venerdì, 22 settembre 2006

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 21 settembre 2006 

Ogni volta che una persona nota, o celebre, muore, in questo paese non ci si limita a fare un bilancio di chi sia stato e di cosa abbia fatto. Ma spesso comincia una partita doppia: su quello che ha avuto e su quello che non gli è stato concesso. Ogni volta è tutto un recriminare qualcosa. Sto parlando di quanto è stato dopo la morte di Oriana Fallaci: una grande giornalista, e una scrittrice di libri che rimarranno negli anni. Una donna di grande coraggio che ha lottato con una grave e terribile malattia per anni.
Era davvero difficile condividere una sola virgola di quello che Oriana Fallaci ha scritto dopo l'11 settembre 2001, ma il giudizio su di lei non si può ridurre agli ultimi cinque anni della sua vita. Solo che passino le visceralità della Fallaci, ma non certo i conformismi dei certi suoi seguaci.

postato da: NyFrigg alle ore 14:58 | Permalink | commenti (8)
categoria:articoli di roberto cotroneo
venerdì, 22 settembre 2006

www.questoamore.it/Home%20page.html


Cliccando sul sito ufficiale di Roberto Cotroneo troverete l'articolo sul commento di Beppe Grillo alla morte della Fallaci e inevitabilmente ai giornalisti e al giornalismo.


Personalmente ho letto entrambi i commenti, giusto per me difendere il diritto alla verità di chi acquista informazioni e giusto anche difendere le condizioni in cui si trovano ad operare i giornalisti.


Pur vero è che la Fallaci non è stata la sola ad avere rischiato la vita per fare la giornalista e nemmeno che la bravura sia tutta concentrata a quanto si è disposti a farsi uccidere per dare delle informazioni più vicine alla realtà.


Con internet le notizie arrivano dal luogo in cui succedono, arrivano senza firma ed infine arrivano on demand. Da quando esiste fastweb io ho spento la televisione, da quando ho internet non compro più giornali, ma stranamente leggo tre volte di più libri. Ho riscoperto il gusto di andare in biblioteca e dal giornalaio ci vado solo per comprare le figurine a mio figlio.


Giusto o sbagliato non saprei, la televisione è cambiata, internet ha cambiato il modo di acquisire le informazioni, ma quando ci fu la televisione la radio si è ritagliato il suo spazio, in fondo, il fatto di guardare un video fa perdere tempo, ascoltare invece non costa fatica se si sta facendo altro. Internet ti permette di "pubblicare" senza necessariamente essere all'altezza per farlo, ma il confronto aiuta a tastare con mano la propria inadeguatezza e cercarvi di porvi rimedio. Prima scrivevo un post quasi al giorno, ora leggo di più e scrivo di meno.


Anche il mio senso critico è cambiato, e sono passata da compagnie virtuali a compagnie di persone vere con la quale m'incontro e discuto delle cose che ci riguardano.


Non so se mi dispiace di più per un contratto di lavoro improponibile di un giornalista o di un semplice operaio. So soltanto che i se e i ma che ci propongono i filosofi è come uno specchio messo davanti ad uno specchio, crea una serie di specchi che si specchiano tra di loro, allora mi viene da pensare che anche il fatto che è relativo il concetto di libertà d'informazione sia suscettibile di se e di ma e che lo stalinismo e il fascismo abbia in qualche maniera relativamente ragione.


Ma io sono una signora qualsiasi e non ho responsabilità per quello che dico.

postato da: Giuseppina alle ore 13:25 | Permalink | commenti
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martedì, 19 settembre 2006

Cliccate per avere informazioni sul programma radiofonico condotto da Roberto COTRONEO in onda su radiodue da mezzanotte alle due


Si parla di PASSIONE

postato da: Giuseppina alle ore 10:54 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 15 settembre 2006
 

A volte ritornano.

sottotitolo: Tutt' a' Post

Quando muore qualcuno
Non è mai motivo di gioia
 
Quando muore qualcuno
Non è mai motivo di gioia
 
Quando muore qualcuno
Non è mai motivo di gioia
 
Oriana Fallaci è morta.
 
Dovrebbero invece morire
Le parole d’odio
 
Scritte in bella forma
O sgrammaticate
 
Urlate e recensite
O sussurrate e occulte
 
Dovrebbero sparire
I gulag i guantanamo
 
Invece piove sangue
Sulla Terra
 
Che accoglie tutti
e imparzialmente
Ingrassa ..
 
E sboccia un fiore anche dove
In vita non si è mai capito Amore.
 
riposa in pace anche tu.
postato da: BESTIO alle ore 13:06 | Permalink | commenti (2)
categoria:un mondo senza voce
venerdì, 15 settembre 2006

di Roberto Cotroneo, da L'Unità del 13 settembre 2006

Steve Jobs, ovvero l’uomo che ha inventato il computer Apple, è qualcosa di più di un geniale imprenditore americano. Steve Jobs è un signore che ha capito prima degli altri una serie di cose che il suo eterno e vincente rivale Bill Gates, l’uomo della Microsoft, non ha capito. Bill Gates, forse l’uomo più ricco del mondo, che produce il sistema operativo dei computer più diffuso nel pianeta, produce tutto con un messaggio implicito: il computer vi renderà tutto più semplice, e vi farà risparmiare tempo. Il computer è una cosa che è soltanto più veloce di voi. Archivia e memorizza più velocemente, vi fa scrivere più velocemente, vi risolve i problemi, vi porta a produrre di più.
Steve Jobs dice una cosa ben diversa. Dice: il mio computer non vi fa risparmiare tempo, il mio computer vi cambia il modo di vivere. Prima vivevate nel mondo di tutti i giorni. Ora potete avere una vita «digitale». Tutte le pubblicità Apple fanno riferimento a questo. Alla «vita digitale». L'ultima suite di programmi uscita da Apple poco tempo fa si chiama proprio iLife. E serve a disegnare siti web, a comporre musica, a creare dvd, ad archiviare canzoni, a montare un film e a ordinare le fotografie. Ovviamente con una facilità disarmante. E tutta la filosofia di Steve Jobs parte da qui. Tutto quello che prima si faceva in luoghi diversi della casa, e fuori di casa, ora si può fare guardando uno schermo che luccica davanti a te. Cominciò più di vent'anni fa quando si inventò uno schermo di computer che simulava la scrivania di casa. Con tutti gli oggetti che si potevano spostare, ed è arrivato al primo dei capolavori Apple, quel famoso iPod, che non è solo un lettore di musica come tanti altri. Ma è un modo diverso di ascoltarla, la musica. Dopo aver venduto l'iPod a milioni di persone nel mondo Jobs ha venduto miliardi di canzoni con un sito internet dove puoi scaricare tutta la musica che vuoi. A pagamento, si intende. Ogni canzone costa 0.99 centesimi di euro. Gli album costano meno, e quelli che possono e lo sanno fare hanno smesso di comprare i cd. Ora Jobs ha fatto un iPod che permette di vedere brevi filmati. Ma la grande scommessa, e c'era da giurarci, sarà il cinema, i film da scaricare sul proprio computer e vederseli... 

postato da: NyFrigg alle ore 09:52 | Permalink | commenti (1)
categoria:articoli di roberto cotroneo
giovedì, 14 settembre 2006

Roberto ha un dubbio.

Chiede, sul suo sito ufficiale, ... o meglio chiedeva, se è il caso di mettere a disposizione on line le stroncature di Mamurio Lancillotto.

Suggeriva risposte via e-mail. Io gli rispondo da qui, nei commenti, chi vuole può fare altrettanto.

postato da: NyFrigg alle ore 18:48 | Permalink | commenti (6)
categoria:segnalazioni
mercoledì, 13 settembre 2006
ERA UNA NOTTE BUIA E TEMPESTOSA
Dal 18 Settembre al 6 Ottobre avrà inizio, da mezzanotte alle due, tutte le notti, il programma radiofonico su Radiodue, condotto da Roberto COTRONEO.
SU QUESTO BLOG, I COMMENTI E GLI AGGIORNAMENTI

sabato, 09 settembre 2006
OTRANTO – Piccoli lembi di sabbia bianca tra pietra calcarea e scogli, costa storica della città di Otranto, la Baia dei Turchi è sempre stata spiaggia libera, giardino incontaminato al quale si accede da stradine sterrate che attraverso una pineta collegano la litoranea alla costa.
A volte, mentre si cammina tra la vegetazione, il pensiero corre al 1480, anno in cui Akmed Pascià e i suoi uomini sbarcarono proprio lì e passarono per quegli stessi sentieri.
Spesso ci si ferma ad ascoltare le onde infrangersi sugli scogli e si pregusta la vista di un mare ricco di colori.
Sarà ancora possibile? Ci si chiede, quando finita la vegetazione, lo sguardo cade su di un’impalcatura abbandonata e su di un’inutile passerella di legno (inutile perché trenta metri più in là, il terreno si abbassa e forma naturalmente alcuni gradini che permettono un’agevole accesso). “Vogliamo la spiaggia libera” qualcuno ha scritto su di un’asse dell’impalcatura, poco sotto sbuca dalla sabbia un’enorme cisterna blu. Sono stati bruciati tratti di macchia, abbattuti alberi, allargati sentieri, rimossi scogli.
La società responsabile di tale scempio ottenne la concessione annuale per la privatizzazione di quel tratto di spiaggia direttamente dalla Regione Puglia, mentre il Comune di Otranto, unicamente responsabile del “Piano Coste Comunale”, intenzionato a concedere parte della baia alle strutture ricettive della zona, si vide costretto a rilasciare il permesso di costruire.
“E’ subito intervenuta la forestale e la questura ha provveduto al sequestro dell’area” spiega Michela Negro, dell’A.G.O. (Associazione Giovani per Otranto). “Immediatamente ci siamo mobilitati tutti. Una cosa è la concessione per un anno, ma questi sono danni permanenti”.
L’attuale ripartizione della costa di Otranto prevede il 60% di spiagge libere (essenzialmente scogli) e 40% di privatizzabili (sabbiose). “L’Amministrazione comunale è con noi” continua Michela Negro “era presente alle numerose manifestazioni e al sit-in del 6 maggio scorso. Abbiamo chiesto loro una modifica nella ripartizione del piano coste, che ci hanno promesso”.
La popolazione di Otranto e le numerose associazioni chiedono infatti che le percentuali vengano applicate separatamente a scogli e sabbia, in modo da garantire un’equa distribuzione. Nel frattempo una petizione di oltre 1.500 firme raccolte in due giorni è stata presentata al Consiglio Regionale e si aspetta una sentenza del TAR.
Curare questo tratto di costa, difenderla e pretenderne il rispetto è un atteggiamento responsabile nei confronti di uno stile di vita e di turismo che vorrebbe al primo posto il facile profitto, offrendo false necessità a persone sempre più lontane dalla realtà della natura.
postato da: NyFrigg alle ore 10:05 | Permalink | commenti (4)
categoria:otranto
giovedì, 07 settembre 2006
Leggete quest'articolo interessantissimo di Roberto COTRONEO

Confesso che ho stroncato (da l’Unità del 5 settembre 2006)
Tra il 1988 e il 1989 ho fatto lo stroncatore. L’ho fatto con uno pseudonimo bizzarro, Mamurio Lancillotto, e l’ho fatto scrivendo le mie recensioni sulle pagine domenicali del “Sole 24 Ore”. Tutti trovavano quegli articoli molto divertenti. Ma io non mi divertivo molto. Ho smesso dopo poco perché i lettori volevano sempre di più, chiedevano che io facessi sempre più a brandelli libri, autori e altro ancora. Continuai per alcuni anni a tenere una rubrica per “L’Espresso” intitolata “All’Indice”. Ma ogni settimana che passava capivo sempre di più che quella non era la strada giusta. E anzi, era tra le più sbagliate che ci fossero.
Però avevo dalla mia una sola scusante, l’unica possibile: stroncavo potenti veri, gente che contava. E proprio per questo negli anni mi è stato presentato un conto assai salato. Per intenderci. Nonostante abbia scritto cinque romanzi e un numero imprecisato di saggi, e sia tradotto in una dozzina di lingue non ho mai vinto un premio letterario italiano. Nonostante abbia scritto migliaia di articoli giornalistici in vent’anni di mestiere, non ho mai vinto un premio giornalistico. Forse non meritavo e non merito né gli uni e né gli altri. Ma sappiamo bene che i premi non vanno ai meriti ma sanciscono un’appartenenza a un establishment. E chi stronca rompe un equilibrio di elogi incrociati e non è più establishment.
Non so ancora se accadrà anche agli autori dell’imminente “Sul banco dei cattivi”, edito da Donzelli, ma le polemiche non mancheranno. Gli autori sono quattro critici famosi: Giulio Ferroni, Massimo Onofri, Filippo La Porta e Alfonso Berardinelli. Ferroni stronca Baricco, Onofri, Isabella Santacroce, La Porta, Carlo Lucarelli e Berardinelli, Tiziano Scarpa. Eccetto Baricco che è una star della letteratura e può anche ignorare la stroncatura, per gli altri autori non sarà per niente un piacere. Anzi.
Perché stroncare non fa bene a chi stronca. E non fa bene a chi è stroncato. Perché bisogna intendersi sul significato della parola stroncatura. La stroncatura non è un parere negativo su un libro o un film. La stroncatura è un parere estremo, radicale, che tende il più delle volte a ridicolizzare e a schernire il lavoro di uno scrittore, di un regista o di un poeta. La stroncatore è amato, troppo spesso, da quelli che non riescono a pubblicare, da quelli che vorrebbero scrivere dei libri e non hanno il coraggio di farlo, da quelli che ritengono il mondo delle lettere, o del cinema, o di quello che volete, un mondo chiuso, sostanzialmente mafioso, dove non si può entrare se non per cooptazione. E dove non ci sono meriti ma soltanto privilegi. Il lettore di stroncature, l’entusiasta delle stroncature, è di solito un frustrato che manda avanti i critici più radicali in vece sua, che si sente vendicato e rappresentato da qualcuno che, coltello tra i denti, entra nella cittadella fortificata degli intellettuali e del mondo culturale, e comincia a tagliare gole, e a seminare distruzione. Il lettore di stroncature è il pubblico che assiste all’esecuzione pubblica di un condannato alla ghigliottina, e applaude.
Non va bene. E soprattutto non è così che funziona. Che quattro critici abbiano scritto un libro su quattro autori che non meriterebbero attenzione è già una contraddizione. Non si scrivono libri su autori che si ritengono di poca importanza. A meno che questi autori non abbiano una rilevanza gigantesca. Si può stroncare la Rowling, o l’ultimo romanzo di Marquez, o i romanzi di Günter Grass alla luce del suo passato recentemente emerso. Ma gli altri?
Con gli altri bisogna essere cauti. Perché in fondo la stroncatura non delegittima soltanto l’autore. Ma delegittima la cultura nella sua totalità. In fondo è il sintomo di una malattia profonda, che passa inevitabilmente dal disprezzo per le opere creative e per la cultura. Un disprezzo mascherato da altro. In realtà il critico non fa altro che dire: io faccio a pezzi gli scrittori, li invito a non pubblicare mai più, li espongo al ludibrio dei lettori perché vorrei soltanto capolavori. Ma in realtà il ludibrio pubblico investe tutta l’attività letteraria e creativa.
Ma se ci si fermasse a questo, l’articolo che sto scrivendo apparirebbe soltanto come un pentimento o un mea culpa. In realtà ci sono alcuni aspetti che vanno presi in esame. Il mondo letterario italiano è sempre stato molto debole e fragile. Fino alla seconda metà degli anni Ottanta ha avuto una sua identità, ha avuto i suoi critici, e aveva il suo peso. Essere scrittori o critici dava prestigio, forse dava una certa fama negli anni, ma non visibilità, successo effimero e altro ancora. Gli scrittori facevano gli scrittori, e poco più. I critici si occupavano prevalentemente dei libri. E tutti gli altri, soprattutto se uomini pubblici, si guardavano bene dal mandare in libreria romanzi, o altro.
Ma dalla seconda metà degli anni Ottanta le cose sono cambiate, l’industria culturale è diventata una vera industria e lo scrivere e il pubblicare non era più il frutto di un percorso intellettuale. Era un modo per mostrarsi, per parlare in televisione, per essere ammirati. Da allora essere scrittori cominciò a significare tutto meno quello che davvero doveva essere. Da allora, cominciò un meccanismo abbastanza perverso, per cui si pubblicava e ci si faceva recensire dagli amici, che a loro volta pubblicavano e venivano recensiti dagli scrittori che a quel punto diventavano critici. Tutti i libri erano capolavori, tutti gli autori erano una scoperta, tutti romanzi erano belli per forza. Quando all’inizio del 1980 Umberto Eco finì di scrivere “Il nome della rosa”, lo mandò a una decina di amici in manoscritto con una domanda preoccupata: «un romanzo potrebbe danneggiare la mia immagine di rigoroso docente universitario?». Ve la immaginate oggi una preoccupazione del genere di chiunque si dia alla narrativa venendo da un altro mestiere?
È cambiato il mondo. Mamurio Lancillotto nasceva da lì. Era vero che ci si trovava di fronte a grandi capolavori? Era vero che la società letteraria italiana sembrava prossima a un nuovo Rinascimento? In quegli anni editoria e pagine culturali sembravano aver preso nuova linfa. “Tuttolibri” diventava un inserto importante letto in tutta Italia, “Repubblica” varava “Mercurio”, il suo primo supplemento di libri, e il “Corriere della sera” raddoppiava le pagine dedicate alla letteratura. Per non dire del quotidiano di economia e finanza per eccellenza, “Il Sole 24 Ore”, che la domenica usciva con un supplemento coltissimo e pieno di recensioni.
Il successo del “Nome della Rosa” nel mondo aveva innescato un meccanismo a catena. A Francoforte, tra il 1985 e il 1990 non si parlava che di autori italiani. I libri italiani erano comprati, spesso, “blind”, alla cieca, usando un termine tipico del mercato editoriale. Ma durò poco. In poco tempo ci si accorse che di Eco o di Magris non ce ne erano molti in giro. E le delusioni fioccavano. Bisognava scrivere la verità. Soprattutto su certi capolavori o certi scrittori immensamente sopravvalutati. Ecco il perché delle stroncature di quegli anni.
Ma la storia si capovolse ancora. I giornali cominciarono a pensare che la cultura era una cosa noiosa e poco vendibile. I critici degli oscuri signori dalla prosa improbabile e desueta, da limitare il più possibile e confinare da qualche parte. Gli scrittori e gli editori soltanto dei questuanti che cercavano di rifilarti sciocchezze per narcisismi e gloria personale. E se la televisione era diventata il primo veicolo di circolazione e promozione dei libri, obbedendo alle nuove regole dell’Auditel stava scacciando dai suoi programmi libri e copertine come delle calamità più pericolose dell’uragano Kathrina. Se appare uno scrittore in qualunque telegiornale o in qualunque contenitore perdi cinque punti dell’Auditel, si diceva.
Così già nella seconda metà degli anni Novanta il disastro era compiuto. Ora non si trattava più di stroncare, e dunque togliere linfa ad autori sopravvalutati, ma semmai di cercare tra le macerie qualche pezzo di valore che potesse far sì che si ricominciasse da capo. Non aveva nessun senso sottolineare che in Italia la letteratura arrancava sempre di più, e produceva risultati spesso al di sotto della media culturale europea. Si doveva sperare che quella media si potesse alzare un po’. Non si trattava di avere spazio anche per le stroncature su giornali, periodici e media in generale, ma di avere quel poco di spazio rimasto per dare voce a critici intelligenti e recensori “costruttivi”. Non si trattava, infine, di ridicolizzare i vecchi e stantii premi letterari italiani, con le giurie over 70, si trattava di provare a sperare che almeno i premi potessero far vendere qualche copia in più a dei libri buoni (se venivano premiati dei libri buoni).
Poi, accanto a questi drammi letterari c’erano gli autori che vendevano e vendono. Non sta a me dire se per moda o per qualità letterarie, se per motivi che con la letteratura avevano assai poco a che fare, o per altro. Ne abbiamo visti alcuni in questi anni. Alessandro Baricco, certo, Margaret Mazzantini, Susanna Tamaro. E recentemente Tiziano Terzani, Sandro Veronesi, e da pochissimo il romanzo di esordio di Walter Veltroni. Ma per il resto? Come muoversi, e che cosa fare?
Quando nel marzo scorso Baricco ha pubblicato sulla prima pagina di “Repubblica” il grido di dolore di non riuscire a farsi recensire dal critico Pietro Citati o da Giulio Ferroni si è chiuso un cerchio davvero sorprendente. Uno dei cinque scrittori italiani più famosi del mondo, si lamenta dalla prima pagina del secondo quotidiano italiano in termini di copie vendute, di non riuscire a essere neppure stroncato dai critici militanti, se non in qualche parentesi di passaggio.
Giorgio Manganelli, che è stato un grande scrittore, forse tra i più grandi di questo secondo Novecento ripeteva sempre una frase paradossale: «Non l’ho letto e non mi piace». Era la provocazione di uno che i libri li leggeva e spesso gli piacevano davvero. E stare sul “banco dei cattivi” è una cosa alla Franti del libro “Cuore”. «E quell’infame rise», scrisse di lui Edmondo De Amicis. Ma sono quelli come Franti che ti fanno capire il mondo. Anche se ridono, e sono infami. Se stare “sul banco dei cattivi” è un modo per risollevarci dal deserto tremendo della letteratura italiana (e anche del nostro cinema), mi può anche stare bene. Ma pur stimando molto Ferroni e Berardinelli, La Porta e Onofri, ho davvero i miei dubbi
postato da: Giuseppina alle ore 15:29 | Permalink | commenti (4)
categoria:articoli di roberto cotroneo
lunedì, 04 settembre 2006

Il giorno che vorrò prendermi delle vacane da tranquillo, dignitoso signore di mezza età, le passerò ad Otranto.
Magari sceglierò un periodo meno affollato di bagnanti: il maggio già radioso e caldo, il dolcissimo (qui) ottobre, perché Otranto è città di nobile silenzio, di sommessa solitudine, in certe ore pare immobilizzata da un incantesimo.

Salirò alla cattedrale e camminerò sull’immenso mosaico (ha resistito ai bivacchi degli Ottomani), risalendo ogni ramo del gigantesco albero che prete Pantaleone distese sul pavimento, discutendo ogni figura (Alessandro Magno, il liocorno, Adamo, Re Artù, le Erinni, il drago, le sfingi, la regina di Saba, i segni dello Zodiaco, Caino, Diana) di questa disordinata ma vigorosa “Commedia”, compendio di tutto lo scibile medievale, dei terrori, della fede, delle superstizioni, dei miti di un’epoca…

Camminerò, al tramonto, intorno e sugli spalti del castello, poderoso, immenso; e inutile, classico esempio di stalla chiusa dopo la fuga dei buoi.
Lo costruirono, infatti, dopo la famosa strage turca del 1480, quando la città fu distrutta, gli abitanti sterminati e ottocento dei superstiti, che non vollero rinnegare la loro fede, trucidati sul colle della Minerva. (...)

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categoria:otranto