Autunno d'estate. Non cadono le foglie, ma i passanti sì, quelli sembrano di sasso mentre le strade sfrecciano di fianco alle loro vite e accartocciano le coscienze – intelaiature di gesso e sangue, carcasse di ricordi cremati con il fumo negli occhi.
Imbalsamando i sogni, la dignità è svenduta. E allora la vita, i giorni e la direzione si ingorgano in percorsi preconfezionati, dove più non conta che razza di persona sei, ma solo se ci stai, in questa trappola; solo se acconsenti a lasciarti travolgere da eventi premeditati e a permettere che lo sguardo si assopisca sul filo di orizzonti comuni.
In tanti contesti sociali è quasi necessario, oramai, fingere. Ingannare il branco (e se stessi?) per poter appartenere al culto della vita moderna, dove nessuna politica ci salverà dal tonfo, dove nessuna bandiera farà mai la fratellanza, ma la differenza si, dietro le maschere di ogni automa perbene, quella ancora ci divide.
Sorrisi come tatuaggi di sole: effimeri e obbligatori, come le tanto agognate vacanze che se non ti stressano, come minimo ti sfiancano. Consuetudine di massa anche il privato, fatto di scelte da discount propinate al peggior richiedente. La vita è altrove, ma nessuno la vuole. Costa sempre più caro voltare le spalle ai propri benefattori ed assumersi il rischio di potersi sentire pienamente soddisfatti, un domani. Grazie alla sola e propria testa.