lunedì, 25 aprile 2005

La cavalcata della destra nel nome della «tradizione»

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 21 aprile 2005

Forse è stata una parola d'ordine, o forse è stata una suggestione, ma l'esultanza della stampa di destra all'elezione di papa Ratzinger contiene una parola molto interessante. La parola «tradizione». Ieri i giornali di area moderata e di destra, capitanati dal «Foglio», esultavano, si commuovevano, invocavano lo Spirito Santo per dire che papa Ratzinger ci salverà tutti. E che questo è il miglior papa possibile. Il che non è detto non sia vero, ma prima bisognerà capire varie cose. Solo che la stampa di destra non ha bisogno di aspettare, è pronta ad aprire un baule assai interessante, un baule impolverato, un baule che sembrava avere una serratura assai arruginita, un baule che non ha nulla a che fare con Benedetto XVI e ha molto a che fare con certi sogni, e certe banali inquietudini del reazionarismo europeo.
Ieri Giuliano Ferrara scriveva sul «Foglio»: «Se possiamo dirlo senza scandalo, e possiamo, il carisma di questo nuovo Papa è la ragione. La definitiva riabilitazione della ragione oggettivista, realista, quella che può integrarsi con la fede pur restandone separata, quella che dialoga nella consapevolezza dell'identità». Ferrara è l'unico che non parla di tradizione, anche se poi accenna a una nozione «non polverosa e settaria, ma aperta e universalistica, del concetto di occidente». Ma se non cade nella trappola del culto della tradizione, trappola in cui cadono tutti, finisce per confondere ragione e realismo, affogandoli nell'idea di carisma e nel concetto di occidente, un'insalata insomma. Il carisma è assai lontano da ragione e realismo, e forse papa Ratzinger potrebbe spiegarglielo assai bene, perché nella teologia cristiana è una dote sovrannaturale, che è data da Dio. Avere un carisma della ragione è in qualche modo un ossimoro, e persino un po' eretico, e da che mondo e mondo qualunque teologo, a sentire soltanto parlare di realismo - di qualsiasi genere, dal realismo platonico, al realismo empirico kantiano, fino ai pensatori americani del «new realism» - finisce per impallidire.
Giuliano Ferrara non si limita a mettere assieme troppe cose, ma aggiunge «che Ratzinger è un colossale pensatore, un uomo che padroneggia le lingue nascoste della filosofia che ha una germanica consuetudine con le ossessioni del nichilismo contemporaneo». Passi il colossale (se papa Ratzinger è colossale, Heidegger cos'è?), ma da quando in qua la filosofia ha lingue nascoste? E dunque dottrine esoteriche? La filosofia può avere lingue complesse, non lingue nascoste.
L'entusiasmo non gioca brutti scherzi solo al colto Ferrara. Renato Farina su «Libero» maneggia in modo maldestro materiali che gli devono essere estranei. Lui è felice per questa elezione, e cita Eliot, sbagliando: «Benedetto XVI si chinerà sui germogli avvizziti, proverà a soffiare con leggerezza su noi uomini vuoti, uomini impagliati di cui scriveva Thomas Stearn Eliot. Un po' di rugiada, l'acqua benedetta sulla nostra terra desolata». Riferendosi chiaramente al poema di Thomas Stearns (e non Stearn) Eliot: «The Waste Land». Dove non si parla affatto di rugiada, né di acqua benedetta sulla nostra terra desolata, ma al massimo della «red rock» della roccia rossa, che simboleggia la chiesa cattolica: «venite all'ombra della roccia rossa». Poi dopo vari riferimenti filosofici Farina finisce anche lui nel citare il nichilismo: «l’aggressione dell'Islam e del nichilismo», e parla di «tradizione vivente» e di «rifondazione cristiana».
Una tradizione e una rifondazione a cui fa riferimento anche Paolo Del Debbio sul «Giornale», quando dice: «A lui spetta la guida della Chiesa che deve custodire la Verità per custodire (sic, ancora) e prendersi cura del senso della vita dell'uomo». E Aldo Di Lello sul «Secolo d'Italia» torna al concetto di Europa, al cuore dell'Europa, alla «rievangelizzazione» (che è una rifondazione, ovviamente) e che «Benedetto XVI dovrà combattere una nuova battaglia, quella contro il nichilismo». E ovviamente contro «modernità atea e tronfia» e una «postmodernità» (termine che non significa nulla) «certo meno tronfia ma sicuramente assai lontana dalla verità». Persino Francesco Cossiga parla di «tradizione», e associa la «tradizione» alla «verità» e si scaglia contro la cosiddetta cultura «moderna». E anche Gianni Alemanno parla di «voce della tradizione». E sulla tradizione fa il suo editoriale Gennaro Malgeri per «l'Indipendente» con un articolo intitolato «Il papa della tradizione», ma almeno lui non cade in insensatezze.
Ma perché questa assoluta ossessione della stampa di destra su nichilismo e modernità, sulla rifondazione della Chiesa e sull'idea d'Europa, sulla rievangelizzazione e sulla verità? In realtà è proprio sul termine «tradizione» che bisognerebbe intendersi. Da qualche secolo la tradizione non è come tutti hanno scritto ieri sinonimo di verità, ma è trasmissione di tecniche. Per associare «tradizione» a «verità» bisogna tornare ad Aristotele. Ma è il neoplatonismo che identifica tradizione e verità.
Da allora filosofia, storia e scienza sono tutto un negare quel concetto: da Herder a Hegel, passando soprattutto per gli Illuministi, che centrano il dibattito proprio su storia e tradizione. La tradizione come verità oggi è un concetto buono per i fan del «Codice da Vinci», e questo vale anche per le lingue segrete della filosofia, per le ermeneutiche esoteriche, e per le citazioni di Eliot sbagliate. papa Ratzinger non è certo di quelli che fanno certe confusioni, forse non è un pensatore colossale, ma è un pensatore assai importante che si spera, oggi, possa stupirci in direzione di una modernità che non sia quella di una misteriosa e inafferrabile tradizione, ma sia quella del Vangelo, che è già abbastanza moderno di per sé. Senza scomodare altro.

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giovedì, 21 aprile 2005

LA GENTE CORRE E APPLAUDE MA NON è PIù UN TIFO DA STADIO

di Roberto Cotroneo, da L'Unità del 20 aprile 2005

La gente che corre. Questa sarà l’immagine che verrà associata più di ogni altra all’elezione di questo papa. Gente che corre per via della Conciliazione, spesso con un telefono cellulare appiccicato all’orecchio. E poi la telecamera che inquadra la piazza come la vedrà il futuro papa che andrà ad affacciarsi. «La vedrà così, la piazza, come la vedete voi in questo momento», dice il telecronista. E poi ancora gente che corre. Corre per l’evento, o corre per sapere chi sarà il suo futuro capo spirituale, il suo vescovo, il papa. La gente corre per l’evento. Corre perché spera in un nuovo papa che buchi ancora il video: forse vorrebbe un brasiliano, un indiano, magari anche il nigeriano. O magari spera in un papa italiano. E tutti, neanche a dirlo sperano che il nome sia Giovanni Paolo III. Insomma tutti vorrebbero ancora un padre mediatico. E non sanno bene attraverso quali sottigliezze passerà questa elezione. Quando viene annunciato il nome di Joseph Ratzinger, con una procedura inedita, e un saluto in inglese, in francese e in spagnolo, la gente applaude. L’icona del papa degli ultimi ventisette anni non ha l’aria del cardinal Ratzinger, però si applaude ugualmente. Anche se il tifo da stadio si attenua un po’. Non è delusione, ma semmai un ritorno alla realtà di una chiesa che riesce sempre e comunque a tener lontane da sé le sirene mediatiche, le suggestioni, e la tentazione di replicare con un altro papa per così dire “popolare”, un altro papa delle periferie del mondo: un altro papa eccentrico, per certi versi, come fu eccentrico (se così si può dire di un papa) Giovanni Paolo II. Ratzinger ha un lieve accento tedesco e non ha sentito il bisogno di accattivarsi la folla che correva e che cercava di scattare la fotografia storica con il telefono cellulare. E lui ha scelto un nome che i più non si aspettavano, perché tutti volevano Giovanni Paolo III, e invece cardinal Ratzinger è tornato a Benedetto, Benedetto XVI, dopo Benedetto XV, Giacomo Della Chiesa, un altro aristocratico, di famiglia e di fatto. Da ieri c’è un tam tam assoluto, incessante, di immagini, filmati e biografie: su chi è Joseph Ratzinger, sulle cose che ha scritto (una bibliografia sterminata), su quello che pensa e ha pensato fino ad oggi. «Mi consola il fatto che il signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere», queste le sue parole appena eletto. Parole misurate, timide e attente. Ma pochi di quei signori che stavano nella piazza possono immaginare che tipo di papa sarà Benedetto XVI. Pochi di quella folla che correva. Gli strumenti per capire Giovanni Paolo II erano immediati, semplici, persino epidermici, gli strumenti per intuire Bendedetto XVI sono assai più complessi. Persino contraddittori.Rivoluzionario o rigido custode dell’ortodossia? Progressista o conservatore? Noi sappiamo che è entrambe le cose. Ma sappiamo anche che il custode dell’ortodossia è assai rigido e assai poco incline a concessioni sui temi della bioetica ad esempio. Ma sappiamo inoltre che per altri aspetti è un progressista. Conosciamo la sua ironia, e il suo essere capace di guardare alla Chiesa in un modo sorprendente.Noi però non sappiamo ancora esattamente il perché di quel nome scelto, e non sappiamo perché i cardinali sono stati così determinati e inequivocabilmente decisi a eleggerlo soltanto dopo quattro votazioni. Però è chiaro che Benedetto XVI sarà tutt’altra cosa. E siccome la Chiesa si muove con una lucidità assoluta bisogna capire cosa c’è da fare da oggi in poi, e in che modo dovrà farlo il nuovo papa.Rimane però il tam tam mediatico, le aspettative, il modo in cui il papato è stato vissuto fino ad oggi, soprattutto dai più giovani. Possiamo scommettere che Benedetto XVI non sarà il papa dei giovani, almeno come lo è stato Giovanni Paolo II, e forse non sarà neppure il papa dei viaggi. Viene eletto che ha vent’anni in più di quelli che aveva Karol Wojtyla quando fu fatto papa. Non sarà il “parrocco del mondo” come disse di se stesso Giovanni Paolo II, e «il parroco del mondo non può non andare almeno una volta da tutti i suoi parrocchiani».Benedetto XVI non sarà il parroco del mondo ma sarà l’uomo che dovrà impostare la Chiesa, la sua dottrina, le sue aperture e le sue chiusure per il secolo che si è appena aperto. Non a caso, con una suggestione che ci ricorda persino Fernando Pessoa, Ratzinger ha parlato più volte di una fede dell’inquietudine; e andarsi a leggere almeno gli ultimi scritti del futuro papa è un’esperienza sorprendente. Un intellettuale, un intellettuale europeo, questo è Ratzinger. E c’è da immaginare che la sua scommessa (guarda che caso, proprio come quella di Benedetto XV) sarà il riavvicinamento con le chiese d’Oriente, anziché con il protestantesimo, per fare un esempio, verso il quale c’è molta distanza, troppa. C’è da immaginare che sui temi della fecondazione e della bioetica questo Pontificato sarà poco aperto e molto dottrinale, e invece è probabile che le rivoluzioni maggiori verranno proprio dalla riorganizzazione, in un senso moderno, della Chiesa al suo interno. Questo è un papa che guarderà alla folla ma guarderà soprattutto ai palazzi vaticani.Forse la folla dei fedeli ha avuto una leggera sorpresa, nel sentire il suo nome, un candidato troppo candidato annunciato per pensare che sarebbe stato lui il successore di Wojtyla. Ma Benedetto XVI ha dalla sua il fatto che ormai Giovanni Paolo II il Grande rimarrà il grande per le sterminate folle di fedeli. Dovrà lui dare il via al suo processo di beatificazione, e questo processo andrà di pari passo con il suo operato pontificale, che però sarà un’altra cosa.Non c’è da rimanere delusi: ma ora la partita è tutta concettuale, ora si tratta di mettere in campo sottigliezze, di andare verso la modernità ma anche di proteggersi dalla modernità. Si parlerà di pace, ma si parlerà ancora di più di politiche della Chiesa, si ragionerà di Terzo Mondo, ma si dovrà affrontare il tema dell’aborto e il tema del primato della Chiesa Cattolica nel mondo. Forse si riaprirà l’annosa querelle sul latino, e sicuramente Benedetto XVI scatenerà molte passioni. Solo che saranno di tipo assai diverso di quelle suscitate dal suo predecessore.Internet è intasato di link su di lui, ed è esistito fino a qualche mese fa un vero e proprio fan club, il  http://www.ratzingerfanclub.com" ; ne esiste un altro che raccoglie tutti i documenti emanati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede fino a quando ne è stato il Presidente, ovvero fino ad oggi. Ma sono passioni intellettuali, e sono speranze, soprattutto di quelli che vedono in lui il difensore migliore, perché il meglio attrezzato in assoluto, di una ortodossia persino eccessiva. Ma sono quelli che poi dimenticano che l’attuale papa è stato un teologo movimentista, che è stato amico del teologo Hans Küng, e che entrambi erano chiamati nei primi anni Sessanta, i “Konzilteenager”, i teenager del Concilio, Vaticano II s’intende. Se qualcuno pensa che questo sarà un papato di transizione pensa giusto. Ma bisognerà intendersi proprio sulla parola transizione, nella transizione di Benedetto XVI ci saranno meno folle e mille problemi aperti sul tavolo che soltanto uno come lui può affrontare con sicurezza. Molti di quei problemi non è detto che possano piacere sempre, soprattutto a quei laici che guardano a una chiesa moderna, anzi. Altri probabilmente avranno da questo papa soluzioni inaspettate. Certo la sua modernità come la sua antimodernità non sarà né banale e neppure prevedibile, come lo sono i suoi scritti. Per quanto riguarda il papato di Giovanni Paolo II, quello è un’altra storia, e le folle che correvano verso il nuovo papa incominceranno a capirlo e a prenderne atto. Quel mondo lì, pur nella continuità, è proprio finito.

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sabato, 16 aprile 2005

Jaguar, Panther, Tiger: i felini a caccia della memoria
di Roberto Cotroneo, da L'Unità

 Non è mica una cosa da poco decidere in che spazi muoversi durante la giornata. E non si tratta di spazi urbani, o di spazi domestici. Ma si tratta di spazi dentro il computer. O, come li chiamano gli specialisti, ambienti operativi. In molti sottovalutano ancora il problema. Un computer vale l’altro, un computer serve per lavorare, un computer deve essere potente e avere buona memoria, poi il resto ha poca importanza. Ma questo è sempre più un pensiero arcaico, lontano, che appartiene a un altro mondo, un mondo superato. Perché ormai i computer ti accompagnano per buona parte della tua vita. Si accendono e ti mostrano un mondo possibile, diventano un ipotetico luogo dove ti muovi, dove archivi i film, metti a punto le fotografie, memorizzi i testi, ascolti musica, e addirittura finisci per comporla. È su questo nuovo modo di pensare i computer che si gioca la partita futura di Microsoft e di Apple. La guerra dei sistemi operativi. Microsoft più austero, Apple più aggressiva. Microsoft che lavora da tempo a un nuovo sistema segretissimo. Apple che ne sforna uno all’anno, e dà loro dei nomi molto creativi: prima Jaguar, poi Panther, e prossimamente Tiger. Mentre Bill Gates, capo di Microsoft, si limita a usare gli anni in cui vengono sfornati i sistemi operativi: il Windows 98, Windows 2000, Windows XP. Finestre sul mondo per Microsoft, vera a propria caccia grossa per Apple, che ha inventato un browser, ovvero un programma per andare su internet, che si chiama Safari, mentre in casa Microsoft continuano ad aggiornare il vecchio programma Explorer.

 

Ma al di là dei nomi e delle strategie di marketing c’è una nuova filosofia che sta facendosi largo. Attraverso due aspetti. Il primo è che il computer quando si accende diventa un oggetto estetico, qualcosa che non serve soltanto a scrivere, o a elaborare e vedere immagini, ma è come entrare in una stanza, con mobili e oggetti che disponiamo secondo un criterio tutto nostro. Il secondo è che, indipendentemente dal tipo di sistema operativo, esiste un nuovo spicchio della nostra vita che fino a qualche tempo fa non era neppure immaginabile. E che è la vita digitale. Cioè tutto quanto riusciamo a immagazzinare in un disco rigido di computer, e soprattutto il modo in cui possiamo gestire tutti questi documenti. Questo è il problema più serio: poter cercare. Cercare non soltanto su internet attraverso i motori di ricerca, ma cercare dentro le nostre macchine per mettere assieme progetti ed eventi. Tiger, il futuro e annunciatissimo sistema operativo di Apple, si fonda proprio su questo punto. Poter cercare, poter riunire tutto assieme, poter mettere in fila cose lontane che magari hanno soltanto una parola in comune.

Non è un dettaglio da poco. È una rivoluzione assoluta, di cui ancora non riusciamo a comprendere fino in fondo la portata. Il signor Steve Jobs, grande capo della Apple, presentando Tiger durante l’ultima convention di San Francisco ha mandato a dire ai concorrenti di Microsoft di cominciare a fare le fotocopie. Che in pratica significa: quando usciremo con Tiger potrete soltanto copiarci. E forse ha ragione. Perché con Tiger tutte le ricerche di file, e persino di immagini saranno possibili, e ogni documento, anche il più sperduto, il più dimenticato riaffiorerà dalla memoria del computer di casa, o del portatile con un semplice click della tastiera. E con il passare degli anni la ricerca potrà riguardare vecchi testi scritti, magari antiche mail, finite nell’enorme calderone delle cose archiviate.

Ed è più importante di quanto si creda. Soprattutto perché ormai siamo vittime di un paradosso. Il paradosso è che un’intera vita di immagini, di documenti, di filmati, di libri, persino di enciclopedie da consultare possono occupare un piccolo spicchio di disco rigido. Nel futuro tutto quello che un tempo stava in un intero solaio del nonno, in decine di cassetti straripanti di fotografie di famiglia finirà semplicemente in un computer portatile. Un tempo il ritrovare le proprie foto, il rileggere le proprie lettere, o le lettere dei nonni, il rivedere e sfogliare vecchie riviste, passava dalla casualità, dalla possibilità di farsi cadere in testa una scatola di biscotti, dall’alto di un armadio, e scoprire che all’interno, legate con un nastro azzurrino, c’erano vecchie lettere mai lette da nessuno. Domani tutto starà in cartelline virtuali, in iconcine colorate e disordinate, e magari dimenticate. Che non si possono maneggiare, che non possono essere ritrovate per caso, a meno di non aprire documenti non bene identificabili nelle due dimensioni di un monitor. L’idea che un giorno (oggi ancora non è possibile) isolando il viso di una persona da una fotografia, si possa chiedere al computer di cercare in quali altre foto di un immenso archivio quel viso ricompare, è stupefacente e impressionante.

Tra dieci anni (non tra cinquanta, o tra un secolo) chiunque potrà fotografare all’infinito, girare film che testimoniano la nostra vita quotidiana, e portarsi appresso, in un paio di etti, tutto lo scibile, tutta la letteratura del mondo, intere collezioni di giornali, in un miscuglio curioso di cose proprie e cose di altri. Tutto questo dovrà essere gestito, ma soprattutto tutto questo deve essere utilizzabile. Se un tempo per farlo ci volevano grattacieli e palazzi interi, se un tempo per consultare archivi bisognava camminare e camminare per corridoi lunghissimi, oggi bisogna saper «camminare» in ambienti operativi sempre più sofisticati. E quegli ambienti operativi finiranno per sostituire gli ambienti veri perché sono terribilmente più potenti e maneggiabili. Ed è per questo che oltre alle funzionalità sempre più rapide e sempre più efficaci, c’è bisogno di un ambiente rassicurante, un ambiente arredato secondo una filosofia. La filosofia di Apple è ruggente e immaginifica, animali della foresta ed effetti speciali. Applicazioni e programmi che si aprono sul monitor attraverso l’effetto genio di Aladdin, schermi che hanno immagini astratte e sospese. Microsoft cerca ancora di tenere distante la vita vera dalla funzione della macchina. Ma non durerà a lungo. Prima o poi, come in un videogioco troppo realistico si finirà per scambiare finzione e realtà. La vita digitale si presenterà molto più ordinata, molto più facile da afferrare della vita vera. E forse molti avranno la tentazione di vivere per trasformare tutto in documenti, fotografie, filmati, musica ascoltata e composta direttamente al computer e documenti scritti. E poi mescolare tutto assieme, e trovare un senso dove un senso forse non c’è. E a quel punto sembrerà di essere entrati a capofitto in un racconto di Jorge Luis Borges. Quando i computer, naturalmente, non esistevano.

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domenica, 10 aprile 2005

La colza danneggia gravemente Siniscalco.

Prima di fare questo discorso occorre una piccola premessa. Quanto sto per dire danneggia gravemente il ministero delle finanze, inoltre è considerato "truffa" dallo stato. Se deciderete di mettere in atto quanto NON vi consiglio affatto di fare, quindi, sarete perseguibili e io ovviamente NON vi consiglio di farlo. VI spiego semplicemente e nel dettaglio cosa NON fare.
La premessa criminosa è la seguente: quando i motori diesel vennero ideati, non esisteva ancora il carburante che oggi noi definiamo "diesel". Non esisteva perché non esistendo i motori Diesel,nessuno (escluso il buon Diesel) si era mai chiesto con cosa farli camminare. Quindi, i primi motori diesel furono concepiti avendo come combustibile degli olii vegetali, come l'olio di
semi, l'olio di soia, l'olio di girasole, l'olio di semi vari, e così via. Si,proprio così, quelli che usate in casa per friggere. La domanda è: e i motori di oggi? La risposta è : idem. La stragrande maggioranza dei motori diesel (credo potreste avere dei problemi con quelli turbocompressi) è capace di bruciare uno qualsiasi degli olii che si usano in cucina, con l'eccezione dell'olio di oliva (dovreste prima surriscaldarlo, aspettare che decanti il residuo, e poi ossidare alcune sostanze facendoci gorgogliare dell'aria mentre bolle. Far passare dell'ossigeno dentro un combustibile
liquido che bolle non è mai saggio, quindi non lo fate se non vi chiamate Enichem di cognome. Per di più il numero di esano è alto, quindi il botto lo sentirebbero molto lontano). Comunque, la notizia che il Resto del Carlino dava oggi è la seguente. La gente, a quanto sembra , sta iniziando
a scoprire l'olio di colza. L'olio di colza è un oliaccio di merda che le industrie usano per friggere su larga scala, e ha due vantaggi: il primo è che rovina il fegato molto lentamente, il secondo è che costa poco. Costa poco nel senso che all'ingrosso e nei discount il suo prezzo oscilla tra il 0.45 e i 0.65 euri/litro. E quindi il Carlino dice che molta gente, "complice il tam tam su internet" inizia a prendere d'assalto i discount per comprare questo olio. Dopodiché lo si ficca nel motore. Problemi tecnici? L'unico problema tecnico è che l'olio vegetale è leggermente più denso degli altri, e quindi potrebbe dare dei problemi all'accensione. L'ideale sarebbe partire con il diesel petrolifero, e poi iniziare con l'olio di semi vari, o l'olio di colza. Questo significa che la cosa migliore da fare è testare sul vostro motore quale sia la percentuale massima di olio vegetale che potrete usare. Prima ne aggiungete il 10% e vedete come va, poi il 20% e vedete come va, poi il 40% e vedete come va, eccetera. LA cosa che dovrete verificare è come si comporta in accensione. I vecchi motori diesel, quelli non common-rail, quelli con le candelette di preriscaldamento per intenderci, NON hanno alcun problema e ci potrete cacciare dentro quanto olio vegetale volete. Quelli common rail invece vanno verificati come dicevo prima, aggiungendo lentamente percentuali sempre più alte di olio vegetale. Non sarebbe stranissimo se riusciste anche voi, come la maggior parte, ad aggirarvi sul 75% - 80%. L'olio di semi, l'olio di colza, possono costare anche 0.45-0.50 al litro. Il diesel...
Tutto qui, direte voi? No, non è tutto qui. Perché lo stato considera questa cosa una truffa, cioè un reato. Se voi, cioè, comprate legalissimamente un litro di olio di colza e anziché friggerci i calamari lo infilate nel serbatoio del vostro diesel per lo stato state compiendo un reato che è truffa, perché state evadendo la tassa che c'è sui carburanti. Non importa il fatto che l'automobile sia VOSTRA e
anche l' olio sia VOSTRO e quindi ci fate quel che volete. Lo stato dice che nel momento in cui diventa carburante, qualsiasi cosa debba pagare delle accise. Quindi nel momento in cui io sbatto, che so, il resto del carlino nella stufa, sto compiendo una truffa perché il resto del carlino NON paga l'accisa sui carburanti ad uso domestico. Allora, qual è il problema? Il problema è che il carlino vorrebbe dare la notizia, come la voglio dare io, mentre lo stato (che teme che la gente sappia come truffarlo) non vorrebbe. E cosi, i giornalisti sono minacciati di denuncia, per istigazione a delinquere, qualora dicessero che tale operazione sia possibile, e che tale operazione sia vantaggiosa. Quindi, mi adeguo. Allora, con questa operazione il diesel lo pagate dai 0.45 ai 0.65 euri al litro. Siccome il diesel petrolifero , come è noto, costa MENO di così, allora l'operazione è svantaggiosa. Allo stesso modo, bruciare olio di colza inquina zero. Inquina zero perché siccome il bilancio chimico di una pianta è nullo, il CO2 che buttate nell'atmosfera è lo stesso che la pianta ha assorbito per crescere, e il bilancio per il pianeta è nullo. Le misurazioni poi mostrano come il tasso di zolfo sia pressoché nullo, e le polveri sottili siano la metà del diesel petrolifero. Siccome inquinare è BELLO, allora ovviamente (in ottemperanza alle leggi vigenti) devo dirvi che usare l'olio di colza è SBAGLIATO perché rispetta l'ambiente, cosa che, come sappiamo tutti, non è giusto fare.
Come se non bastasse, l'olio di colza ha un numero di esano leggermente (il 3%) migliore rispetto al diesel petrolifero, ovvero il vostro motore non solo durerà di più, ma avrà una resa migliore e brucerà meno combustibile. E questo, come ci insegnano le vigenti leggi, è MALE, perché dire il contrario sarebbe istigare alla truffa. La stessa cosa vale per l'olio di canapa, che è ancora migliore rispetto ai precedenti due. Errata corrige: trattandosi di truffa contro lo stato, è ancora PEGGIORE. Sporca di meno, mentre noi tutti sappiamo che inquinare è BELLO, rende di più, e non c'è bisogno che vi elenchi le insidie del risparmio (pratica immonda e scellerata) e, come se non bastasse, è una sonora mazzata nei coglioni a Siniscalco, la persona in Italia le cui gonadi stanno più a cuore a tutti
noi. Guardatelo: i suoi occhioni profondi, quello sguardo languido e sensuale, l'espressione viva e intelligente: come pensate di dare un dispiacere ad un "piezz'ècore" del genere? Quindi, vi esorto a NON piegarvi a queste diaboliche pratiche consistenti nel risparmiare (vade retro, satana!) soldi mettendo (coprite gli occhi alle vostre figlie) olio di colza nel serbatoio della vostra automobile diesel (che Siniscalco mi perdoni, l'ho detto!), risparmiando per di più di inquinare il pianeta (che come sappiamo invece necessita di dosi crescenti di inquinamento. La colza danneggia gravemente Siniscalco. Aut min conc. Fate finta che ci sia anche un bel rettangolo color nero "annuncio funerario" attorno, come nelle sigarette. Come mai dico questo? Dico questo non perché sia una novità, ma perché è una di quelle notizie che non si dovrebbero far circolare, e che sui giornali non trovano spazio. Motivo evidente: contate il numero di pubblicità di aziende che fanno carburanti, e il numero di pubblicità di aziende che fanno olio vegetale, e scoprirete il perché. Siccome in USA c'è un dibattito sul potere dei blog, mi piacerebbe fare un test: vedere quanto si diffonde una notizia (sebbene già nota a molti) in barba alla censura industriale che vige sui giornali, e che usa il ricatto "non faccio più pubblicità sul tuo giornale se non dici cosa voglio io".

Beppe Grillo

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lunedì, 04 aprile 2005
Silenzi e rumori
di Roberto Cotroneo

 Questi due giorni di agonia si sono fermati con i rintocchi della campana, le condizioni cardiache ahnno accelerato tutto. Ora siamo di fronte al fatto. Il Papa è morto, ma questi giorni di attesa hanno lasciato scoperti i nervi dei media e hanno mostrato una inadeguatezza persino inaspettata del teatrino tutto italiano della comunicazione.

 

È curioso, sembrava del tutto evidente che la morte di un papa, e non di un papa qualsiasi, ma di questo papa, che è entrato nella storia più degli altri, potesse essere affrontata con qualche profondità in più, persino con un profilo più dimesso. Invece le dinamiche della comunicazione sono rimaste le stesse: e l'emotività da spia rossa della telecamera che in questi vent'anni ha cambiato l'Italia - autoreferenziale, ossessiva, e tutto sommato piuttosto inutile - si è presentata ugualmente, seppure con qualche logica prudenza.

Nel resto del mondo si affronta il tema, e si affronta questa lunga agonia, data dalla forte tempra del papa, e dai progressi della medicina, con consapevolezza e attesa.

Nell'Italia della gente comune si prega nelle chiese, e si sta in silenzio a piazza san Pietro. Come è accaduto venerdì notte: un silenzio di 60 mila persone assolutamente irreale, di ragazze e ragazzi con una candela in mano, e con uno sguardo malinconico. Le immagini della piazza dicevano che c'era la folla, e quelle immagini passavano per i telegiornali, ma in quella piazza, per chi c'era, non era affatto una folla, erano persone, erano sguardi, rosari, ma anche occhi fissi su quella finestra accesa. E poi i giovani e anche i bambini, quelli per cui questo papa era "il papa", l'unico mai conosciuto, l'icona del papato, capaci di mescolare l'applauso, con i cori, una sorta di ola sacra e rispettosa, che qualche persona del servizio d'ordine ha cercato di fermare, ma senza risultato.

Accanto a queste persone, accanto a questa gente che ancora oggi andava e veniva, guardava e si fermava, sorrideva e pregava, rimaneva in silenzio, e cercava il silenzio c'erano i telegiornali, le trasmissioni, le indiscrezioni, le parole, le anticipazioni, di tutti e di troppi. Forse è inevitabile, e forse l'emotività del momento non consente dei comportamenti coerenti. Ma pazienza che l'agenzia Tass abbia battuto la morte del papa alle 21.00 di ieri. E pazienza per l'elettroencefalogramma piatto dato ieri a un certo punto dalle agenzie, e pazienza per il fatto che il papa ha perso conoscenza troppe volte, e troppe volte ha ritrovato conoscenza. E ancora che ha scritto i bigliettini, e ancora che è riuscito a riconoscere un cardinale, o altri. Questo è inevitabile, questo non può non accadere, ed è persino il segno di una forma di democrazia della Chiesa, una forma di trasparenza che Giovanni Paolo II ha voluto da subito. E che si porta con sé alcuni strascichi di imprecisione e di voci incontrollate che fanno parte proprio della trasparenza della comunicazione. Certo, con Pio XII non accadde. Il papa prima di Giovanni Paolo II o stava bene o moriva.

Ma non bisogna confondere quello che è fisiologico di un evento che segna la storia di un quarto di secolo, e di un quarto di secolo cruciale, del mondo, e quello che invece appartiene ad altro. Perché forse non c'era da augurarsi che anche per l'agonia del papa si scatenasse qualcosa che suona strano, che suona discutibile. Intanto perché non c'è il confine tra ciò che è e ciò che sta per accadere, c'è una sorta di onda emotiva che prescinde dagli eventi. Perché va detto: anche se è molto difficile prevedere i tempi, il papa è su una strada di non ritorno. Le sue condizioni cliniche dicono che non ci sono più cure. Anche se è lucido, e riesce a interloquire quel poco con le persone che gli tengono compagnia e lo assistono in questo difficile momento. Allora in questa lunga agonia ha poco senso applicare in modo, oseremo dire, pedissequo, certi schematismi dell'informazione spettacolo. Tutti a chiedersi cosa fosse un sondino naso-gastrico, tutti a intervistare l'anestesista, tutti a chiedersi gli stadi del Parkinson. Siamo sicuri che sul papa non c'è stato in alcun modo un accanimento terapeutico, ma forse ci siamo trovati di fronte a un accanimento giornalistico. E non è forse del tutto logico e giusto, con il papa ancora vivo, e non morto, fermare un campionato di calcio, e tutte le manifestazioni di qualsiasi tipo, anche sportive, per tutta Italia. E proprio perché il papa, è ancora vivo. E siamo certi che sia giusto montare un'operazione mediatica tutta costruita sul cosa accade in quelle stanze, quante parole ha detto, come le ha dette, perché le ha dette, e su chi ha pregato e su chi è entrato in quella stanza e su chi ha ricevuto un cenno? E poi qui in piazza San Pietro vedi gente che non sa nulla di queste cose, perché non sta appiccicata al televisore, e semplicemente prega per il vicario di Cristo, prega per il primo pastore della Chiesa Cattolica. E pregano in Australia e a Cracovia, in Spagna e in quel continente africano che il papa ha amato e capito, nella sua tragedia, più di chiunque altro. Da un lato il mondo, nel senso più vero del termine, non in un senso metaforico, e dall'altro quel piccolo mondo che conosciamo bene, e che da due giorni ti appare non soltanto troppo piccolo, ma soprattutto davvero vecchio. Vecchio con tutte le sue tecnologie, vecchio con tutte le sue modernità, contro qualcosa che da secoli appare uguale a sempre, ma che nella sua eternità, nei suoi valori forti riesce a essere modernissimo e intenso. Non è una formula retorica, girano leggende, in parte vere, di lacrime non trattenute di annunciatrici e giornaliste televisive. Sono sentimenti comprensibili. Ma rischiano però di essere parte di una logica che involontariamente, fagocita nel giornalismo spettacolo anche una rispettabile commozione.

Quello che ci avrebbe più confortato, quello che ci avrebbe aiutato lo ha capito Navarro Valls, quando ha tentato di distrarre tutti dalle condizioni cliniche del papa portandoli sul significato, e sul mistero di questo momento. Un mistero con cui persino la Chiesa non riesce a essere sempre e comunque perfettamente a suo agio. Che cosa ha voluto ascoltare il papa in questi ultimi giorni? Quali passi del Vangelo, o dell'Antico Testamento, e quali preghiere ha recitato? E quali padri della Chiesa ha voluto con sé? E ha chiesto per caso le "Confessioni" di Sant'Agostino, o invece si è rivolto ad altri testi. Come si è aiutato, per rimanere spiritualmente sereno fino a questo momento? Tutti in quella piazza se lo chiedono, e forse, molti nelle Chiese del mondo se lo stanno domandando, e stanno cercando con lui, assieme a lui, una risposta che è sempre difficile e drammatica. Se poi il suo respiro è ormai superficiale, questo compete solo alle competenze dei medici. Perché è di tutt'altro tenore il respiro che ha dato questo papa al mondo negli anni del suo Pontificato.

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 10:19 | Permalink | commenti (4)
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