domenica, 16 luglio 2006

"Le fotografie... non erano difficili da fare... Era difficile vivere tra le foto e non sapere quando o come un'altra immagine si sarebbe rivelata. Soprattutto, era difficile imparare a vivere con vivide immagini mentali delle scene che più mi stavano a cuore e che non riuscivo a fotografare. E' l'esistenza inquietante dentro di me di queste immagini non fatte la sola certezza che le fotografie più belle sono ancora da fare."

di Sam Abell, da "Stay this Moment"

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categoria:scatti
sabato, 15 luglio 2006

Il Mondiale, evento globale, ha rinforzato e rinnovato l’identità collettiva di tutti i Paesi
di Roberto Cotroneo, inviato a Berlino, da L'Unità dell'11 luglio 2006

Ho davanti a me un foglio sgualcito dalla tensione, dal caldo dell’altra notte berlinese. È un foglio che la Fifa ti consegna un’ora prima della partita. Si chiama «starting list», elenco di partenza. E ci sono tutti i nomi dei giocatori delle due squadre. Lo stadio, l’ora della partita, l’altezza dei giocatori, il peso, i cartellini gialli e rossi, e i nomi di quelli che stanno in panchina. Adesso si chiama starting list, quand’era bambino e ragazzo si chiamava: la formazione. Voleva dire che c’era qualcuno, l’allenatore, il commissario tecnico, che misteriosamente generava dal nulla un numero di giocatori che assieme facevano un’entità compatta e unica. Starting list è linguaggio della modernità di questo calcio. Eppure mai come questa volta, la nazionale di calcio non si riesce a ricordare come una starting list, ma semmai come una formazione. Mai come questa volta un mondiale non è uscito dai gol di uno dei giocatori, o dalle prodezze (un altro termine del linguaggio calcistico) di un difensore.

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categoria:articoli di roberto cotroneo
giovedì, 13 luglio 2006
Autunno d'estate. Non cadono le foglie, ma i passanti sì, quelli sembrano di sasso mentre le strade sfrecciano di fianco alle loro vite e accartocciano le coscienze – intelaiature di gesso e sangue, carcasse di ricordi cremati con il fumo negli occhi.
 
Imbalsamando i sogni, la dignità è svenduta. E allora la vita, i giorni e la direzione si ingorgano in percorsi preconfezionati,  dove più non conta che razza di persona sei, ma solo se ci stai, in questa trappola; solo se acconsenti a lasciarti travolgere da eventi premeditati e a permettere che lo sguardo si assopisca sul filo di orizzonti comuni.
 
In tanti contesti sociali è quasi necessario, oramai, fingere. Ingannare il branco (e se stessi?) per poter appartenere al culto della vita moderna, dove nessuna politica ci salverà dal tonfo, dove nessuna bandiera farà mai la fratellanza, ma la differenza si, dietro le maschere di ogni automa perbene, quella ancora  ci divide.
 
Sorrisi come tatuaggi di sole: effimeri e obbligatori, come le tanto agognate vacanze che se non ti stressano, come minimo ti sfiancano. Consuetudine di massa anche il privato, fatto di scelte da discount propinate al peggior richiedente. La vita è altrove, ma nessuno la vuole. Costa sempre più caro voltare le spalle ai propri benefattori ed assumersi il rischio di potersi sentire pienamente soddisfatti, un domani. Grazie alla sola e propria testa.
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categoria:un mondo senza voce
mercoledì, 12 luglio 2006

di Roberto Cotroneo da L'Unità del 10 luglio 2006

È finita la diceria che noi ai momenti cruciali cediamo all'emozione. È finita la tradizione che noi ai calci di rigore non ce la facciamo. Che, o riusciamo a segnare in qualche modo, con un'invenzione, con un tiro particolarmente azzeccato, persino con un colpo di fortuna al 120°, o niente.
MA QUANDO il gioco si fa duro, quando sei davanti al portiere, il calciatore dal dischetto da una parte, la porta che diventa piccolissima dall'altro, noi non cominciamo a giocare, ma lasciamo agli altri la forza, l'intensità, la concentrazione, il carattere. Era già accaduto negli Stati Uniti, nella finale con il Brasile che fosse il nostro giocatore più importante e significativo a sbagliarlo, come a dire: non riusciamo mai a giocarci la partita con la forza dei nervi. E invece questo mondiale sarà il mondiale dei rigori. Quello di Totti che ci fa andare avanti al minuto 93 con l'Australia, e quelli di questa sera, in uno stadio berlinese con molti tifosi italiani, e troppi fischi tedeschi. Soprattutto dopo l'espulsione di Zidane, dovuta a una testata francamente incomprensibile, a meno che non ci sia stato un diverbio con Materazzi particolarmente duro, come in campo, dentro un agonismo esasperato, può accadere.
Adesso abbiamo vinto un mondiale, dopo 26 anni, e ha poco senso andare a vedere che è stata una finale sofferta con una Francia che ha fatto un buon gioco, ma non è mai stata veramente pericolosa.

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sabato, 08 luglio 2006

La finale di domenica sarà anche
l’addio di Zidane, simbolo della Francia


di Roberto Cotroneo inviato a Duisburg da L'Unità del 7 luglio 2006

Zinédine Yazid Zidane è il calciatore più moderno che ci sia. Non ha età, se non quella di una storia lontana. Non è orizzontale, ovvero quasi privo di profondità, come la maggior parte dei suoi colleghi delle altre squadre del mondo. Lui è un giocatore verticale, profondo, diacronico, direbbero i linguisti.
Zidane è un pezzo di una storia della Francia che è ancora da scrivere, perché è un sogno moderno, ed è un uomo a suo modo misterioso. Misterioso soprattutto per come gioca, con quella classe che sembra fatta per un uomo solo in campo. Perché Zidane è l'uomo che gioca più da solo di tutta la storia del calcio moderno: perché le sue partite di calcio sono un discorso che segue un filo che soltanto lui conosce, che a noi è comprensibile soltanto in parte. È uno dei pochi giocatori al mondo capaci di risolvere da solo una partita. E da solo vuol dire proprio da solo con una solitudine che si porta dietro chissà da quali sogni lontani.
Chiedersi cosa pensa un calciatore quando sta sul campo è inutile.

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mercoledì, 05 luglio 2006

L'AZZURRO PIU' BELLO

di Roberto Cotroneo, inviato a Dortmund, da "L'Unità" del 5 luglio 2006 

Adesso, per tutta una generazione, il 4-3 di Italia-Germania di Città del Messico nel lontano 1970 va in soffitta. Con tutto il rispetto per i nostri ricordi, di una generazione di almeno quarantenni, per i nostri figli e anche un po' per noi, il 2-0 di ieri sera, vissuto nello stadio più difficile di Germania, contro la squadra padrona di casa, sfiora la leggenda. Prima Grosso, poi Del Piero. Quando ormai ci si aspettava di andare ai rigori, O quasi. La cabala delle partite di campionato mondiale tra Italia e Germania ha funzionato meglio di un meccanismo teutonico. Abbiamo giocato con una determinazione tedesca unita a un estro e una creatività tutta italiana. E le attese sono state rispettate.

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sabato, 01 luglio 2006

Estro e concretezza, l’Italia della ripartenza

È la Nazionale del genio di Totti e della praticità di Toni:

le cose ora sono cambiate

di Roberto Cotroneo inviato ad Amburgo, da l'Unità del 1 luglio 2006 

Va bene, questa volta va bene. Totti colpisce più di tacco e che di collo, e illumina il gioco. Zambrotta corre anche quando cade. Toni ha segnato due volte. Buffon ha salvato la porta. Adesso non ci sono molti dubbi. E si aspetta la Germania. E pensare che all’inizio la musica sembrava sempre la stessa. Nel senso tecnico del termine. Poiché in questo mondiale gli sponsor contano eccome, ecco dappertutto la sigletta che ci ricorda lo sponsor della nazionale, e che abbiamo sentito da mesi in tutte le pubblicità e in tutte le trasmissioni sportive, al punto che ormai non te la togli dalle orecchie. In questa arena amburghese si gioca la partita dei quarti con la Germania ad attendere, neanche tanto quieta. Finita ai rigori con un Argentina neanche pericolosa. Ma quei rigori alla tedesca la dicono lunga sulle psicologie dei calciatori. Da noi il rigore è un dramma di famiglia. Da loro rientra nella tradizione teutonica e guglielmina: si tira e tanto basta. E ieri molti posti erano occupati da genitori e mogli dei calciatori. Tra tutti va segnalata la mamma di Buffon con la maglia grigia e il numero 1 sulla schiena del figlio. Proprio perché da noi il calcio è davvero un affare di famiglia.

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