Raifiction: la storia come piace al re
di Roberto Cotroneo, da
"L'Unità" del 14 luglio 2005
All'ultimo piano di viale Mazzini c'è tutta una zona con le pareti rivestite di legno, e con una porta abbastanza massiccia. Là dietro sta il presidente della Rai, quando è in carica, sta il direttore generale, o il consigliere anziano quando fa le veci del presidente. Davanti alla porta di legno, c'è una piccola scrivania con un usciere. Tutto sembra quasi portarti fuori dal tempo. La Rai è così. Gli open space, i corridoi uguali a quelli di tutte le altre aziende, le stesse scaffalature, le stesse scrivanie.
Ma quando arrivi in quella zona, nell'anticamera del potere, ti sembra di
stare in un posto un po' retrò, un po' anni Sessanta. Appena fuori da quella porta, come in una cittadella medievale che comincia a estendersi appena fuori le mura, ci sono gli uffici dei dirigenti più alti, quelli che ruotano attorno al consiglio di amministrazione e alla presidenza. Dopo l'intervista che Sandro Curzi ha dato a questo giornale, dove ha detto che trovava strano il tempismo dell'azienda nel comprare i diritti del Sangue dei vinti di Giampaolo Pansa, e dopo le polemiche che sono seguite a queste parole, sembra che l'argomento fiction sia tornato al centro dei discorsi Rai, e passa da una stanza all'altra.
Ma che succede davvero? Qualche dirigente Rai lo dice con chiarezza. E mette insieme due aspetti: «La questione fiction è un affare nazionale di questo paese. Lo è per la Rai, lo è per Mediaset. Se tu pensi che i posti più importanti in Rai siano le direzioni di rete o di telegiornali non hai capito nulla. Il posto principe, il luogo di massimo potere è il controllo della fiction. E questo è il primo aspetto. Il secondo aspetto è una constatazione banale? Chi è l'uomo che guida la fiction della Rai? Agostino Saccà. Uno che non è mai caduto. Uno potente nella prima repubblica e potentissimo oggi».
Bene, due pietre miliari le abbiamo poggiate. Cercando di non fare troppo
rumore tra i corridoi ovattati della dirigenza Rai. Fiction e potere. Perché la fiction è più importante della direzione di un tg? Perché orienta il pubblico, perché è un misto di pedagogia, di cultura popolare, e ha un effetto di persuasione che non ha eguali. Inoltre è l'unica forma di narrativa che arriva a un pubblico largo. E non basta: è anche un modo per leggere la storia in modo che gli italiani possano capirla. E non basta
ancora: è un collante tra gli italiani e le istituzioni. In un paese con uno scarso senso delle istituzioni. Messa così pare complicata. Ma le cose sono più semplici di quanto si pensi.
Cominciamo con il dire che in Rai la tradizione degli sceneggiati è sempre
stata un tormentone. Non c'è stato un presidente, eccetto forse Lucia
Annunziata, che appena nominato dal consiglio di Amministrazione, non si sia lanciato nell'elogio della Cittadella. E nei vecchi sceneggiati della Rai degli anni Sessanta, quelli che educavano, quelli che avevano fatto crescere un'intera nazione. Se l'Italia l'aveva fatta Cavour con Garibaldi, gli italiani sono figli degli sceneggiati e dei romanzi a puntate. In realtà tranne pochissime eccezioni, erano prodotti datati, paternalistici, rassicuranti, e francamente brutti, fatti per un paese povero culturalmente che da allora non è cambiato di molto. Ma nessuno si aspettava che con nomi diversi (gli sceneggiati che ora si chiamano fiction), cambiati i tempi, tornassero a influenzare così tanto. E nessuno si aspettava che sarebbe stata la politica a occuparsi con una certa intensità di questo genere di svago.
Ma per i teorici del complotto va subito detto che in questo genere di cose c'è una parte di volontà, e una parte casuale. Spesso le due cose non vanno affatto d'accordo e producono pasticci. Prendiamo ad esempio la fiction dedicata ad Edda Ciano. Ha fatto arrabbiare tutti quelli di An. Ma in molti a destra, all'inizio avevano fatto pressioni perché si facesse uno sceneggiato di quel genere. Ma poi non tutte le ciambelle vengono come dovrebbero. E quel Mussolini un po' tronfio che si fa dire dalla moglie Rachele cosa dovesse pensare del genero Ciano non piaceva più di tanto. Ma l'intento, e qui sta il punto, era quello giusto. Era rinormalizzare il fascismo, con la bella famigliola Mussolini tanto simile ad altre famiglie italiane: Edda che si divide tra il padre e il bel marito, Ciano che cerca di salvarci dalla cattiva Germania hitleriana, e poi il drammone familiare.
Ma se l'operazione Edda è palese fino a diventare didascalica, molte
altre sono assai più sottili e complesse. E non si tratta solo dei Medici in famiglia che negli anni si sono adattati al mutamento della società italiana, in una direzione spiccatamente qualunquista. Si tratta del dilagare di una serie di fiction che hanno al centro eventi ed epopee delle forze dell'ordine. Dal Maresciallo Rocca, alla Squadra, a Distretto di polizia, fino a Gente di mare, che ha per protagonista la Guardia costiera. Ma se ormai le fiction sulle forze dell'ordine continuano in una serialità senza scossoni, sempre uguale a se stessa, una serialità fatta di eroismi e di storie comuni, banali e quotidiane, non così è per i nuovi progetti e per le fiction che sono andate in onda negli ultimi tempi.
Storia d'Italia e propaganda. In Rai sanno ad esempio da dove vengono certe
idee di fiction, e come nascono certi progetti. Ogni volta c'è un esponente
del governo che ha lanciato l'idea e che ha voluto che fosse realizzata. La
fiction su Meucci, ad esempio, debole e obbiettivamente poco interessante, fu fortemente voluta dall'allora ministro Gasparri, che dal dicastero delle
Telecomunicazioni, voleva trasformare Meucci in una sorta di icona positiva, in qualcosa che desse visibilità a quello che faceva. Tra le fiction in preparazione ce n'è una dedicata a Vincenzo Muccioli, per esempio. Una vita di Vincenzo Muccioli che ha voluto fortemente Letizia Moratti, e che vedremo nel 2006. E non basta, il cosiddetto «visto si giri» per una fiction dedicata ai «Futuristi» porta il nome di Giordano Bruno Guerri. Ma non si riesce a rintracciare, per esempio, l'ideatore e il sostenitore di una fiction, pronta per il 2006, dedicata a Caravaggio.
Futuristi, Caravaggio, e Muccioli, passando per De Gasperi, per Rocca 5 e per prodotti come Don Matteo, che è l'asse portante del filone religioso, controllato con rigore e attenzione dalla Lux di Ettore Bernabei. A guardare i documenti sulle fiction, si trovano strane cose: una fiction su Joe Petrosino, vittima ante litteram della mafia, ma talmente ante litteram da risultare annacquata. E una storia di Gino Bartali, meno trasgressiva di quella di Coppi, il ciclista cattolico e di centro. Poi c'è il Sangue dei vinti tratto dal romanzo di Pansa.
Questi dati dicono alcune cose. Su cui bisognerebbe riflettere. Mediaset, ma è da sempre così, cerca una spettacolarizzazione della fiction. Rai cerca di più, come servizio pubblico, di andare a fare le sue scelte nella cosiddetta memoria condivisa. Nei corridoi di viale Mazzini la parola d'ordine è proprio questa: memoria condivisa. Edda? De Gasperi? Muccioli? Le contraddizioni della resistenza? Per la verità è solo sulla memoria che si gioca la partita, e non certo sulla condivisione della memoria. A nessuno è mai venuto in mente di raccontare l'attentato a Togliatti, o i fatti del G8 dei Genova, tanto per citare due cose lontanissime tra loro e lontanissime nel tempo.
Ma a guardare bene, pur nella confusione dei Meucci e dello Zio d'America,
polpettone di successo interpretato da Christian De Sica, un filo rosso si
trova. Il filo sta nella popolarizzazione della storia più recente in una
chiave rassicurante e banale (la parola revisionismo indica qualcosa di assai più serio, che non ha niente a che fare con tutto questo). E nel modo di raccontare: una scansione narrativa che tende a svuotare, a togliere importanza alle storie che si raccontano, proprio perché l'importanza, i fatti, le cose che accadono, vengono lette soltano in una chiave di tipo emozionale. Fu così con lo sceneggiato Borsellino. Potrebbe essere così con il suo gemello, in preparazione per la Rai, dedicato a Giovanni Falcone.
Sarebbe facile dire che la destra si è impadronita della fiction. E
probabilmente è vero soltanto in parte. È molto più importante raccontare
come la storia del nostro paese, sia diventata un fumettone, un fotoromanzo
televisivo dove tutto si mescola: Guerra e pace che andrà sul piccolo schermo come produzione Lux, Una suora nel West sul quale in molti in Rai si interrogano sui contenuti senza riuscire a capire di cosa si tratta, e un De Gasperi come quello che abbiamo visto, simile a una immaginetta un po' stinta.
Dietro tutto questo ci sono molti fili che andrebbero raccolti. Il primo sta nel capire chi sono i produttori di questi nuovi teleromanzi: ognuno con la sua specializzazione, ognuno con i suoi cromosomi ideologici ben
identificabili. Il secondo è nel vedere cosa sia accaduto dai primi successi della Piovra con Michele Placido, girati da Damiano Damiani fino al bonario Montalbano di questi ultimi anni. Il terzo è nel trovare un palinsesto altro, che sta dietro quello ufficiale. E chiedersi: quanto hanno influito anni di puntate di teleromanzi nella coscienza culturale di un paese fatto di gente che non legge libri, non legge quasi giornali, ma che rappresenta la stragrande maggioranza dei cittadini italiani?