categoria:libri di roberto cotroneo
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di Roberto Cotroneo, da L'Unità del 20 ottobre 2006
Eppure il punto debole di Giulio Tremonti c’è. E sta in quell’aria da primo della classe insopportabile, saccente, e anche un po’ troppo impettito, che vorresti punzecchiare con il pennino intinto nell’inchiostro. Capita, tuttavia, che i ministri dell’Unione ospiti dei salotti tv difficilmente riescano a punzecchiare Tremonti con il pennino o con la dialettica. L’altra sera, per esempio, Livia Turco e Giulio Santagata hanno provato, con garbo e argomenti, a replicare ma sono stati spianati da un fiume in piena di parole che miravano a demolire la finanziaria del governo Prodi, in qualunque modo e con qualsiasi mezzo. Risultato. Tremonti sembrava un gigante della numerologia. Ma perché è accaduto questo? E soprattutto perché continua ad accadere? Nel senso che le vittime televisive di Tremonti sono molte, e spesso il suo eloquio porta all’afasia dell’avversario. I motivi sono molti, ma soprattutto sono metafora di quello che è diventato il nostro Paese. Nel senso che Tremonti è un prototipo che racchiude in sé una serie di vizi italici. Che hanno origini lontane. Cercherò di elencarli per punti, a uso gratuito degli esponenti del centro sinistra che dovranno contrastarlo in televisione nei prossimi tempi. Perché così, forse, non si ripeteranno certe débacle.
Domani compirò diciotto anni. Non so dire molto di me, nel senso che ideale di persona mi sono fatta. Sono brava in disegno. Mi siedo spesso davanti a un foglio. Disegno. Per lo più facce. Persone anziane che mi guardano con benevolenza, non credo alla trasposizione dell’ego, è il bisogno che mi spinge a lavorare di fantasia, il bisogno di avere una guida. Sul muro, di fianco alla lavagna, quando la lezione è particolarmente ispiratrice, dipingo la favola del mio futuro, con il bianco(che c’è già) e i colori a pastello, certo, senza nero e senza tutte quelle sfumature che solo l’età ti permette di avere, dicono… Eppure i miei disegni sono nitidi, forse un po' goffi e senza contorni, non hanno sovrasrutture e non vi sono nel loro essere ombre di sorta. Quadri naif insomma.
Così mentre i miei compagni passano le serate in feste di compleanno e capodanni, io sto accanto a lei, nel letto della disperazione, con i libri di scuola tra le gambe coperte dalle lenzuola bianche a tranquillizzarle le notti dai tormenti della coscienza. A volte la guardo mentre dorme, avverto da sotto le coperte l’impercettibile movimento del suo battito, un sonno che sembra più di una corsa affannata che un riposo vero e proprio.
Succede che alcune mattine esca di casa senza che nessuno se ne accorga, un inizio di laboriosa routine alla quale noi non avremmo partecipato. Una famiglia che della sua anormalità aveva fatto il blasone, la cupola della mafia della disollutezza, di cui io, ultima figlia dopo tre re, costituivo il boss indiscusso. Mia madre, quando si arrabbiava con me usava dirmi “Tu, tu, tu sei peggio dei tuoi fratelli. Tu, tu mi vinci a parole” e, riprendendo fiato, “… perché rappresenti l’assurdo!”.
Del resto tutte le mattine su quella cartina geografica gira lo stesso film, forse intervallata da qualche scena isterica per mezzo voto dato in meno alla più brava della classe oppure dai pianti ininterrotti scaturite delle delusioni amorose. Io sono solo una spettatrice, non saprei classificarmi, siedo in fondo alle vetrate, di spalle al cielo, sola ma sempre attaccata al banco di qualche compagna di classe, tra quelle più intelligenti, non di certo a quelle di successo. Molto più tardi, ormai madre di famiglia, qualcuno in un momento d’inestimabile chiarezza definendomi mi chiederà “ Perché hai spostato il tavolo?!”. E io “Perché così tutti possono guardare la televisione” E lei “No, non è questo, tu sei una donna trasversale”.
A casa mia il pomeriggio si svolge fino a sera come un tramonto. Serrande scassate, odore di dormitorio, piatti sporchi e avanzi di tutto come soprammobili, il fruscio della televisione con tanta voglia di vivere e di essere felice chiusi dentro una stanza. La mia camera si staglia nel grigiore generale come una pennellata di colore, mura tappezzate di carta fiorata, pupazzi appesi in ogni dove e lui, Miguel Bosé in concerto, come a soddisfare la vista di una pseudofemminilità tutt’altro che affermata. In tutto questo clima buio, ho l’impressione che la mia vita scorra normalmente ma ho dei dubbi perché alcune ragazze mi evitano come telecomandate dai loro genitori.
North Earl Street è una strada pedonale. Capita di camminarci perché magari senti una musica, Dublino è popolata di musicisti di strada. Oppure semplicemente perché stai andando da un’altra parte, vedi che è pedonale e ti infili. E di colpo ti trovi faccia a faccia con Joyce. E scopri che è proprio come l’hai sempre immaginato.
Ogni tanto penso a lui. Dinoccolato, appoggiato al bastone e a suo modo sorridente. Talvolta lo voglio credere vivo, il mio Joyce di North Earl Street. Perché poi in fondo tutto a Dublino parla di lui: persino il cappello a cilindro di O’Connell. Solo che lui non c’è. O almeno credi che non ci sia fino a quando, in un pomeriggio qualunque di un’estate qualunque, ci finisci addosso. Certe volte penso che lui se stia lì ad ascoltare. Quando voglio sentire cosa ha da dire apro un suo libro e leggo:
Lean out of the window,
Goldenhair,
I heard you singing
A merry hair.
My book was closed;
I read no more,
Watching the firedance
On the floor.
I have left my book,
I have left my room,
For I heard you singing
Throgh the gloom.
Singing and singing
A merry air,
Lean out of the window,
Goldenair.
Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te
Certe volte... in certi giorni capitava che ripensassi a quello che avrei potuto fare quando sui banchi di scuola guardavo assorta le giornate assolate di primavera ad ascoltare monologhi, perlopiù insignificanti, di professori troppo presi da loro stessi per accorgersi della nostra presenza.
Ero giovane, mi sentivo forte e debole allo stesso tempo, dipingevo il mio futuro con i colori e con i concetti che conoscevo che a ripensarci mi sembravano più sensati di quelli di oggi.
I miei disegni... i miei progetti erano nitidi, forse un po' goffi e senza contorni, non avevano sovrastrutture e non vi erano nel loro essere ombre di sorta. Quadri naif.
Ero sicura fino a quando rimanevo sola ma tutta la mia personalità cominciava a scricchiolare quando mi confrontavo con gli altri. Mi sembravano opere di Rembrant, di Cezanne mentre io mi sentivo soltanto uno scarabocchio buttato lì per caso, magari con una mano impegnata al telefono.
Eppure quando mi sedevo davanti a un foglio, disegnavo facce, persone sagge che mi guardavano con benevolenza, mi appoggiavo alle immagini di adulti che non avevo.
Per quello che mi riguardava ogni compagno di scuola poteva essere un personaggio di un film tranne che io. Vediamo, ero figlia di separati, con qualche chiletto in più, io e mio padre ci volevamo bene ma mio padre non si comportava bene con mia madre, mia madre usava me per colpire mio padre e sentendosi impotente di fronte a tanta sventura si sconvolse a tal punto che non riuscì più ad alzarsi dal letto.
Così mentre i miei compagni passavano le serate in feste di compleanno e capodanni, io, stavo accanto a lei, nel letto della disperazione, con i libri di scuola tra le gambe coperte dalle lenzuola bianche a tranquillizzare le notti turbate di mia madre. A volte la guardavo mentre dormiva e mi accorgevo da sotto le coperte del suo battito cardiaco, un sonno che sembrava più di una corsa affannata verso un passato incancellabile che un riposo vero e proprio.
Succedeva che alcune mattine uscivo di casa senza che nessuno se ne accorgesse, le serrande rimanevano abbassate fino a tarda ora e anche se poi c'era qualcuno che le alzava non si vedevano attività di sorta. In tutto questo clima buio, la vita scorreva nella mia memoria felice, un po' svitata, sicuramente sregolata. L'ultima ora di buio dopo una notte di pazzie, di risse e di scelte incoscienti, un buio però che richiamava un mattino, un inizio di laboriosa routine alla quale noi non avremmo partecipato. (...)
Nutro un affetto quasi sconsiderato per te. Avrei voluto conoscerti, diventare tua amica. Avrei voluto essere tua. Una persona per te, per parlare di più e scrivere di meno. Un mucchio di parole lasciate lì al posto tuo, del tuo calore. Un messaggio? Un ricordo? Che me ne faccio? E quella voce sorda, non è la tua, che si perde nel nastro avvolto di una musicassetta. Una persona da incontrare e toccare per vivere di più fuori di te che dentro. Un mucchio di lenzuola lontane per sempre e il resto tutto in ordine, pulito, stirato e freddo. Ci consumiamo lentamente e neanche lo sappiamo. Poi finisce davvero che una pallottola nel cuore non ti cambia la vita come vorresti, o forse si. Chissà Marie, chi può dirlo? Forse tu, forse tu puoi dirlo, se sei ancora intorno a chi ami senza che lo sappia o, peggio, senza che possa ricordarsi di te. Perché io mi ricordo di te Marie? Perché, anche se non ti ho mai conosciuta? Ti sento come una parte del mio corpo. Ti sento come una parte del mio essere. Ti sento vivere in me e fuori di me, accanto a me. Sento le tue passioni e le tue interdizioni. Di più. Le comprendo, in modo totale, le abbraccio, ti abbraccio Marie, ti tengo stretta. Io non ti lascio andare via. Non voglio pezzi di te per ricordarmi di te, ti voglio tutta, tutta intera. So solo che ho bisogno di te. Troppo preoccupata, troppo ansiosa di vivere, tu, e non hai vissuto. Non hai saputo. Imprigionata com’eri dentro qualcosa che neanche adesso sai che senso ha avuto. E adesso piangi e mi guardi in silenzio perché sai che non posso vederti, né sentirti, né sapere di te. Piangi Marie, perché vorresti essere qui, sul divano con me, tenermi la mano, appoggiarti sulla mia spalla. Piangi e mi uccideresti tutte le volte che voglio arrendermi, tutte le volte che invento scuse, tutte le volte che uccido la mia libertà, la mia passione, me stessa perché non so amarle fino in fondo, perché non riesco a esprimerle. Eppure i tuoi occhi non sono così severi. E piangi perché sai che non mi ucciderò e continuerò a camminare, sì, in questo mondo e vedere la vita in ogni respiro. Sono incapace e amo come te. Scrivo, come scrivevi tu. E fuggo. Via lontano, distante da tutto. Sparisco. Canto, un po’ meno intonata di te. Suono la mia chitarra a lenti arpeggi e penso ai tuoi capelli chiari, al tuo dolce viso, la testa un po’ inclinata, il tuo sguardo pensieroso, ma sereno, rivolto a una parete bianca. Cosa vedevi Marie? Cosa volevi cambiare di quella parete? Sono troppo preoccupata di me, ho troppo tempo per me. E così lo perdo. E tu piangi Marie perché lo sai. Cosa vorresti dirmi? Parlami Marie, perché io ti posso vedere, ti posso sentire, io so di te. Sono qui. E tu sei qui. Posso toccarti Marie. Ciao, che ci fai a casa mia? Come sei entrata? Chi sei? Sei quella che amavo. Sei quella che amo.. perché tu vivi.. Marie.
di Roberto Cotroneo, da L'Unità del 26 settembre 2006
Davanti al Tg1, edizione per edizione, aspettando che cambi qualcosa
Dodici anni non sono uno scherzo. Sono tre campionati mondiali di calcio, il tempo per un bimbo di passare dai pannolini alla seconda media, il tempo del pianeta Giove di fare una rivoluzione completa attorno al Sole. Dodici sono i segni dello zodiaco. Dodici erano gli apostoli.
Dodici gli anni di Mimun alla direzione di un Tg: il Tg2 e il Tg1. Al Tg1 dal 2002, dunque da quattro anni. Ma da ieri, Gianni Riotta ha aperto il nuovo ciclo al Tg1 e ha firmato il suo primo Tg da direttore.
Diciamo che la giornata di ieri ha avuto due fasi. Un primo tempo e un secondo tempo. Il Tg1 delle 13.30 si è aperto con l'incontro del Papa con gli ambasciatori dei paesi islamici. Seconda notizia le intercettazioni e il caso Telecom. Con un servizio dedicato a Guido Rossi. Terzo tema, la guerra in Iraq.