giovedì, 30 giugno 2005

Il Derby del Bambino Morto


di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 28 giugno 2005


Per gli anni futuri quel 21 marzo 2004, giorno di una partita tra Lazio e Roma che segnò uno dei momenti di maggior tensione e più drammatici della storia del calcio italiano, sarà per tutti il «Derby del bambino morto». Per gli anni futuri quella partita non giocata sarà un capitolo delle prossime storie del calcio, e di molti libri di sociologia: la diceria che fosse morto un bambino fuori dallo stadio, investito da una camionetta della polizia, l’ira delle curve e dei tifosi, i calciatori che parlano con gli ultras, e decidono, anche loro, che non si può continuare a giocare, la smentita della notizia, gli scontri con le forze dell’ordine.

Il brivido e il timore di una vera e propria guerriglia dentro e fuori dallo stadio, sono episodi di una nottata che non si dimenticherà facilmente.
È uscito proprio qualche giorno fa il primo di tanti futuri saggi su questi argomenti, lo ha scritto uno dei più seri studiosi di culture giovanili, Valerio Marchi, e si intitola “Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio” (Derive e approdi, pp.190, 12 euro). È un bel libro, molto ben scritto, e soprattutto ben documentato. Dove Marchi non parla soltanto di quel derby ma ripercorre la storia dei conflitti tra tifosi, o ultras di squadre diverse, e tra tifosi e forze dell'ordine.
Come tutti i buoni libri, quello di Marchi lascia dei temi aperti, accenna a scenari che non esistono ancora, rimanda, a volte inconsapevolmente ad altre cose. All'idea innanzi tutto che non si sta più parlando di calcio, quando si parla di “questo” calcio italiano, ma si sta parlando d'altro. Si sta parlando di ordine pubblico e politica, di prove generali di contenimento della violenza sociale e di laboratorio sui conflitti del futuro.
Questo è lo stadio. Il calcio non centra nulla con lo stadio, il calcio, quello che noi crediamo sia il calcio è diventato quello che si può vedere in televisione, e nelle televisioni a pagamento come Sky. Fa bene Marchi a mettere in epigrafe questa citazione da Borges e Bioy Casares: “Non esiste punteggio, né formazione, né partite. Gli stadi cadono tutti a pezzi. Oggi le cose succedono solo alla televisione e alla radio. La falsa eccitazione degli speakers... è tutto un imbroglio? Il calcio è un genere drammatico, interpretato da un solo uomo in una cabina o da attori in maglietta davanti a un cameraman”.
Fa bene perché Borges e Bioy Casares avevano ragione. È abbastanza chiaro che ormai c'è una distanza siderale tra il calcio degli schermi e delle poltrone di casa, e la messa in scena dello stadio. Lo stadio, in tutte le sue forme, permette l'esistenza di quell'affare astronomico ed emotivo che è il calcio restituito alla quiete degli appartamenti, borghesi e non. Lo stadio è lo scenario di un film di guerra. La violenza dello stadio, se non stai lì è soltanto cinema, scena, serve alla rappresentazione, allo spettacolo, anche se a volte lo spettacolo è assolutamente drammatico. Se stai lì, invece, sei entrato in un'altra stringa di realtà, sei in un altro sistema operativo, un Matrix diverso.
Ha ragione Marchi a dire che il tifo, quel tipo di tifo, il tifo degli striscioni, delle curve, dei fumi colorati, delle coreografie, fa parte a tutti gli effetti della seduzione del calcio. Ha ragione a dire che questo gioco di seduzione non può fare a meno delle moviole e dei primi piani dei calciatori, e nemmeno dei matrimoni in diretta, ma non può fare a meno anche di tutto quello sta attorno al campo di calcio. Se prima si pensava che il genere drammatico del calcio, il teatro del calcio, fosse il rettangolo di gioco, oggi sappiamo che il teatro del calcio è il rettangolo più gli spalti. Attraverso un gioco cinico e inevitabile, che un tempo non si poteva neanche immaginare.
Marchi sostiene che il tifo inglese è un tifo sulla squadra, ed è un tifo che tiene conto solo dei punteggi della classifica, mentre da noi gli ultras sono una via di mezzo tra gente che ama la propria squadra e demagoghi e capipopolo. Nello svuotamento del calcio giocato, sempre più prevedibile, sempre più agonistico, sempre più miliardario, le tensioni, le dinamiche, le follie si giocano tutte dentro le tifoserie. Tenute a bada alla meglio dai lacrimogeni delle forze dell'ordine in tenuta antisommossa, e al tempo stesso studiate come si può fare con una coltura in vitro. Se tutto questo accade dentro lo stadio, potrebbe un giorno succedere anche fuori? La violenza degli ultras è una violenza contagiosa in altri settori, oppure no?
La domanda non è per nulla banale, e non rispecchia la preoccupazione di chi non vorrebbe ritrovarsi il teppismo delle strade, e preferisce di gran lunga che vada a esaurirsi nelle vie adiacenti ai campi di calcio: ma cerca risposte più scientifiche. Da molte parti si è detto che ormai il livello dello scontro è tra tifoserie e forse dell'ordine. Dove le tifoserie accusano le forze dell'ordine di una brutalità senza mezze misure, e le forze dell'ordine spiegano che per ognuno dei loro uomini ci sono dieci ultras sul piede di guerra, e questo non è per nulla semplice da gestire. Ma è vero che la componente violenta e irrazionale è ormai indefinibile secondo i criteri non solo della politica (destra o sinistra), ma anche di quelli della sociologia (periferie? borghesi? disoccupati? analfabeti? laureati?).
Poi certo, nella consueta e ormai noiosa sequenza di luoghi comuni che interessano i giornali, si mette l'accento sempre e comunque su quello che si capisce meglio, i cori razzisti, i messaggi politici più comprensibili e paradossalmente più rassicuranti persino. Se io so che le curve sono di destra o di sinistra, so orientarmi nel mio vecchio paradigma, e penso di capire che cosa accade. Se so che gli ultras laziali odiano quelli romanisti, rispondo a uno schema consolidato. Ma se scopro che non è più così, se scopro che la polizia ha sperimentato nel passato tecniche antisommossa utilizzate poi al G8 di Genova, se capisco che si continua a usare lo stadio come un laboratorio sociale a cielo aperto, allora tutto diventa diverso.
Il viaggio dentro gli stadi e dentro le nuove culture giovanili delle tifoserie di Valerio Marchi è molto utile, e anche abbastanza inquietante. E mostra soprattutto quanto siano inadeguate le categorie di lettura di questi fenomeni che fanno parte della vulgata corrente del giornalismo e delle trasmissioni sportive. Tra le pagine di questo libro c'è una realtà sfuggente, molto pericolosa, che non ha nulla a che vedere con la parola sport, con la parola calcio, o con la semplice violenza. Non ci sono tifosi violenti e basta, come non ci sono tifosi tranquilli e niente più, forse non esiste neppure quella grande differenza tra tribuna e curva, e forse lo stadio può rivelarsi un giorno il nostro futuro prossimo venturo, una sorta di universo in macerie, ricostruito e mascherato nei colori e negli entusiasmi attraverso il filtro delle televisioni a pagamento, esaltato da immagini ossessive al rallentatore: tutto pagato, tutto griffato, tutto marchi, globale e invasivo, dove il tifo non è protesta, non è tribù, ma è un'onda emotiva persino sorprendente. Forse l'unica cosa vera è proprio quell'onda emotiva. Solo che nessuno conosce portata, potenza e capacità di impatto di quell'onda emotiva, e ci scherzano in troppi, a cominciare dalle società di calcio...

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lunedì, 27 giugno 2005

Xue er (Lo studio)

dal Cotron Club, 4 agosto 2003

Il Maestro disse: "Studiare e praticare costantemente quanto appreso non è forse un diletto? Accogliere compagni provenienti da luoghi lontani non è una gioia? Non è forse uomo nobile di animo chi non si preoccupa se nessuno lo conosce?"
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mercoledì, 22 giugno 2005

Quei ragazzi che non sanno Perdere


di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 21 giugno 2005


Cosa vuol dire che pochi giorni fa un ragazzo a Marsala è morto d’infarto davanti ai risultati scolastici che dicevano che era stato bocciato?
E cosa vuol dire che ieri un altro ragazzo, di 17 anni, a Roma, si è buttato dal terzo piano per lo stesso motivo, perché doveva ripetere l’anno?
Dopo anni di luoghi comuni ora sembra sempre inutile fare della psicologia, inutile tentare di dare una lettura sociologica di questi due episodi drammatici. Così il rifiuto della psicologia da salotto, che ben conosciamo, e che per anni è stata intollerabile, ha condotto a un altro tipo di rifiuto.
Quello di cercare di capire non tanto i motivi del gesto di questo ragazzo romano, o i motivi dell'immenso dolore del ragazzo di Marsala, ma il significato vero di quello che sta avvenendo negli ultimi anni. E che non ha solo a che fare con la sociologia, ma ha a che fare con questo mondo in cui lasciamo crescere i nostri figli, con un modello di società e un modello di esistenza su cui bisognerebbe dire veramente qualcosa.
E non si tratta delle solite cose tipo: non siamo capaci di capirli (noi genitori), non siamo capaci di ascoltarli (noi genitori, gli psicologi, gli insegnanti, e tutti gli altri). Ma di ben altro. Nessuno ha una risposta soltanto sul perché un ragazzino, di fronte a un fallimento scolastico, decide di lanciarsi dal terzo piano. Nessuno ha facili risposte sulla sofferenza e sul dolore. Ma c'è un punto, uno soltanto, su cui gli insegnanti, la scuola in generale, i genitori, il mondo del lavoro, gli istruttori di calcio o di pallanuoto o di musica, chiunque insomma, devono cominciare a riflettere. Il punto è quello del valore.
Negli ultimi anni, in coincidenza con un barbaro neoliberismo di tipo culturale abbiamo costruito un mondo per i nostri figli dove il valore sta in quello che fai. Non è un dettaglio da poco, e non è vero che è sempre stato così. Le famiglie, la scuola, le competizioni sportive, sono costruite attraverso l'idea di valore. E non l'idea di valore per la totalità di quello che sei, ma applicato, soltanto a quello che dovresti saper fare.
Questo avviene sin dalle scuole elementari, attraverso un meccanismo di richieste degli insegnanti a cui si accodano talvolta i genitori, a cui si accodano gli insegnanti di discipline sportive. Già dalle elementari scatta un meccanismo di tipo competitivo. Si gioca a calcio per essere convocati alla partita della domenica, non per il piacere di giocare, si va a scuola per essere i più bravi, non per il piacere di imparare e di stare assieme.
Ma soprattutto passa un messaggio, in tutto, per cui se non sai reggere alla richiesta di prestazioni, non sei nulla. Il fallimento, l'incapacità di rispondere in modo efficace a queste prestazioni, porta a un vero e proprio fallimento identitario. E questo non basterà certo a spiegare i due casi drammatici di questi giorni ma spiega assai bene lo stress, la paura, l'ansia, e l'incapacità di pensarsi come bambini, come ragazzini e come persone, indipendentemente da quello che si è capaci di fare: perché quello che si è non è altro che quello che si è capaci di fare.
Poi certo, in tutto questo va anche considerato il rovescio della medaglia. Ovvero che in questa sorta di vuoto educativo e formativo le famiglie tendono da un lato a richiedere risultati e prestazioni ai propri figli, ma dall'altro a giustificarli di continuo a proteggerli nel caso questi risultati non vengano. Per cui si crea un paradosso abbastanza strano, dove i ragazzi più giovani vivono spesso una situazione di frustrazione all'esterno e di protezione all'interno della famiglia. Senza una via di mezzo, senza un equilibrio che li possa far maturare. Ma in un sistema dove la crescita dei giovani, il percorso formativo è lasciato solamente all'equazione identità/valore, sarà sempre più difficile far capire agli insegnanti, spesso (ma non sempre) bravi e attenti, ma con pochi strumenti per leggere fino in fondo il mondo che abbiamo di fronte, che devono scindere l'identità dal concetto di valore, che conta quello che si è, piuttosto che quello che si fa.
Lo aveva detto in modo didascalico e forse un po' semplicistico, molti anni fa l'autore di best seller Erich Fromm; lo ha scritto, lo ha analizzato per molti anni, un affascinante psicoanalista inglese di origini indiane, il principe Masud Khan, allievo del grande Winnicott, che si è occupato a lungo di quelli che lui chiamava gli “spazi privati del sé”.
Non c'è bisogno di leggere Masud Khan per dire ai nostri figli che valgono per la loro capacità di essere delle persone che hanno sentimenti, che hanno una sensibilità, e che il loro valore sta nella loro unicità e nella loro esistenza in sé. Ma c'è bisogno di fargli riflettere che non ha alcuna importanza ottenere risultati a tutti i costi, che il tempo non serve soltanto a raggiungere un obiettivo e a raggiungere uno scopo, ma che il loro tempo è un tempo per perdersi, per tornare indietro, per capire, per “stare e sperimentare il mondo e la vita”, non per raggiungere qualcosa. Il “campo coltivato a maggese” di cui parlava Masud Khan, è quel luogo della sensibilità, della creatività, dove si lasciano crescere i nostri figli, con attenzione certo, ma senza troppe regole, un luogo di poesia indispensabile per imparare un po' a capirsi e sopportare le frustrazioni della vita. Di campi coltivati a maggese ce n'è sempre meno. E questo è il dramma più grande di quest'epoca e di questi tempi.

 

 

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sabato, 18 giugno 2005

LA VIOLENZA RISPONDE ALLA NON VIOLENZA IN VALSUSA

Il prefetto ha dato ordine di agire con la violenza anche sui sindaci, lunedì prossimo, 20 giugno 2005. A Borgone, provincia di Torino, Valle di Susa, la regione Piemonte vuole iniziare i sondaggi per costruire la linea ad alta velocità. Ma la Valsusa l’alta velocità NON LA VUOLE. Amministratori, Sindaci, popolazione, da destra a sinistra: sono tutti contro. Fino ad oggi, nonostante gli sforzi del potere nel far credere che i Valsusini siano gente violenta, si è sempre agito secondo i principi della NON VIOLENZA. Si è cercato un dialogo che non c’è mai stato, perché la lunga piovra mafiosa delle istituzioni non vuole saperne di dialogare. E lunedì (guarda caso giornata di sciopero dei giornalisti), contro una popolazione e i suoi amministratori, che si limiteranno ad occupare PACIFICAMENTE un campo affinché non inizino i lavori di sondaggio, le forze armate picchieranno.

Si procederà quindi con la violenza su persone che hanno una colpa grave: un parere diversO da quellO di chi detiene il potere.  

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mercoledì, 15 giugno 2005

La Cei «senza filtro» e quella tentazione di neointegralismo


di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 14 giugno 2005


E adesso cosa accadrà? Questa è la domanda che tutti si faranno da oggi in poi. Adesso che poco più del 25% è andato a votare per i quattro quesiti del referendum. Le riflessioni da sinistra saranno lunghe e problematiche. Il centro destra, con alcune visibili eccezioni, leggerà trionfante il risultato di ieri. Ma il mondo cattolico è il vero nodo di questa storia. Il mondo cattolico come reagirà? E soprattutto: quali conseguenze potrebbe avere per il mondo cattolico l'esito netto di questa astensione?
Nella tranquillità dei giardini sotto le mura Aureliane di Roma, dove ha sede la rivista più prestigiosa dell'intellighenzia cattolica, Civiltà cattolica appunto, un gesuita che non vuole che appaia il suo nome, per una consueta e tradizionale discrezione, scrolla la testa: «Io credo che non accadrà nulla. E credo che il problema principale sia tutto nel modo di promuovere i referendum. Insomma, glielo dico chiaro: questi non erano temi da referendum. Questi sono temi per un legislatore. Allora cosa può pretendere? Che gli elettori vadano a votare per la fecondazione eterologa? Posso dirle una cosa? Io sono di centrosinistra ma gli errori su questi referendum sono stati troppi».
Quali errori? Ad esempio, secondo il nostro coltissimo gesuita c'è la politicizzazione del referendum: «È un errore che hanno fatto soprattutto i Ds. Capisco che non era semplice ma il significato politico di questo non voto potrebbe diventare un'arma a doppio taglio».
Sì, ma la discesa in campo di Ruini, della Cei, i volantinaggi davanti alle chiese, una campagna per il non voto che non ha precedenti... L'amico gesuita sorride: «Ruini ha dato un'indicazione non vincolante. I volantinaggi? Poca cosa. Il Papa? È intervenuto in modo molto indiretto. Forse Giovanni Paolo II sarebbe stato ancora più diretto. No guardi, non è questa la lettura. La lettura è un'altra. Vede, la visibilità di Ruini viene da un fatto preciso. Un tempo la Cei agiva attraverso un filtro: e il filtro era la vecchia Democrazia Cristiana. Tutto appariva meno evidente, e più mediato. Oggi non esiste più una mediazione come quella, ma l'Italia è rimasta comunque un paese cattolico. Ecco perché la Cei decide di scendere in campo in un modo più esplicito».
Una lettura ancora più politica la dà un signore che sta dall'altra parte di Roma, in quel quartiere di Trastevere che ospita la comunità di Sant'Egidio. Mario Marazziti, portavoce della Comunità, parte da un altro dato: «Certo, alcuni hanno scommesso che il paese fosse del tutto secolarizzato. Io non credo al teorema dei cattolici che obbediscono alla Cei. Io credo a un paese che nei suoi media e nelle sue riflessioni ha perso totalmente aderenza con la realtà. Ebbene c'è stato un rifiuto a questi referendum superiore a qualsiasi schieramento. Nemmeno tutti gli elettori del centrosinistra sono andati a votare».
E allora? «Allora», aggiunge Marazziti: «lei dovrebbe chiedersi cosa è successo. Dovrebbe chiederselo tutta la stampa italiana che ha visto, letto e raccontato un paese che non c'è. Un paese di persone appassionate a questi temi. E da qui che si dovrebbe partire».
Marazziti dice di non voler dare una lettura troppo politica ma poi non si trattiene dal tentare una lettura che va in quella direzione: «Io penso che Ruini abbia fatto il suo mestiere. Ma penso che oggi nessuno possa dire di aver vinto. Però vede, adesso il punto vero è evitare un irrigidimento del rapporto tra laici e cattolici nel nostro paese. Questo sarebbe l'errore più grave. Questa la cosa da evitarsi».
Bel proposito, certo. Ma se fosse proprio il neointegralismo cattolico ad affondare i suoi attacchi nell'immediato futuro? L'amico gesuita non lo crede. «Alcune frange del movimento per la vita», dice, «ci proveranno a mettere in discussione la leggere 194, ma questa non è affatto l'opinione dei vescovi, ed è una posizione minoritaria, che non rispecchia per niente gli intendimenti di gran parte del mondo cattolico». E Marazziti si spinge oltre: «Un referendum sulla 194 promosso da una parte dei cattolici sarebbe un fallimento, come un fallimento è stato questo referendum».
Sarà anche vero. Ma è certo che non è esclusa una saldatura inedita tra neoconservatori e integralisti cattolici. E se dall'osservatorio distaccato e «progressista» di Civiltà cattolica tutto questo può apparire improbabile, privo di importanza e assolutamente naif, per Marazziti la cosa è assai più inquietante. Perché qui è in gioco anche il futuro del movimento cattolico e soprattutto del suo trasversalismo. «Deve essere», dice, «l'intellighenzia italiana a chiedersi perché non è più in sintonia con il paese. Se ci fosse domani un contraccolpo neo-integralista vorrebbe dire che si è innescata una spirale surreale che sarebbe insopportabile. Devono stare attente, sinistra e destra, a non cadere in questa trappola. Poi, se dopo il dibattito che si è sviluppato in questi mesi per i referendum, si andasse in Parlamento a migliorare la legge, beh, credo proprio che sarebbe comunque una buona cosa».

 

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sabato, 11 giugno 2005

SMISURATA PREGHIERA

Alta sui naufragi

dai belvedere delle torri

china e distante sugli elementi del disastro

dalle cose che accadono al di sopra delle parole

celebrative del nulla

lungo un facile vento

di sazietà di impunità

sullo scandalo metallico

di armi in uso e in disuso

a guidare la colonna

di dolore e di fumo

che lascia le infinite battaglie al calar della sera

la maggioranza sta

recitando un rosario

di ambizioni meschine

di millenarie paure

di inesauribili astuzie

coltivando tranquilla

l'orribile varietà

delle proprie superbie

la maggioranza sta

come una malattia

come una sfortuna

come un'anestesia

come un'abitudine

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione

e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi

per consegnare alla morte una goccia di splendore

di umanità di verità.

Per chi Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio

e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli

con improbabili nomi di cantanti di tango

in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti

alle leggi del branco

non dimenticare il loro volto

che dopo tanto sbandare

è appena giusto che la fortuna li aiuti

come una svista

come un'anomalia

come una distrazione

come un dovere...

di Fabrizio De André e Ivano Fossati

postato da: NyFrigg alle ore 13:20 | Permalink | commenti (3)
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venerdì, 03 giugno 2005

Quel Film è una luce nel Buio

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 1 giugno 2005


Il nuovo film, bello, di Marco Tullio Giordana, intitolato “Se sei nato non puoi più nasconderti”, ha avuto una buona accoglienza a Cannes. Ma soprattutto ha avuto un'entusiastica accoglienza nelle sale cinematografiche, al punto che, dopo “Le Crociate”, e “Star Wars” è il film più visto questa settimana nel nostro Paese. Se dicessi che questo accade semplicemente perché è un bel film, sarei un ingenuo. Il mondo è pieno di brutti film che fanno incasso, anzi, molto spesso fanno più incasso i brutti film di quelli belli. Se aggiungessi che accade questo perché il film di Giordana affronta un tema importante, sarei ancora più ingenuo.
Oggi il cinema è tutto meno che un mezzo per lanciare messaggi impegnati e seri, è svago, divertimento ed effetti speciali. Se continuassi con il dire che il film di Giordana incassa molto perché lo vanno vedere gli intellettuali impegnati e il pubblico “di sinistra” che aveva amato “I cento passi” e “La meglio gioventù”, farei un calcolo senza capo né coda. Non sono così tanti gli intellettuali impegnati per spostare le aride cifre dei botteghini dei cinema.
Allora cominciamo con il dire una cosa. Il film di Giordana lo sta andando a vedere la gente normale: gente intellettuale, qualunquista, gente colta e meno colta, gente di destra o di centro, forse immigrati, forse padroncini del nord-est, forse pensionati. E questo perché il film affronta un tema importante: il tema dell'immigrazione, della diversità, del solidarismo e della solitudine. La storia racconta l'odissea di Sandro che ha dodici anni, vive a Brescia, è figlio unico, e i suoi genitori hanno una piccola industria meccanica dove lavorano molti immigrati extracomunitari. Il papà di Sandro è giovane, ed è un bravuomo che si è fatto da solo, gli piacciono le macchine veloci e lussuose, e possiede una Porsche Cayenne. Mangia con i suoi operai il panino nella pausa pranzo, e parla volentieri con loro. Un giorno parte per la Grecia con il suo migliore amico e il piccolo Sandro, per una vacanza in barca e a Sandro accade qualcosa di terribile. Una notte mentre cerca di far pipì cade in acqua, mentre con il pilota automatico la barca continua ad andare. Il padre se ne accorge troppo tardi, e anche se torna indietro non lo ritrova più. Per tutti Sandro è morto in mare, invece viene ripescato da una di quelle bagnarole drammatiche che portano centinaia di clandestini sulle coste italiane. Sbarcati in Italia, Sandro viene soccorso, portato in un centro di accoglienza, e solo in quel momento può avvertire i genitori che è vivo. Tutto sembra finire bene. Sandro ha fatto amicizia con due ragazzi rumeni, fratello e sorella, e convince il padre e la madre ad ottenere l'affidamento. Ma i due ragazzi rumeni, arrivati a Brescia, in realtà finiscono per rubare nella casa di Sandro, e scappare via. Alla fine Sandro riuscirà a trovare la ragazza, scoprendo che si prostituisce a Milano.
Questa in estrema sintesi la trama. Il film non è consolatorio. Sandro è un ragazzino come gli altri, i genitori sono delle brave persone, che nello shock di aver perso un figlio in mare, e nell'emozione poi di averlo ritrovato, hanno provato a cambiare il modo di pensare il mondo. Gli immigrati non sono tutti buoni e onesti, e quelli con il Porsche Cayenne non sono tutti razzisti. Nel tentativo di raccontare un paese nuovo, Giordana è ancora una volta bravissimo. Ma se quel film raccontasse fino in fondo quello che forse sta accadendo probabilmente non ci sarebbe troppa gente che andrebbe a vederlo.
La tesi di Giordana è chiara: non tutto è perduto, esiste ancora molto buon senso nell'Italia di questi anni. Ma è davvero così, o invece c'è qualcosa di più orribile, qualcosa di più arcaico e più pericoloso che dal film di Giordana dopotutto non riesce a uscire? Quel nord est lì è una fotografia realistica, o invece Giordana è caduto in qualche luogo comune di tipo nuovo, di ultima fattura, dunque sfuggente e pericoloso?
Ci sono due temi, formidabili che vengono solo accennati nel film. Il primo tema è quello del denaro, il secondo tema è quello dell'assenza di valori. Ora, tutto il sistema del nord-est è costruito sul denaro. Per molti anni il denaro non è stato solo un modo per vivere agiatamente, non è stato solo il mezzo per fare una vita lussuosa: il denaro è stato una forma di identità. Con il denaro si fanno i fatturati e si comprano le macchine, con il denaro si costruiscono le villette e si misura la capacità di lavoro (”ho raddoppiato gli utili, lavorando giorno e notte”), con il denaro ci si distingue dagli altri. Il denaro serve a capire chi sei. E serve a spiegare agli altri chi sei. E soprattutto il denaro è esempio per gli altri. Il Porsche Cayenne non è solo un automobile che costa come un medio appartamento di una città di provincia. Ma è la dimostrazione che tu non sei i tuoi operai.
Però (però) fino a qualche anno fa i tuoi operai potevano ancora sognare la tua Porsche e la tua villa con piscina anche se non ce l'avevano. Perché in quel mondo lì tra il padrone dell'azienda e l'operaio che lavora per lui c'era lo stesso sistema di valori: gli stessi libri letti (spesso troppo pochi), lo stesso titolo di studio, la stessa prima comunione. Lo stesso gusto per le cose, spesso un gusto semplice, che non è il frutto di una cultura o di scelte particolari.. Mostrare la ricchezza era un modo di tracciare una linea, ma una linea che poteva essere spostata in qualsiasi momento.
Oggi quella non è più una linea, oggi è un muro con il filo spinato. Dall'altra parte non c'è più l'operaio con cui sei cresciuto all'oratorio che condivide con te una serie di regole. Dall'altra parte ci sono ormai molte delle facce disperate che Giordana mostra nel film, dopo gli sbarchi. E il denaro è una tale astrazione da non significare nulla. Un po' come con i numeri con 20 zeri dopo la prima cifra. Nessuno li sa leggere, nessuno sa davvero quantificarli. Nel tutto e nel niente, si sta giocando la partita in questi anni.
Nel tentativo fallito di tenere in piedi vecchi valori sfilacciati, proprio in quel nord-est bianco dove il collante della Chiesa cattolica è venuto meno, vanno a frantumarsi tutti gli ottimismi possibili.
Oggi da una parte ci sono quelli che vanno a fare lavori impossibili, spesso pesanti e duri, quasi tutti immigrati. Dall'altra un mondo a disagio che non sa come riconoscerli, e non sa bene cosa dire loro. In mezzo una nebulosa indefinibile, una terra di nessuno dove l'inferno è quotidiano, tra prostituzione, ambizioni impossibili, discriminazioni e soprattutto razzismo. Il nord-est, negli anni, si è incattivito, si è segregato da solo, ha investito poco in se stesso, non ha elaborato nulla. La Lega si è inserita in questo disagio facendo danni enormi. E il risultato è quello che si può vedere ogni giorno.
Il film di Giordana racconta un pezzo di questa storia: e va a cercare quello che è rimasto di quel vecchio buonsenso, di quella bontà d'animo, di quella diffidenza verso il diverso quando non è violenza, quando non è vero e proprio razzismo. Il film di Giordana fa ben sperare che non tutto stia cambiando così velocemente.
È anche per questo motivo che il film piace molto. Ma il lato oscuro di quel mondo è ancora tutto da capire: nero e aggressivo come il muso di quelle macchine da 280 chilometri all'ora che accecano nella notte con i fari allo iodio; nero come le disperazioni senza scampo abbandonate ai bordi delle strade. Buio e fosco come l'ignoranza e l'indifferenza.

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