venerdì, 21 ottobre 2005

NON ABBIAMO CAPITO

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 20 ottobre 2005  

Sulle dimissioni di Michele Santoro ognuno può pensarla come vuole, ma quello che è accaduto ieri pomeriggio ha un elemento fondamentale da cui non si può prescindere, e da cui parte qualunque discorso. Anzi, un elemento paradossale. È paradossale che un giornalista con il seguito di pubblico come quello che aveva Santoro sia stato epurato personalmente dal presidente del Consiglio, attraverso il famoso editto di Sofia, quando oltre Santoro furono allontanati dal video Luttazzi ed Enzo Biagi.Ed è ancora paradossale che Santoro abbia vinto una causa proprio in riferimento a tutto questo, una causa dove un magistrato ha ordinato di reintegrarlo nelle sue funzioni, e questo non sia stato fatto. Ed è ancora più paradossale che tutto questo sia avvenuto non in un'azienda privata, ma addirittura alla televisione di Stato, nel servizio pubblico, alla Rai, per intenderci.
Allora quando accadono episodi incredibili come questi non ci si può lamentare troppo se le cose poi si ingarbugliano e i comportamenti finiscono per diventare meno nitidi di quanto si dovrebbe, e di più difficile lettura.
Santoro si è dimesso da parlamentare europeo, lo ha fatto annunciandolo attraverso una conferenza stampa. E le sue dimissioni lasciano un po’ di amaro in bocca. Non si dovrebbe fare, e siamo sicuri che Santoro cercherà il più presto possibile di spiegare ai suoi 526.535 elettori il perché di tutto questo. Perché sono stati più di 500 mila quelli che si sono messi in fila, documenti in una mano, certificato elettorale dall'altra e sono andati al seggio per votare il giornalista televisivo. E non hanno votato Santoro perché era senza lavoro. E non lo hanno votato certo per fargli un regalo, o perché lui non sapeva come occupare il suo tempo. Gli elettori lo hanno votato perché hanno giustamente pensato che un giornalista esperto di comunicazione come lui potesse essere una voce importante in Europa. Ora che Santoro si è dimesso, i suoi nemici hanno un'arma in più per strumentalizzare il suo gesto. Ora che ha lasciato il suo seggio al parlamento europeo quelli che non l'hanno voluto in Rai, quelli che dicono che era fazioso e che mettono in discussione la sua professionalità raccontano che lo ha fatto per poter prendere liberamente parte alla trasmissione di Adriano Celentano di questa sera: Rockpolitik. E anche questa non è una buona cosa, anche questo è il frutto di un ingarbugliamento che non doveva accadere. Le dimissioni dal Parlamento Europeo non possono essere messe in alcun modo in relazione con la trasmissione televisiva di un cantante e show man come Adriano Celentano. E sarebbe stato utile che nessuno potesse fare un uso strumentale di questo gesto.
Ma questo è un paese dove tutto è paradossale, dicevamo. Bisogna ammettere che per le sue dimissioni Santoro ha sbagliato i tempi, e che forse la tentazione di avere di fronte una platea televisiva di milioni di persone, per poter dire le cose che nessuno gli ha lasciato più dire, ha fatto il resto.
Ma è importante che sia proprio lui, e siamo sicuri che lo farà, a spiegare chiaramente il motivo di tutto questo. Certamente farà capire ai suoi elettori che Celentano non può pesare sul piatto della bilancia di queste dimissioni assai più del loro voto, che è tutto un equivoco, che era una decisione maturata da tempo, perché forse vuole tornare in Rai, e forse potrà avere un altro programma, e forse si farà quello che è sacrosanto fare: obbedire alla legge italiana, mettere in atto una sentenza e ridargli la possibilità di lavorare.
Solo che non è detto ormai che in questa grande confusione ci si riesca fino in fondo. Una brutta confusione, a destra certo, ma anche un po' a sinistra, quando accadono cose come queste. Celentano che va oltre il semplice programma televisivo, e va fuori dai canoni dell'intrattenimento, un europarlamentare che prima di tutto è un giornalista televisivo che esasperato finisce per dare la sensazione, certo sbagliata, di dimettersi per gestire il proprio rilancio attraverso i milioni di spettatori di Rockpolitik. E alla base di tutto questo questa ambigua democrazia televisiva che oscilla pericolosamente da un Porta a Porta di Bruno Vespa alla Repubblica anarchica e carismatica dove impera e officia da gran sacerdote l'ex molleggiato. Per fortuna ormai sappiamo che fuori da questi deliri mediatici in cui anche Santoro, volente o nolente, è finito, c'è un paese reale, che si mette in fila anche per le primarie, che vuole una democrazia chiara e semplice, che si è stancato di proclami e di apprendisti stregoni. E che ha guardato con qualche legittima perplessità alla proposta di un Pippo Baudo governatore della Sicilia; un paese che è stanco di confondere il paese reale con il paese della virtualità mediatica.
Per questo è importante che Santoro lo faccia subito, che non lasci ai suoi nemici l'arma più pericolosa, quella della delegittimazione, quella di aver tradito un principio democratico, e la fiducia dei suoi elettori, che sono qualcosa di assai più impegnativo e importante del generico «pubblico». I suoi nemici hanno poco da cantare vittoria: Santoro saprà togliersi di dosso l'accusa di essere uno che ha barattato un seggio europeo, importante e di assoluto rispetto, per un arringa da dieci milioni di spettatori (forse), vissuta come un ritorno in Rai in grande stile.

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 14:22 | Permalink | commenti (2)
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giovedì, 13 ottobre 2005

Cara amica...
mi chiedevi notizie fresche di quello che è accaduto in guatemala e messico:
ben poche te ne posso dare in merito alle sciagure recenti, chè per nostra fortuna
ci hanno solo sfiorato (siamo partiti 2 giorni prima dell'inferno di fango).
che dirti, invece della cronica indifferenza che chiude zone come il chiapas
(una tra le regioni più povere del mondo) in una morsa mortale?
Ho visto davvero persone poverissime eppure di una dignità commovente,
rifiutare la carità ed offrire in cambio piccoli manufatti e tanto calore, tanto,
da riscattare persino l'indifferenza del ricco mondo al quale appartengo.
Ti lascio una mia poesia che in parte riesce ad esternare i miei sentimenti;
Ma solo in piccola parte, perchè come scriveva il grande Gaber
- un'idea, un concetto un idea/finchè resta un'idea/è soltanto un'astrazione/
se potessi mangiare un'idea/avrei fatto la mia/rivoluzione....
Un abbraccio.

 

NELL'OCCHIO

[del ciclone]

 

Calma piatta, ma apparente

questa vita scorre in piano

mentre intorno l'apparenza

tutto inganna...

 

non ti guarda mai negli occhi

la realtà

cola, filtra dallo schermo e scende giù

come sangue

come melma

come sugo sul tuo mento...

 

quante stelle sai contare

prima che ne perdi il filo?

 

 Quante lacrime versare

per la morte vista in tele?

 

non ho tempo,

non ho tempo

NON HO TEMPO

mi dispiace

ecco la pubblicità

asciughiamoci quel mento

non è bello lo spettacolo

via sù un po di civiltà

passa il sale

versa il vino

e sorridi

dai cretino...

 

non sei neanche tra i dispersi

scrivi scrivi

scrivi versi

dolci

liquidi

perversi

siamo vivi

vivi e al centro

di quest'area assai protetta

non si muove mai una foglia

noi restiamo sulla soglia

della vita vera, viva 

facciam scorrer tra le dita

il rosario che si sgrana

ogni chicco un uomo muore

tieni il conto delle ore...

 

Bestio

 

tornato da poco dal Messico. in memoria alle vittime disdegnate dai media.

postato da: BESTIO alle ore 11:58 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 11 ottobre 2005

MEXICO

______________________di ritorno..._______________________

please wait . . .

postato da: BESTIO alle ore 09:47 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 08 ottobre 2005

SE

Se riesci a mantenere il controllo quando tutti intorno a te
perdono il loro e te ne attribuiscono la colpa.
Se puoi confidare in te stesso quando tutti dubitano di te
pur tenendo conto del loro dubitare.
Se sai aspettare senza stancarti di farlo
o essere circondato da bugie senza darvi credito
o essere odiato senza dar spazio all'odio
e ciò senza sembrare troppo buono o troppo saggio.

 

  Se puoi sognare - senza rendere i sogni tuoi padroni.
Se sai pensare - senza rendere i pensieri il tuo obiettivo
Se puoi incontrare il Trionfo e la Sconfitta
e trattare questi due impostori alla stessa stregua.
Se puoi tollerare di udire la verità da te pronunciata
stravolta da disonesti che intessono trappole per gli ingenui
o vedere le cose per le quali hai dato la vita,
distrutte e fermarti a costruirle di nuovo con strumenti logori.

Se sai raccogliere tutte le tue vittorie
e rischiarle con un lancio a testa o croce
e perdere e ricominciare ancora dall'inizio
e mai sussurrare una parola della tua perdita.
Se puoi sforzare il tuo cuore, nervi e muscoli
per servire al tuo scopo ben al di là delle loro possibilità
e così andare avanti quando più nulla in te
tranne la Volontà dice loro "tieni duro!"

Se puoi parlare con le folle e mantenere il tuo valore
o camminare con i re senza perdere di semplicità.
Se né i nemici e neppure gli amici più cari possono ferirti.
Se tutti possono contare su di te ma nessuno eccessivamente.
Se puoi riempire un inesorabile minuto
con un viaggio lungo sessanta secondi
tua è la terra e quanto vi è in essa,
e - cosa ancor più importante - tu sarai un uomo figlio mio!

Di Rudyard Kipling

 

  

 

postato da: NyFrigg alle ore 15:04 | Permalink | commenti (2)
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sabato, 01 ottobre 2005

C'ERA UNA VOLTA UNA GANG DI STATO


di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 27 settembre 2005

Ci sono degli strani tic, e degli strani modi oggi per parlare di cinema, di libri, di musica. Il tic è sempre sintetizzabile in una domanda che si fanno tutti, senza distinzione. E che ci si fa a vicenda: «ti è piaciuto?». E a questa domanda si risponde con una frase di solito altrettanto concisa, che ovviamente implica un giudizio: molto, moltissimo, abbastanza, per niente... e via dicendo. Ci si potrebbe interrogare a lungo sul perché la gente ti chiede, e si chiede, se gli è piaciuto un film o un libro. Ed è facile capire che è una domanda che non ha senso come non ha senso qualunque risposta. Ma è facile notare che quella domanda, «ti è piaciuto il film? il libro? il concerto?», si utilizza anche per una cena in un buon ristorante, per un gelato alla crema, per un vestito di buon taglio, per una festa in discoteca.
Ora, questa considerazione di ordine, diciamo così, estetico, non è qui fine a stessa, ma è utilissima per farsi una serie di importanti domande sul film di Michele Placido: Romanzo criminale, tratto dal fortunato libro di Giancarlo De Cataldo e in sala da venerdì. La domanda alla fine dell’anteprima per giornalisti e addetti ai lavori, era: «ti è piaciuto?». E la risposta più onesta è: «sì, mi è piaciuto». Mi è piaciuto anche vedere tutti assieme questi ragazzi, Accorsi, Favino, Kim Rossi Stuart, recitare in una bella storia italiana. E mi è piaciuta la regia di Michele Placido. Eppure non mi basta. Non basta dire queste cose di un film, non serve più ragionare in questi termini. Proviamo a cambiarli questi termini, e analizziamo una serie di cose. Prima cosa: la storia. La storia di questo film segue le note vicende di una banda di criminali, una banda che viene chiamata «La banda della Magliana» nel decennio che va dalla seconda metà degli anni Settanta fino a metà degli anni Ottanta. La banda della Magliana, dal quartiere romano in cui si forma, è un fenomeno assai particolare e inedito nella storia criminale italiana. Non è mafia, non è camorra, ma è un'organizzazione criminale che semina terrore e morte nella capitale per anni, utilizzando metodi da un lato violenti, e dall'altro «manageriali». Gente che reinveste, gente che ha aperto discoteche, locali, che ha fatto operazioni immobiliari, partendo dal riutilizzo dei soldi di un sequestro. Ma la banda della Magliana, che era una sorta di società per azioni del malaffare, ha perlomeno lambito, e in certi altri casi ha attraversato, quel terreno di nessuno dove i servizi segreti, certi apparati coperti dello stato, e persino forze dell'ordine si sono incontrati per mettere a punto delle strategie illecite. Insomma, i capi della banda della Magliana sono stati in certi casi pilotati e indirizzati dai servizi segreti deviati, e nel film tutto questo viene detto e raccontato con molta chiarezza. E non solo, nel film si accenna a un collegamento preciso tra i membri della banda e la strage alla stazione di Bologna del 1980. Queste sono cose che gli addetti ai lavori conoscono benissimo. E il film riprende molte delle tesi di De Cataldo, l'autore del libro: che di professione fa il magistrato, e che ha indagato su queste cose. Ma allora, che film è questo Romanzo criminale. È un film di denuncia? Se intendiamo i film di denuncia come quelli di Francesco Rosi (vedi, un esempio su tutti, Il caso Mattei), il film di Placido non è un film di denuncia. Ma allora è un film sulle vicende della malavita romana, viste dalla parte dei malavitosi? Neanche, o meglio non soltanto. O forse è un film che racconta come un poliziotto abbastanza integerrimo, e isolato, riesce a perdere la sua battaglia con i malavitosi, che a loro volta perdono la loro di battaglia, e finiscono tutti morti ammazzati?
Sono domande che non hanno una risposta semplice. Rosi girava film con un linguaggio molto chiaro. Era un linguaggio che sposava il taglio del documentario con il cinema. La verità veniva data dalla commistione di immagini della realtà montate con quelle degli attori. Il caso Mattei è costruito in questo modo. È quel misto di colore e bianco e nero, è quell'idea che un linguaggio diverso rafforzi delle tesi che hanno una loro verità. Chi in questi giorni ha visto Good Night and Good Luck di George Clooney avrà notato che è in bianco e nero. Il bianco e nero è sintomo di verità, perché i filmati della storia, almeno fino agli anni Sessanta, sono tutti in bianco e nero. Se per Clooney la verità incomincia dalla scelta estetica del bianco nero, per Steven Spielberg, per fare un altro esempio, che girò Schindler's List in bianco e nero, fu addirittura il contrario, capovolse proprio un luogo comune. Nel film di Spielberg le persone reali, i sopravvissuti di Schindler entrano in scena a colori. E quando irrompe il colore nel film (la celebre bambina con il vestito rosso del film, per esempio) è il segnale che tutto quello che stai vedendo è assolutamente autentico.
Placido non usa il bianco e nero per raccontare quegli anni. Lo fa soltanto quando usa documenti d'archivio. Ma questo non toglie che il messaggio che esce dal film è di una durezza terribile. La tesi è che nel nostro paese lo Stato ha utilizzato dei criminali per alimentare la strategia della tensione, ha coperto assassini, ha impedito persino il ritrovamento di Aldo Moro. Soltanto che la cornice in cui è inserita questa tesi toglie verità alla storia. Per usare un paradosso: «è una storia vera che sembra di fantasia». E sembra di fantasia perché i linguaggi sono mescolati tutti assieme e non si distinguono più. Cosa capirà, un diciottenne di oggi nel vedere queste immagini. Penserà che è una storia classica, che forse non c'è niente di vero, eccetto i riferimenti a Moro e alla strage di Bologna? Oppure penserà che è la fedele riproduzione di un'epoca e di un mondo? Non riuscirà a pensare nessuna delle due cose. Nel film non c'è quella Roma degli anni Settanta, se non per rapidi post it cinematografici, e il gruppo degli attori, tutti bravissimi, non sono esattamente la fotocopia dei banditi della Magliana, ma rappresentano quello che lo spettatore di oggi si aspetta di vedere in un film sulla malavita. Violento, ma mai troppo violento, rapido al punto giusto, con un buon ritmo, con una grammatica che è la grammatica a cui ci hanno abituato il cinema e la fiction di questi anni. Il risultato è il migliore possibile che ci si potesse aspettare da una storia per il pubblico nella nostra epoca. Quella di un pubblico che si chiede a vicenda: «ti è piaciuto?». Un pubblico che ha trovato il passepartout di un criterio estetico unico e uniformato per tutto: dal giudizio su un film al giudizio sul cous cous del ristorante sotto casa. Non lo dico con moralismo o con snobismo. È così, e basta. Ma in questo modo non si finisce forse per rendere rassicuranti anche i misteri e le inquietudini di questo paese terribilmente irrisolto? Patinando un po' troppo l'orrore? O invece è solo questo l'unico modo ancora possibile per far passare (come si diceva un tempo) certi messaggi?

 

 

postato da: amicirobertocotroneo alle ore 18:27 | Permalink | commenti
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