giovedì, 26 maggio 2005
Gli anni in cui la politica fu un pretesto per farsi del male
di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 25 aprile 2005

Ieri il Secolo d’Italia, commentando l’iniziativa de l’Unità, ha pubblicato la lettera aperta di un giovane che fu amico di Paolo Di Nella: gli risponde Roberto Cotroneo autore dell’articolo su Di Nella pubblicato da l’Unità il 23 maggio

Caro Giulio Buffo,
mi scrivi una lettera dalle colonne del “Secolo d'Italia” a proposito del mio articolo su Paolo Di Nella: che era un tuo amico, e che è morto colpito alle spalle da qualcuno che riteneva cosa e buona giusta fracassare il cranio a una persona che stava attaccando un manifesto nel suo quartiere. Mi scrivi una lettera cortese, e insisti sull'idea che io abbia scritto un pezzo di colore. Non credo di averlo fatto, credo di aver spiegato ai lettori, che non sono di Roma, cosa sia stato quel quartiere, e cosa sia stata la violenza di quegli anni.
Non ho colorato niente, ho soltanto detto un po' di cose. Sulla giusta decisione di Veltroni, che sarebbe stata giusta fatta da qualunque sindaco e di qualunque partito, sul mondo insopportabile di quegli anni, sulla violenza, sull'idea, che mi rifiuto di accettare, che ci fossero delle buone ragioni nella violenza, a sinistra come a destra.
Era un paese arcaico, caro Giulio: con troppi pruriti di golpe, e troppe mitologie resistenziali. Un paese di pistole lüger nascoste in montagna dal nonno partigiano, e poi riutilizzate per ammazzare gente disarmata, e di cimeli di un funereo regime antidemocratico come fu il fascismo, che non aveva nulla a che fare con qualsivoglia civiltà e modernità. Un paese dove certi democristiani giocavano alla strategia della tensione, pagando e sovvenzionando vecchi camerati, e dove il terrorismo rosso, con tutto il suo carico di morte ha potuto muoversi indisturbato, e spesso protetto, in una logica perversa.
Mi dici: “nel 1983 avevi anche tu vent'anni”. All'incirca sì, ne avevo 22, e avevo vissuto tutti gli anni Settanta in un luogo della provincia del nord, Alessandria, dove i fascisti non andavano a picchiare nessuno e quelli di sinistra non fracassavano il cranio ai ragazzi che attaccavano i manifesti. Mi è andata bene: la politica era sana, e c'erano poche scaramucce. Non avevo amici finiti nella lotta armata, al massimo gente che si appendeva in camera il ritratto di Che Guevara. E Tolkien si leggeva sia a destra che a sinistra. Sono nato in un posto con molta ironia e molto buon senso. Un luogo forse noioso, ma dove non c'era odio e il peccato peggiore era l'indifferenza.
Per voi è stato diverso. Piangere un amico morto, ucciso in quel modo, credo sia qualcosa che non si può neppure riferire. È accaduto a voi come è accaduto ai ragazzi di sinistra, a quelli picchiati e qualche volta ammazzati senza motivo. Dopo il mio articolo ho ricevuto lettere di ragazzi di sinistra che mi scrivevano: “me li ricordo quelli di destra”, “ci attaccavano in gruppo”, “a tradimento”, erano dei “vigliacchi”. E aggiungevano: “forse non è giusto...”. Ognuno ha i suoi ricordi: voi avevate nelle orecchie slogan vergognosi tipo: “uccidere un fascio non è un reato”. Loro hanno i raid squadristi: andando avanti così non si finisce più.
Ma vedi, Giulio, il tuo giornale riprende il mio articolo e definisce una “sbavatura” i miei riferimenti al vostro culto dei caduti. Non è una sbavatura, e non è un giudizio politico. Semmai è un modo di capire quella cultura. Tu dici che non era un cercar la bella morte. E io ti rispondo che le radici politiche di quegli anni sono molto simili a destra e a sinistra. A sinistra la violenza “politica” era una forma della lotta di classe. Mentre a destra c'era una predilezione per l'azione diretta e per l'organizzazione militare. Eravate affascinati proprio dal rifiuto di un'identità politica condivisa. Lo stesso rifiuto che c'era dall'altra parte. Rifiuti contrapposti, violenze che arrivano da lontano, rituali speculari.
Non c'erano molte diversità, quando si inscenava il macabro gioco delle armi e della violenza. C'era una gioventù che aveva ereditato dai padri i nodi irrisolti e violenti di un paese che non si era interrogato abbastanza: c'era una guerra, e in uno stato di guerra ci sono sempre reticenze e complicità. È insensato pretendere oggi pentimenti e delazioni, a destra come a sinistra, i responsabili di quegli anni che non hanno pagato non lo hanno fatto semplicemente perché gli investigatori non sono stati capaci di scoprirli, o non lo hanno voluto fare.
Non c'è nessun colore da dare, Giulio, e non c'è nessun romanzo da scrivere. Se poi i romanzi di quegli anni sono quelli alla Alessandro Piperno che vanno tanto di moda, non saprei dirti: ne ho lette davvero poche pagine e come disse qualcuno: non s'ebbe tempo di andare avanti. Però sarebbe bello chiedersi perché un giovane e promettente regista come Francesco Patierno cerca da un anno di fare un film sulla storia di Giusva Fioravanti, un film che ha il bellissimo titolo di “Il rosso e il nero”, ma nonostante lui sia bravo, la sceneggiatura sia bella, tutti lo lasciano per strada e rinunciano a finanziare il film. Cosa non si deve dire davvero di quegli anni, che la politica fu un pretesto per farsi del male? E che furono tutti usati in una partita fosca e luttuosa?
Rispetto i siti e i sentimenti dei ragazzi di “Azione Giovani”, e capisco il dolore e il ricordo, ma questo paese da allora non si è mai risolto. Nessuno ha voltato pagina. Il libro di quegli anni è stato dimenticato su una panchina, e tutti lo leggono a frammenti, qualcuno strappa un foglio e se lo porta via, ci costruisce una polemica di un giorno, e poi tutto torna alla solita interpretazione e alla solita lettura.
Usciamo dai luoghi comuni, certo, ma usciamone davvero. E il primo dei luoghi comuni è nel dire che tutto quello che accadde allora fu una metastasi di una politica che aveva dei germi di autenticità, che aveva una radice sana. E invece fu tutt'altro. Fu solo violenza, la violenza di un paese privo di una vera cultura politica, ancora profondamente antiliberale e illiberale. Non dimentichiamoci che i due più grandi partiti italiani del dopoguerra, Pci e Dc venivano proprio da una solida tradizione antiliberale, quella rivoluzionaria e massimalista del Pci e quella cattolica del Partito Popolare e poi della Dc.
Tu dici che già nel 1983 parlavate di “logica del superamento dodici anni prima di Fiuggi”. Non ho motivo di dubitarne, ma è un altro il superamento a cui bisogna far riferimento. E non è un superamento politico, ma è un superamento culturale e antropologico profondo. So che può essere doloroso dirlo, ma la politica, quella vera, con tutto questo non c'entra nulla. L'elenco dei morti, se lo leggi fuori dall'ipocrisia del paravento politico, diventa ancora più drammatico e triste, e persino un po' vuoto. Ed è questo che i protagonisti e carnefici di quegli anni, che ancora oggi discettano nello stile politico di allora, non riescono proprio ad accettare. L'orrore di una violenza vuota e banale. Cordialmente.
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martedì, 24 maggio 2005

L’odio finisce a Via Di Nella

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità"

 del 23 maggio 2005

Piazza Gondar sta al quartiere africano di Roma: viene chiamato così non perché il quartiere sia abitato da una comunità africana, ma perché tutti i nomi delle vie rimandano ai luoghi di quella che era al tempo del fascismo l’Africa Italiana. C’è viale Libia, c’è via Dire Daua, c’è via Tembien, c’è Viale Eritrea.
Una toponomastica voluta dal regime per un quartiere costruito tutto a metà degli anni Trenta. Sarà anche per questo che le case di quel quartiere hanno qualcosa di retorico, di eccessivo: i balconi massicci di pietra, i marmi pesanti delle facciate e dei portoni, le vie dritte e squadrate.
La piazza a cui è stato dato il nome della città di Gondar è circolare, non ha palazzi da vedere o chiese da visitare. Porta il nome di una città storica dell'Etiopia, dove ai tempi di Mussolini c'era un albergo «Littorio» con 7 camere e un cinema «Impero». Vecchie storie che nessuno può sapere. Forse nemmeno quel ragazzo che si può vedere in fotografia in molti siti internet, che di nome faceva Paolo Di Nella. La fotografia è in bianco e nero. Frontale. Inquadra un giovane spettinato, con i capelli ricci, il viso è sorridente, porta i baffetti, un paio di Ray Ban e una camicia bianca, i capelli sono abbastanza lunghi. Se non fosse per una croce celtica che esibisce al collo non ha l'aria di un militante politico. Né di un ragazzo di destra né di un ragazzo di sinistra. Ha l'aria di un ragazzo di vent'anni. E basta.
È il 2 febbraio 1983, il terrorismo nelle sua forma più drammatica è ormai sconfitto, gli scontri di piazza sono già quasi un ricordo amaro. Sembra di esserne usciti: dalle contrapposizioni e dalla violenza. Paolo Di Nella ha una battaglia tutta sua. L'esproprio di un villa con parco nel quartiere, che si chiama Villa Chigi, per destinarla a centro sociale e culturale. Il giorno dopo sarà il giorno della raccolta di firme tra gli abitanti della zona. Mentre quella notte è dedicata all'affissione dei manifesti. Non c'è nessuna battaglia politica, non c'è nessuno scontro di piazza, non c'è nessuna contrapposizione.
È mezzanotte e mezza, Di Nella sta affiggendo un manifesto in piazza Gondar, sui cartelloni di uno spartitraffico. Una sua amica lo aspetta in macchina mentre lui con il bidone di colla sta stendendo il manifesto. Arrivano uno o due ragazzi, uno dei due lo colpisce alla testa, con una estrema violenza. Di Nella stordito, rimane in piedi, va verso la macchina dove c'è un'amica che assiste alla scena. Sanguina molto, si sciaqua a una fontanella. Ma poi decide di andare a casa. I genitori lo vedono rientrare agitato, chiudersi in bagno, lavarsi ancora. E non capiscono subito, dopo una mezz'ora Di Nella perde conoscenza. Entra in coma. Viene portato in ospedale, ha il cranio fratturato, e dopo pochi giorni verrà operato per due ematomi che si sono formati. Forse viene operato tardi. In ogni caso, purtroppo, dopo sette giorni di coma: il 9 febbraio alle 20.05 Paolo Di Nella muore. Il giorno dopo, il 10 febbraio, avrebbe compiuto vent'anni.
Partono le indagini. C'è una testimone, una ragazza che era con lui. Che prima riconosce in un giovane l'autore dell'aggressione. Poi non ne è più molto sicura. Nessuno pagherà mai per la morte di Paolo Di Nella.
Sono passati ventidue anni e Villa Chigi è stata espropriata ormai da tempo: è del Comune di Roma. E Walter Veltroni, sindaco dei Democratici di sinistra, intitolerà un viale di Villa Chigi proprio a a Paolo Di Nella. A un giovane di destra, a un «caduto», come li chiamano i siti di Azione Giovani, i siti di destra. A uno con la croce celtica al collo e i Ray Ban. A un ragazzo che voleva un luogo da adibire a centro sociale e culturale.
Oggi Walter Veltroni dice: «Qualcuno potrebbe ancora domandarsi perché il Comune di Roma pensa, ora, che sia giusto intitolare una via di Roma a Paolo Di Nella. La risposta è però proprio qui, nel fatto finalmente che quel tempo buio, il tempo delle ideologie e dell'odio, il tempo in cui da una parte e dall'altra si era costretti a piangere le vittime del terrorismo di destra e di sinistra, è finito. Finalmente ci si può dividere sulle idee e sulle opinioni politiche, ma ci si può lo stesso rispettare. Come sindaco di tutti i romani non posso fare a meno di considerare tanti episodi di quel tempo, e tante vite spezzate o rovinate per sempre, come una ferita aperta, impossibile da richiudersi così, facendo finta di niente, lasciando tutto nell'oblio. Sono vicende, quelle di allora, da ricordare, da far conoscere soprattutto ai più giovani, perché non cadano più in quegli errori. A questo serve una via intitolata a un ragazzo che perse la vita, come altri ragazzi della parte opposta ai quali già sono dedicati altri luoghi della nostra città, in quegli anni di folle violenza. Anni che sono lontani e che non torneranno. Mai più».
Ha ragione Veltroni, anche se quegli anni non torneranno quando alla memoria si associerà una forma di consapevolezza. Giusva Fioravanti ha detto più volte: «È stata una guerra civile». Bisognerebbe aggiungere: «È stata una pulsione di morte profonda e contraddittoria».
È interessante andarsi a leggere quello che hanno scritto gli amici di Paolo Di Nella il giorno dopo che è morto: «10 febbraio 1983, ore 5.00. Camera mortuaria del Policlinico. Il corpo di Paolo è avvolto in un sudario, stretto in vita da una sottile fettuccia che mette in risalto la figura sottile e slanciata, distesa e quasi inarcata in una compostezza scultorea. Il volto chiuso e concentrato in un'intensità sconvolgente... Un giglio bianco infilato nella fettuccia, omaggio di un'infermiera che aveva saputo che proprio quel giorno Paolo avrebbe compiuto vent'anni, sigilla un'immagine di purezza. Occorre amare la felicità proprio come si ama il cantare del vento... Giacché i grandi venti rinascono e ricantano, e ogni giorno i colori risalgono l'asse fiammeggiante del sole risorto... ».
Queste frasi, questa terminologia è stata utilizzata per molti ragazzi di destra che in quegli anni sono morti. E molti di loro non sono morti in scontri di piazza dove è difficile stabilire le dinamiche dei fatti, ma spesso aggrediti a freddo mentre passeggiavano con la sorellina, o mentre attaccavano dei manifesti. Va anche detto che quasi mai è stato possibile risalire agli assassini, agli autori di queste aggressioni, e quasi mai le indagini sono state semplici, in un clima difficile e torbido come quello di allora.
E non va mai dimenticato che molti di questi ragazzi non avevano neppure vent'anni.
Ora la via intitolata a Paolo Di Nella rompe un tabù insensato: un tabù tutto dentro la sinistra. Veltroni non è stato coraggioso a intitolare una via a Di Nella: è stato giusto. E così doveva fare. Ora tocca alla mitologia della destra, tocca a loro liberarsi di quelli che chiamano fieramente «caduti», tocca a loro togliere di mezzo l'epica del gesto eroico, la mistica del sacrificio fino alla morte, la prosa vagamente dannunziana, la retorica del «cercar la bella morte», e con molta consapevolezza cominciare a ricordare i loro amici soltanto come vittime, vittime di una violenza che fu da ambo le parti, e che prima o poi dovremo davvero lasciarci veramente alle spalle, perché altri modi non ce ne sono per voltare pagina veramente.

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martedì, 17 maggio 2005

Il Mistero del Pianista senza Nome

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 17 maggio 2005

 

La mattina del 7 aprile scorso lo hanno trovato che vagabondava per Sheerness, un paesino inglese sul mare, nel Kent: è zuppo d'acqua. Non parla, non ha un nome, non se ne sa nulla. Dopo averlo ricoverato in un ospedale i medici gli danno della carta e un foglio, per fargli scrivere il suo nome. E lui disegna un pianoforte. Non disegna un pianoforte qualunque, ma disegna un piano gran coda, di quelli che si usano solo per i concerti. E lo mette su qualcosa di molto simile a un palcoscenico. I medici si ricordano che nella cappella dell'ospedale c'è un pianoforte, lo portano lì, lui siede al piano e comincia a suonare in un modo strabiliante.

Da giorni i medici e gli assistenti sociali hanno fatto un appello in tutto il mondo, alle orchestre soprattutto, per capire chi sia quest'uomo che non dice nulla, ma suona in quel modo. Chi è il pianista che manca all'anagrafe degli artisti per il mondo? E soprattutto quali fantasmi evoca tutto questo. È possibile che accada una vicenda del genere nell'anno 2005?
Torniamo indietro nel tempo. Torniamo al lunedì di Pentecoste del 26 maggio 1828: alle cinque del pomeriggio alcuni abitanti di Norimberga notarono uno strano uomo, trasandato, diremmo oggi un barbone, che non sapeva dire nulla di sé. Nasceva in questo modo l'enigma di Kaspar Hauser: così era stato chiamato il giovane. Cresciuto in una grotta fino ai diciassette anni, senza mai vedere in faccia colui a cui era stato affidato, aveva le articolazioni delle gambe deformate a causa della lunga immobilità e sapeva pronunciare poche parole al massimo. Nessuno riuscì mai a scoprire il mistero delle sue origini. Qualcuno sostenne che si trattava di un impostore, altri dissero che era invece il legittimo erede al trono del Baden, nato anch'egli nel 1812, e forse sostituito, dopo alcuni giorni, nella culla. Kaspar Hauser morì nel dicembre del 1833, in seguito ad un attentato ma la sua vicenda è diventata una storia su cui sono stati scritti saggi e romanzi e sono stati girati film. Ora il pianista misterioso ritrovato in una località marina del Kent ha qualcosa che ricorda in parte la vicenda di Karspar Hauser. E ha qualcosa di letterario ma anche di terribilmente umano. Si può dimenticare il proprio nome e suonare magnificamente le pagine più belle della letteratura pianistica? Si può, certo che si può. Può la sofferenza annullare la memoria della propria storia e mantenere la memoria della musica? E cosa è la musica quando riesce a sopravvivere a un trauma così terribile, e a rimanere viva negli automatismi nelle dita di un uomo?
Kaspar Hauser fu un misterioso uomo che con ogni probabilità era l'erede al trono. E morì ucciso per questo. Il nostro pianista contemporaneo forse non è erede di nessun trono, ma è l'interprete di un mondo perduto, che nessuno sa più leggere. Tutti dicono: suona magnificamente, come un grande maestro. Ma la vera domanda è: cosa suona questo uomo misterioso? Che genere di musica? Che repertorio? Suona Bach? O Beethoven? Suona Chopin o Debussy? Non si riesce a capire. Forse anziché istituire un numero verde e fare appello alle orchestre del mondo, bisognerebbe sedersi di fronte a lui e ascoltarlo davvero. Forse ascoltando i brani che la sua mente cancellata sceglie, si può capire il suo trauma, come attraverso un codice che in pochi conoscono. Ma se i pianoforti non sono tutti uguali, anche i modi di suonare non sono tutti uguali. E se quell'uomo, “the piano man”, non ricorda più nulla, quelli che gli stanno attorno non sono capaci di leggere una storia che non è fatta di nomi e cognomi, di vicende e di biografie, ma è una storia emotiva, un trauma della sensibilità che nessuno sa più leggere. Forse il mistero di quest'uomo è tutto nella musica. Forse ricorderà il suo nome quando troverà qualcuno che capirà il perché di quel pianoforte, e il perché delle cose che suona strabiliando tutti. E forse la sua guarigione non può che passare dalla musica e dalla capacità di parlare attraverso quella musica, attraverso un linguaggio dell'anima, un dolore dell'anima, che non ha nulla di razionale, ma che richiede un modo di sentire, nel senso vero della parola, molto diverso e molto più profondo.
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sabato, 14 maggio 2005

Sacramenti ai divorziati, i preti tra tabù e disobbedienza

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 14 maggio 2005

Pareva già un tam tam. Due giorni dopo l'elezione al soglio pontificio del cardinal Ratzinger cominciò a girare la voce che quel papa, che aveva preso il nome di Benedetto XVI, avrebbe stupito tutti con una decisione senza precedenti. Uscì persino sui giornali. Una delle prime cose che farà Benedetto XVI sarà di riammettere ai sacramenti coloro che essendo divorziati e poi si sono risposati non possono più riceverli. E siccome i divorzi, anche tra i cattolici aumentano sempre di più, la cosa non è un piccolo dettaglio sulla dottrina della fede, ma è una decisione che coinvolge milioni di persone.
Il tam-tam. Come tutti i tam tam che riguardano il Vaticano, il mistero della Chiesa, e il soglio pontificio, lascia un po' il tempo che trova: perché per ora non è accaduto nulla. E non solo: c'è chi giura non accadrà nulla. Ma dai giornali questa chiacchiera è entrata in Vaticano, poi da lì è arrivata nelle parrocchie, nelle chiese, tra i preti e tra i fedeli. Lo farà Ratzinger questo passo? E perché? E soprattutto cosa può significare tutto questo?
In una giornata di mezzo sole di una Roma che non si decide a una primavera definitiva padre Alberto (nome di comodo, ma il tema per tutti appare da subito molto delicato), sembra ancora più abbronzato. «Uso una crema protettiva perché soffrò di allergie al sole piuttosto gravi che alla fine mi colora un po' il viso», dice serio. Non ha più di 45 anni, è magro, è di origini spagnole, ma vive ormai da sempre in Italia. La sua è una parrocchia intermedia. Zona sud est della città. «Dove non arrivano bene le campane di San Pietro e stavamo tutti davanti alla televisione, perché anche a inforcare la bicicletta da qui ci voleva mezz'ora per arrivare sulla piazza... I divorziati? I sacramenti ai divorziati? Li ho dati una prima volta cinque anni fa. C'era la comunione della figlia di una mia parrocchiana. Risposata civilmente da dieci anni. Un figlio del primo matrimonio che adesso ha tredici anni, uno di nove anni del secondo. Una donna molto cattolica sa?». Già, però risposata: «Il marito era del Belgio, di un posto così. Un bell'uomo mi dicono, io non l'ho mai visto. L'ha lasciata per un'altra. E si è trasferito a Vicenza. Lei si è tirata su il figlio, si è trovata un lavoro, e poi ha conosciuto il suo nuovo marito. Dopo aver supplicato l'altro di tornare con lei. Lei lo sa che a una donna così io devo negare la comunione?». E gliela nega padre? «Non ne abbiamo mai parlato, i due ragazzi venivano a messa, lei veniva a messa. Ma non si è mai messa in fila per la comunione. Finché quando il più piccolo ha fatto la prima comunione ha chiesto che con lui la facesse anche la sua mamma. Me la sono trovata di fronte, avevo l'ostia in mano. Non poteva negarla. Da allora continuo a farlo».
Atto di coscienza. Padre Alberto non potrebbe, il suo è un atto di coscienza, certo, ma sta trasgredendo a un precetto preciso. Impartisce un sacramento a un divorziato, anche se il divorziato ha subito il divorzio e non l'ha provocato. Padre Alberto mi fa capire che non è l'unico a farlo, e che il problema nella Chiesa è aperto proprio perché molti sacerdoti sanno che non possono rifiutarsi. E molti fedeli pensano che il problema dei sacramenti sia collegato ai conti che fanno con loro stessi. Alla capacità di essere sereni sulle loro scelte. «Se Benedetto XVI libererà i preti da questo obbligo saranno in molti nella comunità a tirare un sospiro di sollievo».
«Guardi, io sono sincero», aggiunge: «non so in quanti glielo diranno. Perché non è una trasgressione da poco. Ma credo che i missionari che stanno in Brasile, o in Africa, abbiano problemi ben più gravi».
Lana caprina. No, per la verità non lo dicono in molti. Don Angelo, da Roma nord, nega di farlo. «E come fa a saperlo lei se si presenta in chiesa un divorziato di un'altra zona della città e le chiede la comunione?», chiedo. Risposta pronta: non lo posso sapere, e dunque io non ho trasgredito ai miei obblighi, è il fedele che commette un peccato, perché è il fedele che sa di non dover trarre in inganno il sacerdote. Questioni di lana caprina? «Per nulla, riguarda troppa gente». A parlarmi in un bel giardino è un teologo, un gesuita, coltissimo, che di solito non si occupa di temi come questo. Ma mi indirizza subito su un punto fondamentale. «Io non credo che Benedetto XVI cambierà qualcosa in questa direzione. D'altronde guardi che il documento dei Vescovi tedeschi proprio su questo tema, che davano al sacerdote la piena responsabilità di una decisione, perché è il sacerdote a conoscere le situazione e solo lui può valutarla bene, quel documento è stato di fatto respinto dalla Congregazione per la dottrina della Fede, ovvero proprio da Ratzinger».
Ma i vescovi premono, e non soltanto quelli tedeschi. l'arcivescovo di Strasburgo, monsignor Joseph Doré, è tra quelli che ha preso delle posizioni nette recentemente: gli orientameni della Chiesa «sono certamente lungi dal risolvere tutti i problemi che si pongono alle persone divorziate e risposate, come pure alle comunità cristiane desiderose di accogliere e accompagnare nella verità quanti hanno vissuto il fallimento del proprio matrimonio. Come in altri campi, si tratta di uscire dalla logica del tutto o del niente, proponendo alle persone coinvolte di assumere realmente il proprio posto nella comunità cristiana».
Le parole dell'arcivescovo di Strasburgo vengono dopo tante altre. I vescovi austriaci tre anni fa ricordavano che «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi. Ogni uomo può raggiungere la salvezza. Nessuno si deve sentire escluso dalla Chiesa, anche se in particolari situazioni non è sempre prossibile trovare subito una soluzione».
Matrimoni nulli. Sta in quel «subito» che il mio padre gesuita cerca di riflettere. «Vede, ci aveva visto giusto il cardinal Billot. Lo conosce? Conosce le sue opere?». No ma i testi dicono che il cardinale Louis Billot era un gesuita, nato nel 1846 e morto nel 1931, grande collaboratore di Pio X. «Il cardinal Billot diceva già negli anni Venti che quasi tutti i matrimoni cattolici erano da considerarsi nulli. Perché ci si sposava per innamoramento. E non per un progetto cristiano profondo, che è l'unico che può far durare il matrimonio. Per cui se sono da considerarsi nulli, è nullo anche il fatto che il divorzio cancelli la possibilità di ricevere e accostarsi ancora ai sacramenti».
Gesuiti. L'ipotesi è estrema, ma fa il suo effetto. L'annullamento dei matrimoni da parte della Chiesa è pratica ben nota. Ma decidere che in fondo quasi tutti i matrimoni sono annullabili vuol dire porre il sacramento del matrimonio in una dimensione iniziatica ed elitaria inimmaginabile.
L'intellettuale gesuita sorride, e dice: «mi lasci fuori da questa vicenda. La Chiesa ha una posizione molto chiara su questo. E lei deve capirmi. Certo deve tenere conto che tutto questo va letto nella chiave delle realtà piccole, non quella delle grandi città. C'è l'idea dello scandalo. Il divorziato che tutti conoscono nel piccolo centro, e che entra in Chiesa e fa la comunione, beh insomma, magari il parrocco potrebbe preoccuparsi di una cosa simile. E se da oggi accadesse che possono accostarsi ai sacramenti? Cosa accadrebbe?».
Certo, lo scandalo, la fede di tutti i giorni, ma i vescovi premono. Un anno e mezzo fa monsignor Elio Tinti, vescovo di Carpi, con una lettera rivolta «Ai fratelli divorziati risposati», scriveva: «Non sentitevi né soli, né scomunicati, né emarginati e neppure sentitevi trattati ingiustamente per la non possibilità della comunione eucaristica... Siete e rimanete battezzati, cresimati, chiamati dal Signore ad alimentare in voi la coscienza e la realtà dell'essere suoi figli, chiamati alla salvezza e al senso pieno della vostra vita».
La contraddizione in seno alla Chiesa non sfugge al padre gesuita: «guardi, lei può capirlo bene, dipende dalla coscienza, dipende anche dal sacerdote, la mia impressione è che la prassi pastorale sia ben diversa dalla teoria. La mia impressione è che i sacerdoti sappiano valutare la nullità, la realtà di un matrimonio che appare nullo senza nemmeno mettere in atto un processo canonico». Possibile che avesse ragione il cardinal Billot più di ottant'anni fa? La Chiesa si muove con lentezza. Internet accelera un po'. Ci sono molti forum sull'argomento, dove scrive un sacco di gente. Una, che si firma "sposafijiana" dice: «c'è il caso dei vedovi, come mia zia, che si è risposata con un divorziato. Anche lei non amessa ai sacramenti». Ed «Erica81» che risponde: «No!!!!! Questo mi sembra eccessivo!!!! In fondo lei non ha nessuna colpa!! Sì, è il caso che la Chiesa si dia una svegliata. Ma grande».
Le vie di salvezza. I punti esclamativi alla fine passano anche le porte di bronzo delle chiese. Padre Alberto sorride: «Io non glielo dico più ai miei fedeli che la strada dei sacramenti è l'unica via di salvezza. Dio accoglie tutti. Cominciamo da qui. Riguardo alla "svegliata" della ragazza di cui mi parlava, non si lasci ingannare, siamo più svegli di quanto molti possano mai immaginarsi...».

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lunedì, 09 maggio 2005

Un Altro Mistero Italiano

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" dell'8 maggio 2005

1. Trent'anni. Il 2 novembre del 2005 saranno trent'anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini. Una morte violenta. Un assassinio, mai chiarito del tutto. Il 2 novembre, il giorno in cui si commemorano i morti. Nella storia della Repubblica, nella storia sociale e culturale di questo paese, quella data è cruciale. Ferma i ricordi di tutti. La radio, con la voce neutra dell'annunciatore diceva che era stato trovato il corpo senza vita dello scrittore Pier Paolo Pasolini. In una località isolata, vicino Ostia. L'assassino verrà identificato il giorno dopo. Attraverso una serie di incongruenze e di incertezze che non verranno mai risolte. Ma in quella data si è rotto qualcosa. Da quel giorno c'era poco da tornare indietro. Certo tre anni dopo ci sarebbe stato il 16 marzo del rapimento di Aldo Moro e dell'uccisione dei suoi uomini di scorta, ancora due anni e il 2 di agosto, a Bologna, le macerie della stazione avrebbero ferito a morte tutto il paese, nello scempio di una strage che rende inutile qualsiasi parola.

Ma quel 2 novembre c'era lo scrittore Pasolini. E c'era un paese che si svegliava strano, con una tremenda inquietudine.
2. Eppure di violenza se n'era già vista troppa. Ragazzi morti alle manifestazioni. Scontri di piazza, violenza politica, terrorismo che muoveva i primi passi. Poliziotti e carabinieri uccisi. Per non dire delle bombe, a cominciare da piazza Fontana, per continuare con l'Italicus nel 1974. Non si era ancora all'apice, ma la strada della violenza era tutta in discesa. Eppure le parole del radiocronista quella mattina erano asettiche. Il corpo dello scrittore Pasolini. In quella frase c'era tutto quello che si doveva sapere. Il corpo, il corpo di uno scrittore e di un poeta, massacrato. Quel corpo scandaloso era stato una delle provocazioni più forti e più intollerabili dentro quella società borghese. Come si diceva allora. Pasolini era colpevole di scrivere per il Corriere della sera. Pasolini era colpevole di essere un uomo che voleva processare la Dc e di volerlo fare dalla tribuna più forte, più alta, e più rispettabile del paese. Dal giornale che fu di Albertini, e poi di Spadolini. Dal giornale della borghesia milanese. E voleva processare la Dc uno che non era cattolico, non era liberale, non era nemmeno comunista: ovvero un avversario istituzionale.
Lo scrittore Pasolini. Uno scrittore dei tempi in cui si diceva «lo scrittore»: lo scrittore Bassani, lo scrittore Moravia, la scrittrice Elsa Morante. Alle signore si aggiungeva il nome proprio. Lo scrittore Pasolini, appunto. Oggi non si usa più. Non si dice lo scrittore Baricco, lo scrittore Faletti, la scrittrice Margaret Mazzantini. Ancora si usa per Alberto Arbasino. Per Umberto Eco. Per quelli lì, che fanno gli scrittori oggi e li facevano anche allora. Senza star troppo a sottilizzare se le s devono essere maiuscole o minuscole.
Era un mondo, una categoria dello spirito, una riconoscibilità per tutti. Il macellaio sotto casa mia, lo ricordo, disse a mia madre, un po' a bassa voce, quasi bisbigliando. «È stato ammazzato lo scrittore Pasolini». E mia madre annuì, perché lo aveva sentito alla radio, anche lei. Lo scrittore Pasolini era scrittore per tutti, anche se poi magari i suoi articoli non erano per tutti, e neppure le sue poesie o i suoi film. Così quando l'appuntato Cuzzupè pesca un sanguinante Pino Pelosi, detto la Rana, alla guida di una Alfa GT dalle parti del Policlinico a Roma, e lo arresta per furto di auto. Gli dice partecipe, anche lui: «Hai rubato a uno scrittore famoso». Cuzzupè non sa che lo scrittore famoso giace in un mare di sangue all'idroscalo di Ostia, pensa che gli è solo capitata la sventura di un furto d'auto, e per mano di un diciassettenne. Questo lo scopriranno dopo. Quando Maria Teresa Lollobrigida scende dalla macchina, alle 6.30 del mattino pronta a passare una domenica di festa, nella baracca abusiva sul grigiastro mare di Ostia, assieme al marito e al figlio. E vede una specie di sacco, o così a lei sembra in quella luce incerta. Pensa alla spazzatura, si avvicina e scopre che di spazzatura non si tratta. Ma purtroppo è il corpo di un uomo morto.
3.Hai rubato a uno scrittore famoso. Dice il milite Cuzzupè. Un milite di oggi avrebbe detto: hai rubato a uno famoso. Oggi si è famosi per essere famosi. Allora si era famosi per qualcosa. Pasolini, in particolare, era famoso per essere uno scrittore. E a bassa voce per essere uno scrittore che non aveva mai fatto alcun mistero, tutt'altro, della sua omosessualità. Le due cose, in quella morte vanno assieme. Assassinio in ambiente omosessuale. L'ambiente era lo sterrato di quel campo di calcio. In un posto dimenticato da dio, senza un lampione, con una strada piena di buche. È inutile ripetere oggi che tutto quello che accadde quella notte, e poi dopo, e anche prima, non è mai stato chiarito. Sono stati scritti libri, sono stati girati film, sono state fatte inchieste giornalistiche. Solo che la versione di quel paese, la storia raccontata dopo, aveva qualcosa di terribilmente datato già allora. Come se una brutta letteratura, che faceva malamente il verso alla cosiddetta letteratura pasoliniana (che di fatto, però, non è mai esistita) si fosse impossessata anche della dinamica della morte di Pasolini. Qualcuno ci ha voluto far credere che Pasolini si sia scritto da solo le pagine della sua morte, ed è stato fatto con uno stile, con un modo che aveva qualcosa di verosimile, e al tempo stesso suonava esageratamente didascalico.
4.Pensate a quella Roma, Pasolini era un uomo forte, un buon calciatore, un pugile dilettante, con una voce sottile. Quel giorno era in maglietta, aveva un paio di jeans. Va a cena con il suo amico Ninetto Davoli, i due figli e la moglie di Davoli da «Pomodorino» una trattoria di San Lorenzo, quartiere popolare di Roma. Ancora oggi, popolato di localini e studenti universitari. Non è di buon umore. Nel pomeriggio ha passato qualche ora dando un'intervista a Furio Colombo, per «La Stampa». Sarà l'ultima intervista di Pasolini che uscirà il successivo 8 novembre. Il titolo è profetico: «Siamo tutti in pericolo». Pasolini dice che per arrivare alla trattoria non ha guardato in faccia nessuno. che la gente sta diventando violenta. Sembra persino che abbia paura. Dopo aver cenato con la famiglia Davoli prende la sua Alfa GT, gli piacciono le auto veloci, le Alfa Romeo, e si dirige dalle parti della stazione Termini. Sta cercando qualcuno. E qualcuno trova. Nella versione di Pelosi, Pasolini accosta vicino a un gruppo di ragazzi, con la sua macchina color argento. E Pelosi dirà: «l'ho riconosciuto subito, era quel Pasolini».
Il resto della storia è una ricostruzione posticcia, e piena di incongruenze, ma rientra perfettamente nel luogo comune della vicenda e della messa in scena. Pelosi ha 17 anni e 4 mesi. Otto mesi ancora e rischiava 30 anni di carcere. Quegli otto mesi gli rendono la pena più tollerabile. Pasolini voleva avere un rapporto sessuale. Pelosi si rifiuta. Pasolini lo rincorre, Pelosi lo colpisce, poi non capisce più nulla, continua a colpirlo. Finché non prende la macchina e passa sopra il corpo dello scrittore fuggendo verso la città. Un atto sessuale richiesto, non voluto, che ha generato una reazione. Nell'Italia di quegli anni lo scrittore Pasolini finisce per rendere pubblica, tragicamente, una vita che ha tenuto sotto traccia. E quella fine è come se invalidasse un po' tutto. Gli scritti corsari, quell'etica straordinaria che ha fatto dello scrittore e poeta friulano la voce più intensa e più suggestiva di tutto il dopoguerra. In questo senso Pasolini è stato ucciso due volte. E probabilmente è stato ucciso in questo modo perché era importante che si inficiasse profondamente l'altro Pasolini. Quello della prima pagina del «Corriere della sera». Quello che parlava in quel modo. E si badi bene, non era l'unico a farlo in quella maniera, anche se lui era forse il più lucido: ma era l'unico a farlo rivolgendosi a un mondo che da quelle cose, che da quel metodo, che da quel rigore, non doveva essere trascinato, un mondo di moderati che non doveva percorrere i sentieri del dubbio.
5. Le ultime parole pubbliche di Pasolini sono quelle dette a Furio Colombo il 1 novembre 1975. E pubblicate postume sulla «Stampa». «Quello che impedisce un vero dialogo con Moravia, ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c'è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos'è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima? (...) Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi».
Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare? «Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo».
6. Sarebbe facile dire che furono parole profetiche. Ma invece non lo furono affatto. Era semplicemente la capacità di capire il carico di violenza che stava scatenandosi nel paese. Non c'è profezia in Pasolini, mai. C'è consapevolezza. Una lettura più attenta del presente, non l'intuizione del futuro. Di questa consapevolezza del presente lui ne avrebbe fatto le spese per primo. Il 14 novembre 1975, Oriana Fallaci, sull'«Europeo», riferirà di testimoni che giuravano di aver visto due motociclisti con catene che colpivano Pasolini. Non era più in quel caso l'atto di un ragazzino indignato e spaventato per profferte sessuali, ma un complotto.
Perché se erano in tre, e Pelosi diceva, come riferivano anonimi testimoni: «E mo' mi lasciate qui, e mo' che fate...» fu complotto. Se Pelosi, mentiva e copriva qualcuno, fu complotto. Se mentiva e si attribuiva tra l'altro un omicidio non commesso, era anche più di un complotto. Per la verità processuale cambia molto. E per le coscienze individuali un po' meno. Per la storia del nostro paese, probabilmente poco.
7.La morte di Pasolini è stata come la morte di Gramsci. Più che un assassinio, e più che un assassinio politico, come molti hanno sostenuto, la fine di una possibilità, lo spegnersi violento e vile di un'intelligenza da cui non si poteva prescindere. E che doveva suscitare rabbia. Sono stati molti gli intellettuali importanti in questo dopoguerra. Abbiamo guardato l'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta con gli occhi di Moravia, della Morante, dei fratelli d'Italia di Arbasino, dietro le nebbie della Ferrara di Bassani, attraverso la lente vivida e nitida di Volponi, con il sarcasmo amaro di Ottieri, e con la volteriana sicilianità di Leonardo Sciascia. Abbiamo imparato a leggere i segni del mondo da Umberto Eco e ci siamo mossi con rispetto e attenzione nei sentieri che si biforcano di Calvino. Ma Pasolini era altro. Moderno in una maniera strana. Con squarci improvvisi di futuro, e allo stesso tempo passaggi desueti. Uomo di letteratura, uomo di versi, e uomo di cinema.
8.Questi trent'anni cosa sono stati? Sono stati un nodo irrisolto. La morte di Pasolini è una delle tragedie che fanno di questo paese un paese incompiuto. Assieme alla morte di Moro, soprattutto. Qualcuno ci ha chiuso una finestra che si era miracolosamente aperta. Gli anni Sessanta in Italia, il 68, il terrorismo, sono stati letti da Pasolini in un modo che andrebbe meditato ancora oggi.
Con la sua morte si è spezzata una corda. Tesa al massimo. «Siamo tutti in pericolo», ha detto nelle sue ultime parole, e ha aggiunto: «ho sempre pagato di persona». In troppi hanno approfittato della sua morte credendo che tutto sarebbe tornato normale, nei binari di un paese oscuro e ingiusto. E sembrava dovesse accadere come in quella scena di Salò, il suo ultimo film, dove, dopo tutti gli orrori della guerra civile, i due giovani repubblichini provano a imparare a ballare al suono di un grammofono.
9.Ma i nodi sono ancora tutti lì, tutti aperti. Come se quell'assassinio, quella «messa in scena pasoliniana» sia servita solo a insegnarci che non vanno raccontate solo le cose che si vedono. Ma vanno prima di tutto raccontate le cose che ci sono. Ora Pelosi dice che non è stato lui. Che c'erano altri tre e dicevano: «sporco comunista, fetuso e fetente». Dice che era «gente del sud». E dice che parla adesso perché i suoi genitori sono morti. È un mistero continuo in questo paese, non abbastanza marginale perché non ci sia arrogantemente il bisogno di negare persino i misteri, né sufficientemente civile perché i misteri vengano assolutamente chiariti. Pochi giorni fa piazza Fontana, nessun colpevole, il macigno Moro, la strage di Bologna, la strage dell'Italicus, quella di piazza della Loggia a Brescia... le trame nere, la strategia della tensione, l'omicidio Pecorelli... rimane tutto lì a dispetto di tutto, a dispetto dell'oblio che farebbe comodo a troppi. In fondo c'è forse una forma di verità incancellabile, che esce uguale anche se la schiacci in fondo in tutti i modi.

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venerdì, 06 maggio 2005

GTA San Andreas

di Roberto Cotroneo, da L'Unità del 14 novembre 2004

«Noi non vendiamo ai ragazzini questi giochi. Vede cosa c’è scritto? C’è un +18. Vuole dire che è consigliato solo ai maggiori di diciotto anni...». Guardo il ragazzo del negozio di videogiochi per la Playstation: è competente, affabile, e leggermente cinico. Lo vedi subito che ti guarda come se io fossi un vecchio arnese. Con l’aria di chi ti dice: tu devi essere uno che di consolle e di videogiochi non capisce proprio niente, che viene da un altro mondo, che non sa. «Quanto costa questo videogioco?», chiedo. Lui senza nemmeno guardare il prezzo, meccanicamente: «69 euro». Verrebbe da chiedere: e le sembra che un ragazzino di 12 anni giri con 70 euro in tasca e si venga a comprare GTA San Andreas da solo? Inutile dirglielo: alzerebbe le spalle con indifferenza: «sono in molti a chiedermelo, io gli spiego che ci sono un mare di altri giochi: corse di macchine, di moto, formula uno, non c’è bisogno di comprare proprio GTA...».Fermiamoci a quel “non c’è bisogno”, perché la storia è molto interessante. E mettiamola a fuoco. GTA sta per “Grand Theft Auto”. San Andreas è la nuova release, ovvero l’ultima versione di GTA. Un bel cd argentato di un gioco considerato il più bello mai apparso da anni per la Playstation. Un gioco sofisticato, che ti dà dei compiti, delle missioni, delle prove da superare, e lo devi fare in un tempo che per i più bravi sta attorno alle 100 ore di gioco. Ma è evidente, che nella realtà sono molte di più. Ed è un gioco sconsigliato ai minori di 18 anni perché è la migliore iniziazione a una vita criminale che mai sia apparsa su un video. Nel senso che tu giocatore sei un boss della malavita, che acquista prestigio, autorevolezza, punti, e quant’altro, dimostrando di essere un buon organizzatore di racket, mazzette, facendo fuori nemici e poliziotti e concorrenti sparandogli in testa, circolando per una città virtuale con automobili da sogno, tutte rigorosamente rubate. Inoltre, hai una serie di svaghi. Uno di questi è ricaricarsi delle fatiche delinquenziali andando a prostitute. Naturalmente non è così semplice, ho semplificato un po’: le sfumature sono molte di più, e nella nuova versione del gioco ci sono ancora migliori possibilità di farsi largo nel mondo del crimine con tecniche sofisticate.

Bene, per dirla brutalmente, questo gioco è forse il più diffuso gioco per playstation tra i ragazzini che vanno dagli 11 ai 14 anni. Impossibile? Andate nelle stanze dei vostri figli ed è facile che lo troviate. Poi ripenserete a quella volta, di quel regalo, e vi tornerà in mente che quella strana sigla GTA, voleva dire proprio questo... Solo che, senza moralismi inutili, GTA è quanto di peggio ti possa capitare nelle mani se hai attorno ai 12 anni.Ora so che gli accaniti giocatori diranno che la virtualità è una cosa e la realtà un’altra. Anzi, se passi la tua infanzia e la tua preadolescenza a riscuotere mazzette sulla consolle, è probabile, che non troverai per nulla attraente, da grande, di far parte di Mafia, Camorra e Sacra Corona Unita. E comunque quelli del cartello di Medellin la playstation non ce l’hanno mai avuta. E qualcuno ti chiederà, accusatorio, come ha fatto con me il negoziante: «ma lei da bambino ai pirati non ci ha mai giocato?».Sì ho giocato ai pirati, senza sapere cosa fossero i pirati. A quell’età i miei pirati erano pirati un po’ così, genere un Carosello che vedevo da bambino («Capitano, lo posso torturare?»). Poi ho letto L’Isola del Tesoro e i pirati hanno preso un altro aspetto: terribili, feroci, cupi, imbottiti di rhum, gente che ammazzava e vomitava per la febbre gialla. Ho pensato che nei miei giochi di undicenne ho fatto anche il cattivo. Ma che ero un cattivo con un’etica. All’origine della mia cattiveria c’era un sopruso, una sconfitta, un’ingiustizia. Convinto che dovevo capire qualcosa in più di GTA ho messo mano al joystick, con l’aiuto di un amico esperto.Nel gioco io sono Carl Johnson, CJ per gli amici, arrivo in una città che sembra una Los Angeles virtuale, dopo cinque anni di esilio volontario a Liberty City. Ora nessuno mi rispetta più, mia madre è morta in circostanze misteriose, e io mi devo rifare un nome, nel mondo della malavita. La mia fuga di cinque anni prima è stata vista come un atto di codardia da tutti i miei compari di avventura: una quantità di pendagli da forca che non basterebbero cento maxi processi per metterli tutti dentro. E fin qui, siamo all’oscuro fascino del crimine. Solo che quello di GTA è un banale fascino del crimine, e per questo molto più efferato e insensato.Chiedo alla mia guida se c’è un orrore originario che mi ha trasformato, o una ferita dell’anima mai rimarginata, qualcosa a cui devo tornare, seppur delinquendo, e che solo alla fine mi libererà da tutta questa abiezione a cui sono costretto. Lui scrolla la testa. Niente di niente. «Schiaccia la x del joystick e fermati a un fast food, se no poi non hai la forza di ammazzare poliziotti e investire passanti». Un fast food? Certo, mi risponde competente: «e non mangiare troppo se no poi devi fermarti in palestra». Lo guardo come solo uno scemo può fare mentre cerca di procedere con un videogioco. Il risultato è che mi sono cappottato con una automobile, peggio che il test dell’Alce. «Esci, esci, e ruba quella macchina, adesso». Ma c’è uno sopra! «Ammazzalo, e prendila». Davvero? Chiedo come un demente che non ha i tempi di reazione giusti. «Se lo ammazzi e prendi quella macchina sarai più considerato». Non vedevo l’ora. «E poi sbrigati che dobbiamo andare in palestra». Dopo che l’ho ammazzato? «Hai mangiato troppo. Ti appesantisci, e può essere pericoloso».Insomma combatto male, d’altronde il pollo fritto, si sa, che non è salutare. Va bene la palestra, ma che c’entrano i vestiti e il taglio di capelli? «È per essere alla moda, per apparire più bello, per piacere. Per il tuo ego». Per il mio ego? In vari colpi di pulsante che non saprei ripetere mi sono ritrovato tatuato dalla testa ai piedi, ho scelto un taglio corto, assai pratico, e messo una camicia sgargiante. Ma il pollo fritto mi è rimasto sullo stomaco, perché tra una camicia e un tatuaggio ho dovuto ammazzare un bel po’ di nemici e mettere sotto controllo due interi quartieri. Per il resto ho dovuto impratichirmi nella guida veloce, portando auto sempre più potenti, e ammazzando passanti, perché non è che ti puoi mettere a frenare come un automobilista qualunque, se sei CJ a GTA. Riguardo alle prostitute, il pollo fritto mi ritorna su, e non me la sono sentita.Mentre faccio queste considerazioni, nel mio modo impacciato di giocare ho spappolato una vecchietta che attraversava la strada, con un’arma di non so che genere. Il mio amico mi guarda consolatorio, e ironico. «Non preoccuparti, è il sistema di puntamento che è troppo potente, in questa nuova versione almeno. Hai schiacciato il tasto R1, quando lo fai becca chiunque si trova davanti a te...». 

Ma si possono anche ammazzare le vecchiette in questo gioco? Il ragazzo del negozio di videogiochi mi sorride brusco: «Perché? Non ci sono le vecchiette nelle città americane?». Come no, certo. Ma se le ammazzi il gioco ti toglierà punti no? «No se lei ammazza le vecchiette non guadagna punti, per controllare i quartieri non serve ammazzare le vecchiette. Ma non è influente per completare il gioco». Già, non è influente. Poi il venditore torna sulla difensiva: «in ogni caso gliel’ho già detto: io ai minorenni GTA non lo vendo. Siamo chiari».Sarà chiaro, però ce l’hanno tutti. I genitori che se ne accorgono glielo tolgono. Altri vedono soltanto una grafica a tre dimensioni, e non si rendono conto. «Sì certo è violento. Però è il più bel gioco che esista»: aggiunge il venditore, fiero. Guardo il suo taglio di capelli, ormai me lo vedo come un taglio tipo GTA. Quando giocavo ai pirati sognavo di portare l’orecchino e la bandana in testa. Sulla bandana, di questi tempi, lasciamo perdere. L’orecchino ce l’hanno tutti. Esco dal negozio di videogiochi. Una vecchietta attraversa la strada. Nessun ragazzino da buoni sentimenti che la aiuta. Meglio così, con quello che gli tocca fare con GTA...

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 14:19 | Permalink | commenti (2)
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domenica, 01 maggio 2005

BAMBINI DI STRADA

(Testo: Ernesto Olivero Musica: Maurizio Colonna)

Ho dodici anni e ho partorito sangue

con un pancino grande più di me

e io volevo correre e giocare

ma tu cattivo hai spento i miei perché.

Lo sai che un'altro bimbo un po' più in là

tra immondizie e povertà

contro tutto sta per nascere

ma tu continui a dire che è così,

cambi canale come chi

si spaventa e dice sì.

Tu non puoi, non puoi fregartene,

non puoi startene a parlare.

Tu dovrai fare qualcosa,

lo farai anche per me.

Ho nove anni e gli occhi son pesanti,

io sniffo colla e c'è chi non lo sa;

a un altro gli han spaccato tutti i denti,

il giorno nuovo poi chi lo vedrà.

Lo sai quanta violenza è nella via,

tra bustine e polizia,

quanto schifo da non credere

ma tu ripeti solo come mai,

che non è giusto, che non vuoi,

ma tu in fondo cosa fai?

Tu non puoi, non puoi fregartene,

non puoi stare a parlare.

Tu dovrai fare qualcosa,

lo farai, lo farai perché

tu non puoi essere complice,

tu non puoi spaccare il mare.

Tu dovrai fare qualcosa,

lo farai per me.

postato da: NyFrigg alle ore 22:38 | Permalink | commenti (1)
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