Azzurri, Duisburg e la rivalsa che non c’è
Molti gli italiani che vivono qui nella Rhur. Tifano ma senza eccessi, concretamente
di Roberto Cotroneo, inviato a Duisburg, da "L'Unità" del 25 giugno 2006
Quando una città di 500mila ti sembra un luogo da 50mila abitanti devi insospettirti. Vuol dire che devi cercare un'identità là dove non appare, ma significa anche che questa identità non riesce a farsi largo. Eppure Duisburg è il più grande porto fluviale della Germania, è in una zona strategica, ha un paio di musei di quelli che vale la pena di andarli a vedere. Eppure Duisburg ti sembra la metafora di questa nazionale italiana. È più grande di quanto appaia a prima vista, cerca un'identità senza trovarla, potrebbe avere un tifo tedesco assai più convinto. Ma non le riesce per ora. Magari lunedì cambia tutto. Ma qui tocca parlar del presente, ed è la cosa più onesta che si possa fare. Il presente sta tra due o tre vie chiuse al traffico, attorno alla Dellplatz, dove dalle otto della sera non c'è nessuno ma ieri, in occasione della partita Germania-Svezia, si erano riempite di tedeschi, allegri e felici di vedere una nazionale vincente e convincente. Tifo, qualche carosello, e poi tutto torna lento come i canali fluviali messi a punto per rendere il più docile possibile il Reno. Tutto a Duisburg torna lento e scompaiono persino i passanti dopo le dieci di sera. Non deve stupire, da queste parti si è srotolata la pellicola della peggiore industrializzazione d’Europa. Carbone, miniere, fatica, immigrazione e dolore. Ancora negli anni Settanta, gli slogan delle campagne elettorali tedeschi erano: «ridiamo il cielo azzurro sopra la Ruhr!». Visto che qui il carbone aveva coperto tutto.
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