Il Derby del Bambino Morto
di Roberto
Cotroneo, da "L'Unità" del 28 giugno 2005
Per gli anni futuri quel 21 marzo 2004, giorno di una partita tra Lazio e Roma che segnò uno dei momenti di maggior tensione e più drammatici della storia del calcio italiano, sarà per tutti il «Derby del bambino morto». Per gli anni futuri quella partita non giocata sarà un capitolo delle prossime storie del
calcio, e di molti libri di sociologia: la diceria che fosse morto un bambino fuori dallo stadio, investito da una camionetta della polizia, l’ira delle curve e dei tifosi, i calciatori che parlano con gli ultras, e decidono, anche loro, che non si può continuare a giocare, la smentita della notizia, gli scontri con le forze dell’ordine.
Il brivido e il timore di una vera e propria guerriglia dentro e fuori dallo stadio, sono episodi di una nottata che non si dimenticherà facilmente.
È uscito proprio qualche giorno fa il primo di tanti futuri saggi su questi argomenti, lo ha scritto uno dei più seri studiosi di culture giovanili, Valerio Marchi, e si intitola “Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio” (Derive e approdi, pp.190, 12 euro). È un bel libro, molto ben scritto, e soprattutto ben documentato. Dove Marchi non parla soltanto di quel derby ma ripercorre la storia dei conflitti tra tifosi, o ultras di squadre diverse, e tra tifosi e forze dell'ordine.
Come tutti i buoni libri, quello di Marchi lascia dei temi aperti, accenna a scenari che non esistono ancora, rimanda, a volte inconsapevolmente ad altre cose. All'idea innanzi tutto che non si sta più parlando di calcio, quando si parla di “questo” calcio italiano, ma si sta parlando d'altro. Si sta parlando di ordine pubblico e politica, di prove generali di contenimento della violenza sociale e di laboratorio sui conflitti del futuro.
Questo è lo stadio. Il calcio non centra nulla con lo stadio, il calcio, quello che noi crediamo sia il calcio è diventato quello che si può vedere in televisione, e nelle televisioni a pagamento come Sky. Fa bene Marchi a mettere in epigrafe questa citazione da Borges e Bioy Casares: “Non esiste punteggio, né formazione, né partite. Gli stadi cadono tutti a pezzi. Oggi le cose succedono solo alla televisione e alla radio. La falsa eccitazione degli speakers... è tutto un imbroglio? Il calcio è un genere drammatico, interpretato da un solo uomo in una cabina o da attori
in maglietta davanti a un cameraman”.
Fa bene perché Borges e Bioy Casares avevano ragione. È abbastanza chiaro che ormai c'è una distanza siderale tra il calcio degli schermi e delle poltrone di casa, e la messa in scena dello stadio. Lo stadio, in tutte le sue forme, permette l'esistenza di quell'affare astronomico ed emotivo che è il calcio restituito alla quiete degli appartamenti, borghesi e non. Lo stadio è lo scenario di un film di guerra. La violenza dello stadio, se non stai lì è soltanto cinema, scena, serve alla rappresentazione, allo spettacolo, anche se a volte lo spettacolo è assolutamente drammatico. Se stai lì, invece, sei entrato in un'altra stringa di realtà, sei in un altro sistema operativo, un Matrix diverso.
Ha ragione Marchi a dire che il tifo, quel tipo di tifo, il tifo degli striscioni, delle curve, dei fumi colorati, delle coreografie, fa parte a tutti gli effetti della seduzione del calcio. Ha ragione a dire che questo gioco di seduzione non può fare a meno delle moviole e dei primi piani dei calciatori, e nemmeno dei matrimoni in diretta, ma non può fare a meno anche di tutto quello sta attorno al campo di calcio. Se prima si pensava che il genere drammatico del calcio, il teatro del calcio, fosse il rettangolo di gioco, oggi sappiamo che il teatro del calcio è il rettangolo più gli spalti. Attraverso un gioco cinico e inevitabile, che un tempo non si poteva neanche immaginare.
Marchi sostiene che il tifo inglese è un tifo sulla squadra, ed è un tifo che tiene conto solo dei punteggi della classifica, mentre da noi gli ultras sono una via di mezzo tra gente che ama la propria squadra e demagoghi e capipopolo. Nello svuotamento del calcio giocato, sempre più prevedibile, sempre più agonistico, sempre più miliardario, le tensioni, le dinamiche, le follie si giocano tutte dentro le tifoserie. Tenute a bada alla meglio dai lacrimogeni delle forze dell'ordine in tenuta antisommossa, e al tempo stesso studiate come si può fare con una coltura in vitro. Se tutto questo accade dentro lo stadio, potrebbe un giorno succedere anche fuori? La violenza degli ultras è una violenza contagiosa in altri settori, oppure no?
La domanda non è per nulla
banale, e non rispecchia la preoccupazione di chi non vorrebbe ritrovarsi il teppismo delle strade, e preferisce di gran lunga che vada a esaurirsi nelle vie adiacenti ai campi di calcio: ma cerca risposte più scientifiche. Da molte parti si è detto che ormai il livello dello scontro è tra tifoserie e forse dell'ordine. Dove le tifoserie accusano le forze dell'ordine di una brutalità senza mezze misure, e le forze dell'ordine spiegano che per ognuno dei loro uomini ci sono dieci ultras sul piede di guerra, e questo non è per nulla semplice da gestire. Ma è vero che la componente violenta e irrazionale è ormai indefinibile secondo i criteri non solo della politica (destra o sinistra), ma anche di quelli della sociologia (periferie? borghesi? disoccupati? analfabeti? laureati?).
Poi certo, nella consueta e ormai noiosa sequenza di luoghi comuni che interessano i giornali, si mette l'accento sempre e comunque su quello che si capisce meglio, i cori razzisti, i messaggi politici più comprensibili e paradossalmente più rassicuranti persino. Se io so che le curve sono di destra o di sinistra, so orientarmi nel mio vecchio paradigma, e penso di capire che cosa accade. Se so che gli ultras laziali odiano quelli romanisti, rispondo a uno schema consolidato. Ma se scopro che non è più così, se scopro che la polizia ha sperimentato nel passato tecniche antisommossa utilizzate poi al G8 di Genova, se capisco che si continua a usare lo stadio come un laboratorio sociale a cielo aperto, allora tutto diventa diverso.
Il viaggio dentro gli stadi e dentro le nuove culture giovanili delle tifoserie di Valerio Marchi è molto utile, e anche abbastanza inquietante. E mostra soprattutto quanto siano inadeguate le categorie di lettura di questi fenomeni che fanno parte della vulgata corrente del giornalismo e delle trasmissioni sportive. Tra le pagine di questo libro c'è una realtà sfuggente, molto pericolosa, che non ha nulla a che vedere con la parola sport, con la parola calcio, o con la semplice violenza. Non ci sono tifosi violenti e basta, come non ci sono tifosi tranquilli e niente più, forse non esiste neppure quella grande differenza tra tribuna e curva, e forse lo stadio può rivelarsi un giorno il nostro futuro prossimo venturo, una sorta di universo in macerie, ricostruito e mascherato nei
colori e negli entusiasmi attraverso il filtro delle televisioni a pagamento, esaltato da immagini ossessive al rallentatore: tutto pagato, tutto griffato, tutto marchi, globale e invasivo, dove il tifo non è protesta, non è tribù, ma è un'onda emotiva persino sorprendente. Forse l'unica cosa vera è proprio quell'onda emotiva. Solo che nessuno conosce portata, potenza e capacità di impatto di quell'onda emotiva, e ci scherzano in troppi, a cominciare dalle società di calcio...









