verità». Persino Francesco Cossiga parla di «tradizione», e associa la «tradizione» alla «verità» e si scaglia contro la cosiddetta cultura «moderna». E anche Gianni Alemanno parla di «voce della tradizione». E sulla tradizione fa il suo editoriale Gennaro Malgeri per «l'Indipendente» con un articolo intitolato «Il papa della tradizione», ma almeno lui non cade in insensatezze.
Ma perché questa assoluta ossessione della stampa di destra su nichilismo e modernità, sulla rifondazione della Chiesa e sull'idea d'Europa, sulla rievangelizzazione e sulla verità? In realtà è proprio sul termine «tradizione» che bisognerebbe intendersi. Da qualche secolo la tradizione non è come tutti hanno scritto ieri sinonimo di verità, ma è trasmissione di tecniche. Per associare «tradizione» a «verità» bisogna tornare ad Aristotele. Ma è il neoplatonismo che identifica tradizione e verità.
Da allora filosofia, storia e scienza sono tutto un negare quel concetto: da Herder a Hegel, passando soprattutto per gli Illuministi, che centrano il dibattito proprio su storia e tradizione. La tradizione come verità oggi è un concetto buono per i fan del «Codice da Vinci», e questo vale anche per le lingue segrete della filosofia, per le ermeneutiche esoteriche, e per le citazioni di Eliot sbagliate. papa Ratzinger non è certo di quelli che fanno certe confusioni, forse non è un pensatore colossale, ma è un pensatore assai importante che si spera, oggi, possa stupirci in direzione di una modernità che non sia quella di una misteriosa e inafferrabile tradizione, ma sia quella del Vangelo, che è già abbastanza moderno di per sé. Senza scomodare altro.










