Allarme pedofilia: la sindrome dell’orco
di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 22 aprile 2006
Nel linguaggio standard, tipico, del commentatore giornalistico, la pedofilia è l’orrore. E ci mancherebbe che così non fosse. L’orrore che non si immagina, l’orrore su bambini indifesi, l’orrore di un mondo che non ci si aspettava, che ha un altro volto rispetto a quello che noi credevamo, l’orrore che ti fa sospettare di tutti, l’orrore che il male, la cattiveria esistono. C’è l’orrore anche nel dover giudicare con equilibrio eppure con durezza persone che, utilizzando il solito modo di esprimersi: sono malate, sono state sicuramente violentate a loro volta. E, come direbbe uno psicologo competente, hanno una componente narcisistica che si manifesta nella tendenza ad amare, nel bambino violato, se stesso nel periodo della propria infanzia. E dunque spesso adottando lo stesso trattamento subito nella propria infanzia. Ma questo orrore è un modo di barricarsi in casa per la paura, chiudendo scuri, persiane e tapparelle, spegnendo la luce, e finendo per non vedere più nulla.
Quello che è accaduto a Roma nei giorni scorsi è qualcosa che non riusciamo a capire e neppure a pensare. E qui non scrivo né da editorialista, né da intellettuale e neppure da scrittore: scrivo da padre di due figli di 14 e di 10 anni, che fanno le scuole di calcio, che frequentano luoghi dove ci sono istruttori, guide, animatori, e quant’altro. Il mio quartiere a Roma, dove vivo, non è l’Eur, e dunque mi sarebbe stato assai scomodo portare mio figlio alla “Eurolimpia” dove sono avvenute le violenze ai ragazzini, ma la domanda che mi sono posto, e che chiunque si pone, è questa: avrei avuto qualche sospetto, me ne sarei accorto?
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