lunedì, 26 settembre 2005

L’Onorevole Camillo

Le mosse del cardinale

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 25 settembre 2005

Sera di venerdì scorso. Tg1. Il conduttore introduce la notizia in questo modo. «Increscioso episodio a Siena». L'”increscioso episodio” a Siena non è altro che una contestazione, fatta da giovani studenti di sinistra, a un premio istituito dalla Fondazione Liberal, presieduta da Ferdinando Adornato. La Fondazione Liberal ha deciso di dare il premio al Cardinale Camillo Ruini. Un premio «per il progetto culturale della Chiesa italiana» da lui promosso: «Un riconoscimento all’azione teologica, culturale, umana di un uomo di Chiesa».
Il cardinal Ruini dunque è andato a Siena a ritirare un premio ed è stato contestato.

È stato contestato per aver detto che «i Pacs sono incostituzionali», per aver invitato «i cattolici a non partecipare al voto per il referendum sulla procreazione assistita», per aver sostenuto che «il crocefisso debba rimanere come un segno dell'identità della nostra nazione». I ragazzi hanno srotolato davanti a Ruini tre striscioni. Il primo diceva: «Libero amore in libero Stato». Il secondo: «Vogliamo fare un pacs avanti nei diritti». Il terzo era il più provocatorio: «Siamo tutti omosessuali».
Dopo una manciata di minuti dall'episodio l'agenzia Ansa ha cominciato a battere i primi titoli. «Berlusconi: contestazione a Ruini mi addolora", «Barbuto (Udc): sgomento per contestazione a Ruini», «Bosi: vergognosa contestazione a Ruini», «Casini: amarezza e indignazione per Ruini contestato». E ancora: «Fioroni: contestazione Ruini è grave mancanza cultura», «Gardini: solidarietà a Ruini, Prodi tenga a freno i fans», «Giro, Forza Italia: i fischi a Ruini devono indignare i laici», «Tajani: indegno tentativo di limitare la libertà», «Verdini: contestatori Ruini grotteschi epigoni del ‘68», «Volonté: giù le mani da Ruini».
Fin qui le reazioni del centrodestra. Ma anche nel centrosinistra i fischi a Ruini non sono affatto piaciuti. Soprattutto a Romano Prodi che dice: «Queste contestazioni le biasimo profondamente», e ha mandato una lettera personale al Cardinale. Anche Piero Fassino oggi ha dichiarato di non aver «condiviso la tesi che Ruini non possa parlare». E Rosi Bindi: «Mi dispiace che Ruini sia stato contestato nella mia città». Ma in realtà Ruini ha potuto tranquillamente parlare a Siena, per fortuna.
Ma in questa gara alla solidarietà per Ruini ci sono alcune discrepanze. È chiaro che il cardinal Ruini è libero di esprimere le sue posizioni e la posizione della Chiesa. È chiaro che a nessuno è concesso di impedirgli di parlare e di esprimere le proprie opinioni. Ma il cardinal Ruini, a Siena, era andato da Adornato, da un parlamentare di Forza Italia a ritirare un premio, che non è un premio dell'Università Gregoriana, ma è un premio per la sua attività, letta in una chiave assolutamente e squisitamente politica. È lecito contestare Ruini se va a prendere un premio da Adornato? È lecito che si possa mostrare uno striscione dove si dice «libero amore in libero Stato»? Dove è lo scandalo dei fischi?
È un segno, questo. Un segno della crisi dialettica di questo Paese. E il cardinal Ruini, che è uomo di grande finezza intellettuale, lo avrà capito assai bene. C'è più da riflettere su questo agitarsi, questo fare la gara della solidarietà tra tutti gli esponenti politici, piuttosto che la scaramuccia accaduta a Siena. È ovvio che i giovani di sinistra contestino un uomo che ha espresso con autorevolezza e influenza le sue opinioni su temi cruciali per il Paese, opinioni nette e chiare. È evidente che Ruini avrà messo in conto, nella posizione in cui si trova, che gli possa accadere ancora di subire una contestazione. Non è stato fischiato mentre officiava messa, e neppure mentre parlava da cardinale. È stato fischiato mentre ringraziava Adornato del suo premio. Il Ruini politico si può fischiare. Non si tratta di un'offesa alla Chiesa, e neppure un'offesa a Ruini. Si chiama dialettica democratica, gusto del contraddittorio, anche colorito e provocatorio certo, ma pacifico e sensato. Il fischio non è un oltraggio, non è un attentato alla democrazia, non è un gesto di violenza. Solo nelle dittature non era lecito fischiare e contestare nelle manifestazioni pubbliche. Non solo la storia dello spettacolo ma anche la storia della politica sono una storia di civilissimi fischi. E per fortuna.

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sabato, 24 settembre 2005

"OGGI SE MOSTRI DI AVERE UN BRICIOLO DI FANTASIA TI CACCIANO VIA, COME SE TU AVESSI VIOLATO UN PARADISO TERRESTRE FATTO DI GENTE CHE PENSA SOLO AI SOLDI E A QUEL POTERE CHE VIVE DELL'OPPOSTO DELLA FANTASIA."

di Roberto Cotroneo, da "Se una mattina d'estate un bambino"

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domenica, 18 settembre 2005

Viva Zapatero: ridere o piangere,

questa è l’Italia

   di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 16 settembre 2005

 

Onesto. Calzante. Lucido. E dal punto di vista cinematografico: geniale. Viva Zapatero di Sabina Guzzanti è stato paragonato a Fahrenheit 9/11 di Michael Moore. Ma, con tutto il rispetto per Moore, con Fahrenheit 9/11, nonostante la nobiltà del tema, ti addormenti dalla metà in poi. Con Viva Zapatero rimani incollato sulla sedia e ti accade qualcosa di assolutamente inedito. Per tutto il tempo non sai se ridere o se piangere. Questo film è il più misurato, obbiettivo, tremendo, documento su quello che è diventato questo paese dalla presa del potere di Silvio Berlusconi. È un documento che non fa demagogia, che non gioca oltre il lecito con le battute facili, che non fa sermoni e morali a nessuno, che non certifica verità giornalistiche buone per una battaglia ideologica. Ma mostra le cose come sono. Usa l'intervista nel modo in cui dovrebbe essere utilizzata veramente. E mostra soprattutto quanto il nostro paese, in questi ultimi anni sia franato all'indietro rispetto al resto d'Europa: sul versante dell'informazione, su quello della tolleranza, del diritto di espressione, del diritto di satira.
Naturalmente la storia del film, è in parte la storia del programma, Raiot, di Rai Tre, chiuso dopo la prima puntata, con un gesto censorio sconcertante, e persino ridicolo. La vicenda di Raiot ha mostrato quanto il potere in questo paese non sia in grado di sopportare nulla che non sia filtrato, addomesticato, e soprattutto normalizzato. Così Sabina Guzzanti dopo averci raccontato, con filmati di repertorio, quello che avvenne allora, è tornata dai protagonisti di quella vicenda a chiedere conto. Il programma fu cancellato perché Berlusconi, fece arrivare alla Rai quattro querele con la richiesta di danni per 40 miliardi di vecchie lire. La sentenza ha poi detto che il reato non sussiste, e la Guzzanti è stata assolta soprattutto perché le cose dette nel programma erano sostanzialmente vere. Ma nonostante questo, la Rai non ha rimesso il programma in palinsesto.
Le interviste di Sabina sono perfette. Sabina torna dai suoi censori per chiedere perché. E i perché finiscono per esprimere più che una opinione una sottocultura. Una sottocultura verbosa e arrancante, di gente che non riesce neppure ad arrampicarsi sugli specchi. E si mette a fare distinguo tra informazione e satira, e parla di paletti, di misura, di una quantità di cose che sono senza una logica vera. Flavio Cattaneo, già direttore generale Rai che dice, testuale: «se fai informazione si accetta le regole dell'informazione se si fa satira si deve attenere alle regole della satira, quindi non è contro Sabina Guzzanti la chiusura». E Sabina: «ma le regole della satira dove le ha lette lei mi scusi?». Oppure Gasparri, che dice: «No, vede... questa è una questione seria signora Guzzanti. La satira è la satira, il dibattito è il dibattito...». E il senatore Lainati di Forza Italia: «Senta io sono un collega di suo padre che è un esponente del centro destra... ho avuto occasione di parlare con suo padre che è un senatore del centro destra...». E Sabina: «che c'entra, ho una certa età, non chiedo mica a mio padre quello che devo fare».
In queste perle linguistiche che sono la sostanza della malattia ideologica e morale di questo paese, in questo verboso nascondersi dietro parole, in questo tentativo di comunicazione da piazzisti di enciclopedia, di venditori di ghiaccioli agli eschimesi, che è l'ideologia del berlusconismo più autentico, si innestano filmati dei programmi di satira in Francia, e interviste a giornalisti stranieri che vivono in Italia: Udo Gumpel e Marcelle Padovani. Entrambi spiegano che è impossibile raccontare queste cose agli stranieri. Entrambi dicono che in nessun paese la satira può essere censurata. In Francia, in una parodia tarantiniana di Pulp Fiction, hanno inscenato persino un'esecuzione di Chirac. Da noi, ma ormai si sa da tempo, tutto questo è impossibile.
Ma se Viva Zapatero si limitasse a questo, sarebbe un'utile film su quelli che alcuni definiscono una anomalia di questo paese, e noi potremmo definire meglio come una forma di barbarie: il potere assoluto di un uomo su tutti i mezzi di informazione, e che caccia dal video attori e giornalisti scomodi. Ma Viva Zapatero è la dimostrazione di un nodo ancora peggiore. Il rapporto tra media e potere che vige in Italia, e che sarebbe riduttivo leggere solo in chiave politica. La sudditanza di buona parte dei media nei confronti del potere, e lo scarsissimo rispetto del potere nei confronti dei media. Non si sa bene chi abbia cominciato prima. Ma questo ormai avviene ovunque: nella politica, nella cultura, nello spettacolo, nello sport. Viva Zapatero è una grande lezione di giornalismo proprio perché è fuori dal giornalismo. Ma è di certo giornalismo, di certo suo linguaggio, della sua non volontà di fare domande, di quel suo voler essere a tutti i costi trasversale, cincischiante, assolutorio, spesso persino un po' compromesso, pieno di malizie, privo di schiettezza, capace di traccheggiare ogni qualvolta gli è possibile che parla soprattutto Viva Zapatero. Quel giornalismo che usa il linguaggio dei suoi politici, perché spesso i suoi politici hanno fatto i giornalisti, e ormai nessuno riesce a distinguere i linguaggi: tutti uguali. È proprio questo giornalismo che esce peggio da questo film. È questo farsi da parte, questo lavarsene le mani, che viene fuori con più prepotenza e lucidità dal «j'accuse» della Guzzanti.
Quando chiusero Raiot tutti trovarono una ragione. «Una ragione» con ragione, da parte dei giornali vicini al centrodestra. E «una ragione» per quanto non condivisibile, da parte di quelli del centro sinistra. Ma alla fine si capiva comunque un fatto, e va detto senza ipocrisie: che quel potere condiviso, quelle parole che passano da una bocca all'altra nel film della Guzzanti, parole di destra, di centro e anche di sinistra, nella sostanza non dicono cose troppo diverse. E dietro queste parole c'è un postulato: «i comici non possono fare i giornalisti». Che tradotto significa: una voce che esprime opinioni e non ha fatto un esame di stato non può esprimersi liberamente. Purtroppo con sfumature diverse si ritrova in tutti gli schieramenti. Il contraltare è quello di Luciano Canfora che pacatamente fa scivolare questo mondo di ignoranza in un limbo del ridicolo: «Aristofane inserisce nelle sue commedie dei comizi interi», spiega alla Guzzanti: «si chiamava parabasi; il corifeo si staccava dagli altri, dal resto del coro, andava in primissima fila, e diceva: "ora parlo alla città" e diceva tutto quello che gli passava per la testa sulla guerra, la politica, su qualunque argomento».
Ora Sabina Guzzanti è disposta a seguire il suo film, che distribuisce Lucky Red, in trenta copie iniziali, in tutte le città dove verrà proiettato. Quelli che hanno voluto, allora, la chiusura di Raiot dovrebbero cominciare a preoccuparsi. La satira, spesso, fa dei brutti scherzi, torna come un boomerang, e i boomerang più vengono lanciati lontani più prendono forza e velocità, e fanno molto male.

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mercoledì, 14 settembre 2005
S'AVANZA UNO STRANO FINI


di Roberto Cotroneo, da "l'Unità" del 14 settembre 2005

Il personaggio


Aby Warburg diceva che il buon Dio si nasconde nel particolare. È una frase nota, e molto citata. Ma come tutte le frasi molto citate è decisamente vera. Certo, scomodare il buon Dio per Gianfranco Fini è troppo.
Ma sarebbe interessante vedere se nei prossimi giorni, con l'arrivo dell'autunno, Gianfranco Fini passeggiando con il suo cane (rigorosamente di razza Pastore tedesco) in un parco romano vicino casa sua, porterà ancora quel retrò e un po' «vecchia destra» impermeabile Burberry color beige con il colletto alzato.
Forse questo è l'ultimo particolare vezzoso che mostrerà se si è compiuta del tutto la cosiddetta rivoluzione copernicana e ideologica di Fini, che è ancora sulla carta il leader di An, ma allo stesso tempo è diventato qualcosa di più o qualcosa di meno, a seconda dei punti di vista. Nel senso che ormai Fini è Fini: è un leader di un partito da cui è sideralmente distante, è il ministro degli Esteri di un governo che sopporta a denti stretti, ma soprattutto è l'espressione di una destra che non c'è ancora, e che probabilmente e per sua sfortuna nel suo partito non ci sarà mai.
E va detto che questi sono guai non da poco. Perché questa vicenda ha dei punti fermi. Che vanno dal suo storico viaggio in Israele, alla posizione sui referendum sulla fecondazione, alla recentissima posizione sulle coppie di fatto, alla capacità di prendersi addosso le responsabilità della sconfitta elettorale delle scorse regionali, presentandosi come un capro espiatorio da Bruno Vespa. Al rifiuto di venire a patti con Alessandra Mussolini. Fino al gossip, al pettegolezzo che gli attribuisce una affettuosa amicizia con la bella Stefania Prestigiacomo. E questo perché le posizioni di Fini sulla fecondazione assistita erano in linea con quelle del ministro di Forza Italia. Gossip, come quasi tutti i gossip, privo di fondamento, e probabilmente sgradevole, ma che però è il segnale, la cartina al tornasole di un modo di concepire la figura di Fini diversa dal passato, più moderna, e - va detto senza ipocrisie - persino più glamour.
Non c'è dubbio però che la metamorfosi di Fini investe come un uragano le strategie future dei moderati. E non soltanto perché nel dopo Berlusconi c'è la sfida quasi sicura tra Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini per la leadership del centro destra. Ma anche perché andando avanti così lo stesso Fini rischia di trasformarsi in un eccezione del moderatismo italiano. Un laico moderato, uomo di destra, trattato con rispetto dagli oppositori, e detestato dai suoi. Il primo segnale esplicito, pubblico, era venuto a metà luglio. Quando un giornalista del quotidiano Il Tempo capta i discorsi di tre colonnelli di An al tavolino di un bar romano vicino a Montecitorio. Sono Altero Matteoli, Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa. Fini? «La vera questione», dice tra le altre cose Ignazio La Russa: «è chiedersi chi è Fini oggi. Dobbiamo rispondere a questa domanda». In realtà il dialogo va ben oltre questa frase, al punto che i tre sono costretti, dopo l'articolo del Tempo a chiedere formalmente scusa a Gianfranco Fini, ma le parole di La Russa andavano ben oltre il pettegolezzo da bar.
Chi è Fini oggi? Sicuramente qualcosa di molto diverso da quello che era stato. Il delfino di Giorgio Almirante, il moderato dei missini. Quello che nel giugno del 1977 viene messo al vertice del Fronte della Gioventù da Almirante stesso, dopo che fu costretto a commissariare l'organizzazione giovanile del partito, troppo vicina alle frange eversive dell'estrema destra. Ma senza andare nella preistoria, Fini è qualcosa di molto diverso anche da quello che dichiarava, undici anni fa: che Mussolini «era il più grande statista del Secolo». Frase poi rinnegata
Dire che tutto questo crea disagio tra i suoi è dir poco. Un Fini sdoganato era comodo a molti, fuori dal suo partito. A Berlusconi, che poteva guardare con paterna benevolenza al suo alleato più fedele. A Casini e Follini, che potevano tenere ai margini del post fascismo il moderato Fini, moderato certo, ma con il peccato originale di una storia personale che non si poteva emendare del tutto con la svolta di Fiuggi.
Invece il cammino di Fini negli ultimi dieci anni è stato più rapido e radicale di quello che lo ha portato fino a Fiuggi. E tra i suoi fedelissimi c'è chi fa notare che questo cammino ha subito un'accelerazione proprio da quando è ministro degli Esteri. Saranno le buone frequentazioni europee, sarà che ha visto il mondo oltre via della Scrofa, sede nazionale prima del Msi e ora di An, sarà che sta facendo i suoi calcoli per trasformarsi in un leader moderato credibile, ma il cambiamento è davvero notevole.
«Non si può equiparare la famiglia intesa come unione tra un uomo e una donna basata sul matrimonio alle cosiddette unioni di fatto, ma è giusto rimuovere eventuali discriminazioni che negano i diritti individuali e personali dei cittadini che danno vita una unione di fatto», ha detto Fini commentando l'apertura di Prodi sulla Pacs.
E le agenzie si sono trovate un diluvio di commenti dei colonnelli di An che non condividono, per l'ennesima volta. Gasparri, per primo, e Publio Fiori, che dice che la posizione di Fini «apre la porta a Zapatero», e Ignazio La Russa che finge di essere d'accordo con Fini, ma poi pone tutto un problema «delle coppie di fatto dello stesso sesso o di sesso diverso». Tornando alle solite ossessione della vecchia destra. Ma è evidente che tra i colonnelli di An e il loro leader non solo non corre buon sangue, che non sarebbe una novità, ma addirittura non c'è più comunicazione. Sembra che stanno in partiti diversi. Fini mal li sopporta, e loro mal sopportano Fini. E questo al di là dei pettegolezzi da bar.
All'ultimo esecutivo di An, del 7 settembre scorso, brillavano le assenze di Alfredo Mantovano di Francesco Storace e di Gianni Alemanno. E Storace ha dichiarato che «parlare di dissapori tra lui e Fini è un eufemismo».
La guerra è più che ideologica. La guerra è sottopelle, è viscerale. Non si tratta solo di capire, come si chiedeva La Russa nel baretto romano, chi è Fini oggi. Ma di capire come sono rimasti gli altri. Esaurita la spinta propulsiva della svolta di Fiuggi in An sono tornati vecchi vizi e vecchie nostalgie, anche se riverniciate nel termine di nuova destra sociale.
Così i suoi nemici sono colonnelli come Mantovano, seguace moderno del cardinale Ruffo. Movimentisti come La Russa e Alemanno e, in una variante decisamente più mesta, Maurizio Gasparri. E i militanti tutti fede, fiaccola tricolore, e culto di un passato, un culto che continua ad attraversare le viscere di buona parte di quelli che sono cresciuti con Fini in quel partito. Un partito di mitologie talmente viscerali e radicali da impedire veramente una mediazione, la ricerca di un punto di mezzo tra la posizione di Fini e quella di tutti gli altri.
Per questo Fini si sta affrettando, con varie incertezze a mettere assieme una squadra di funzionari di partito lontani da quel mondo, e lontano dai suoi colonnelli: un mondo che gli rimprovera di essere stato uno dei loro e oggi di non esserlo più. Così oggi Fini è diventato un leader moderato attendibile, e non è più identificabile con An. E nello stesso tempo An, con i suoi La Russa, Gasparri, Alemanno e Storace non può fare a meno di Fini, pena finire in un ibrido vecchio, inutile, ma soprattutto subalterno rispetto alle altre forze del centro destra.
Una partita difficile insomma, dove la vittoria di Fini non è detto che porti con sé anche la vittoria politica del suo partito: un partito che fatica sempre di più a rappresentare, per fortuna.
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sabato, 10 settembre 2005

"EGYPTIANS AND SUMERIANS, MAYANS AND INCA BUILT PYRAMIDS, EMBALMED MUMMIES AND THOUGHT THEY WERE ON THE RIGHT TRACK. THEY DEFENDED THEIR IDEAS WITH SLINGS AND BOWS AND ARROWS. WE THINK THEY WERE WRONG ABOUT THE PURPOSE OF LIFE. SO WE BUILD NUCLEAR MISSILES AND GO TO THE MOON. WE DEFEND OUR POLICIES WITH ATOM BOMBS AND ANTIMISSILE MISSILES."

"THANKS FOR THE RIDE, RA. YOU PROVED THAT EVEN LANDLUBBERS CAN SAIL THOUSANDS OF SEA MILES ON PAPYRUS BUNDLES. YOU ALSO PROVED THAT MEN FROM EAST AND WEST AND NORTH AND SOUTH CAN LIVE AND WORK TOGHETER FOR THE COMMON GOOD, EVEN WHEN THEY ARE SHORT OF SPACE."

di THOR HEYERDAHL, da "THE RA EXPEDITIONS"

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sabato, 03 settembre 2005

Cerignola: braccia, miseria e protesta degli agricoltori nella terra di Di Vittorio

I blocchi stradali per la serrata su uva e pomodori, le campagne e il lavoro che non c’è. Proprio nei luoghi in cui si formò il grande sindacalista della Cgil

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 31 agosto 2005

Questa è la storia di una notte. Notte di domenica 28 agosto. Autostrada Adriatica. Da Bari a Roma. Al casello di Canosa c'è l'obbligo di uscita. Motivo: gli agricoltori pugliesi hanno bloccato le strade per protesta. Da due giorni quel blocco è stato tolto, e questa sarà una storia che verrà archiviata nella categoria disagi dell'estate. Ma dentro c'è un pezzo di paese dimenticato, fatto di gente che non ha nome e volto, che lavora duramente e ha paura del futuro. Non è cronaca, ma è il racconto di un cittadino che si trova di fronte un mondo sconosciuto e gente abbandonata che nessuno ha voglia di trovare.
Torniamo a due giorni fa, a quella domenica 28 agosto. Il blocco è cominciato qualche ora prima. I manifestanti sono viticultori e produttori di pomodori e vogliono che tu vada a cercarti un'altra strada, loro che forse un'altra strada non ce l'hanno. Così per arrivare a Roma hai un solo modo, esci a Canosa e vai a Cerignola per riprendere l'autostrada. Lo devi fare attraversando una strada dritta e deserta. «Statale 98», dicono le carte, ma nei cartelli della zona c'è un'altra sigla: «Ex 98», c'è scritto. «Ex 98», certo, ma non si riesce a capire come si chiama adesso. Sembra la metafora di questo mondo, un mondo perduto di gente spesso dimenticata, di «ex»: disperati dentro il cuore della «Capitanata», dove Giuseppe Di Vittorio ha inventato il sindacalismo italiano. Di Vittorio era proprio di Cerignola. Un posto dove le braccia da lavoro non bastavano mai, e adesso anche se bastassero non sapresti che farci, perché poi tanto la roba che coltivi la butti, e non te la pagano abbastanza.
Ma per vedere cosa sia davvero questo mondo bisognerebbe passarci di giorno. Quando questa terra si accende di colori strepitosi, e ti chiedi se in un posto così, si possa mai pensare che ancora oggi non c'è futuro. Perché sembra che qualche dio lo abbia fatto apposta a spianare tutto, perché si possa lavorare la terra senza problemi. Ma la notte qui è solo un'insegna dietro l'altra: di mobilifici e qualche ristorante dove si fanno i matrimoni degli emigranti, che tornano apposta per sposarsi.
In questa notte di rientro la ex statale 98, prende vita a una rotonda. Lì c'è un camioncino completamente bruciato. e dei blindati dei carabinieri. «Da che parte si può andare?». «Non lo sappiamo, veniamo da Napoli, provi dritto verso Cerignola dove c'è l'autostrada». E con l'autostrada tutto diventa facile, una striscia di asfalto che è uguale dappertutto, di un paese omologato. E puoi smettere di chiederti perché in uno dei posti più agricoli d'Italia ci siano tutti questi mobilifici. «Perché è bruciato quel camioncino?». I carabinieri non lo sanno. Dove si sono spostati i manifestanti? Forse più in là o forse sono andati a dormire. Sono blocchi invisibili: si vede soltanto l'effetto. Dove sono quegli uomini che non ti lasciano passare? Tutti li sfuggono, tutti vorrebbero fare un'altra strada; nessuno vuole parlare con loro, nessuno ha da chiedere nulla.
Nessuno sa dove andare. Non circolano neppure le notizie, neppure quella del manifestante ucciso a Canosa da un furgone. Sembra tutto inceppato in queste campagne troppo sconfinate perché la voce di chiunque possa riuscire a farsi ascoltare. Solo luci qua e là, lontane, che sembrano fuochi, lasciano pensare che oltre la notte, ci sia qualcuno, qualcuno di loro. Ma è proprio all'ingresso dell'autostrada che c'è il fuoco più grande di tutti. Proprio dove si deve svoltare per prendere la A16, in direzione Napoli. Le auto della polizia tutte sono attorno senza neppure i lampeggiatori accesi: come una rassegnazione.
I poliziotti sono delle zona, ragazzi giovani: se indaghi scopri che sono i figli e i nipoti di quegli agricoltori che non ce la fanno più. Sono cortesi, parlano agli automobilisti che cercano una via di uscita. Una inversione a «U» e poi li rispediscono indietro. Direzione Candela. O ancora oltre. Dopo Candela percorrere quelle statali alle due notte vuol dire prendere della stradacce tutte a tornanti. Ma anche fino a Candela bisogna prendere strade che ti fanno salire fino ai mulini a vento, quelli che portano l'energia eolica. Proprio quel vento che ora sta alimentando questo fuoco improvvisato, in mezzo a questa strada abbandonata del sud.
Quanti sono i manifestanti? Saranno 50, forse 60. Questo non è un gioco, ma nelle facce di questa gente c'è una strana forma di entusiasmo, di protagonismo che situazioni di questo genere si portano appresso. Parlare con loro. Scendere e parlare con loro sarebbe la cosa più logica. Ma nessuno scende e parla con questi signori. Tutti invertono la rotta. Se scendi e parli con loro vedi che sono veramente disperati. Ti dicono bruschi che non ti faranno entrare in autostrada. Ti dicono che i blocchi sono anche oltre: fino al confine tra Puglia e Campania. Ti dicono che devi cercarti un albergo per la notte.
Non vogliono che la gente continui a viaggiare e aspettano Alemanno e Vendola: «Alle istituzioni, dobbiamo dirlo alle istituzioni». Ma quali istituzioni? In questo spiazzo del nulla il casello di Cerignola sembra debba spegnere le sue luci da un momento all'altro, come quei ristoranti sulla strada. Quei ristoranti dove si sono sposati anche questi agricoltori. «Non sappiamo come campare, se non ci pagano le eccedenze, se non ci danno i soldi che il governo ci ha promesso». Parleranno con Alemanno, con Vendola poi toglieranno il blocco; ma più che un blocco sembra un tumulto.
«E lei, lei dico, che lavoro fa?». Faccio il giornalista. «Non ci crediamo». Di che giornale? «l'Unità». «Se sei dell'Unità ti lasciamo passare». Si passano il tesserino uno con l'altro. Uno di loro mi dà del voi: «Se volete potete passare vi facciamo passare, ma poi a Candela trovate un altro blocco. Però se glielo spiegate che vi abbiamo fatto passare noi...». Si spostano per farmi arrivare al casello: uno si accosta al finestrino: «Quando entri, trovi dei birilli, scendi dalla macchina e spostali. Ma dopo rimettili per favore». Lo faccio. Da Cerignola a Candela sono almeno trenta chilometri spettrali. A Candela nessun altro blocco. Neanche i manifestanti sapevano bene quanti erano. Sono le quattro di notte. Il giorno dopo il ministro Alemanno ha detto che la situazione degli agricoltori pugliesi porta a «un gravissimo disagio sociale». Al punto che in un raid di qualche ora prima è stata bruciata la sede della Camera del lavoro di Cerignola. Quella di Giuseppe Di Vittorio, il padre del sindacalismo italiano. Come vogliamo chiamare tutto questo? Soltanto una beffa della storia? O un dramma di questo paese?

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 14:01 | Permalink | commenti (1)
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