venerdì, 24 novembre 2006

Accade qualcosa, quando le parole, trasportate sulle labbra dal bisogno di comunicare, sono tante, troppe, e finisce sempre che si smarriscono e cambiano colore nella coscienza dell’altro, magari uno sconosciuto, un passante che ho fermato per sfiorargli la mano, scegliendolo tra mille passanti, per affidargli la mia memoria o forse soltanto per dividere un peso, un’incertezza, una verità che muore.

 

Accade qualcosa, quando ho paura, quando sento la rabbia che sale, quando mi sono ferita e guardo senza far nulla il sangue che esce fuori, sento la vita in ogni respiro che muta, che rallenta o cresce o sembra fermarsi all’improvviso. Quando sono felice accade la stessa cosa, ma che strano, è più difficile crederci, è più difficile intrecciare le dita col destino che mi mette davanti un pensiero gentile, un pensiero che sembra voglia sfuggirmi tanto il tempo che resta per chiedermi di tenerlo stretto.

 

Penso sempre a Marie, penso che sorrida a vedermi così, quando mi arrabbio con i fantasmi che ho invocato per sentirmi ascoltata, pur non parlando materialmente. Penso che sorrida a vedermi delusa dalle voci che non ritornano a rispondermi, dalle mani che non mi sfiorano, dagli sguardi che non possono esistere per me, perché non ha senso, perché è stupido parlare con gli angeli della propria fantasia. Accade qualcosa, quando cerco qualcuno che è reale e non lo è allo stesso tempo. Mi sento come il bambino che ha smarrito la mano del padre dentro a un supermercato e, anche solo per un istante, si sente perduto per sempre.

 

Mi sto regalando un altro libro, e la voglia di credere in un pensiero felice che mi sta avvolgendo lentamente. E c’è una canzone, la canzone dei sognatori, quelli per cui esiste solo il cielo e la gente che vive in pace il proprio presente.. Non è difficile se si prova a immaginare…

You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will live as one

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giovedì, 23 novembre 2006

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 22 novembre 2006

Oggi è successo qualcosa che forse nella storia della Repubblica non era mai accaduta. Il ministro della Pubblica Istruzione, in persona, Giuseppe Fioroni, alle otto della sera, è entrato in una scuola occupata di Roma, il Liceo Tasso, ed è rimasto per quasi due ore a dialogare con gli studenti che occupavano la scuola. È un segnale chiaro di un governo diverso, di un modo di intendere il dialogo in modo nuovo e costruttivo, di una svolta vera e propria. I ragazzi del Tasso, che avevano chiesto di parlare con il ministro senza credere minimamente che la richiesta fosse plausibile, erano quasi sbigottiti nel vedere arrivare nell’Aula Magna della scuola il ministro della Pubblica Istruzione.
Tutto era iniziato l’altro ieri, ed era cominciato a Roma. L'inizio è stato al Tasso, lo storico liceo noto per la sua tradizione éngage e di sinistra. E poi hanno seguito l'esempio altre scuole. Il luogo comune adulto e giornalistico dice una serie di cose. La prima: le occupazioni si fanno a dicembre, e prima di Natale, così si alleggeriscono interrogazioni e studio. La seconda: le occupazioni ormai sono un rito e un giochetto che poco hanno a che fare con la politica.

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lunedì, 20 novembre 2006

Care amiche,


La notizia del corso di Cotroneo mi ha creato non pochi pensieri in questi due giorni, ho dato, per giustificare la mia "assenza" svariate scuse: il tempo, il mal di testa la stanchezza ma il mio unico pensiero era lì. Per rabbia o forse per passione ho ripreso quel libro che avevo iniziato ma che non volevo finire perché non ne avevo uno altrettanto interessante da leggere e mi sono messa a sfogliare. Sfogliavo come una forsennata, tra i bambini che schiamazzavano, tra gli amici, tra i parenti che richiamavano la mia attenzione.. Ho divorato parole con la ferocia che solo alcune cose riescono a provocarmi.


Il romanzo è "Il cacciatore di aquiloni", l'avevo comprato per mio figlio e mi sono ritrovata persa a Kabul, è strano come l'interesse per quelle popolazioni mi abbia fatto incamerare parole e nomi nuovi. Non vi sono assonaze con la mia lingua ma le pronunciavo nella mia mente perfettamente. Sarà stato forse questo trabocchetto che ha disorientato i miei sensi. Tutto intorno a me veniva captato e portato nella storia per suggestionarmi, davvero, non mi sono immedesimata come succede di solito ma persa, traslocata sarebbe il termine più giusto.


La notte dopo aver messo i bambini a dormire, gli amici sono andati via, cuccia davanti ad una montagna di cuscini pagina dopo pagina ho seguito le vicende di Amir ed Hassan. Quasi quattrocento pagine in una sola serata, piatti, ninna nanne e riordino a parte. Sembravo posseduta, infondo in parte vero, posseduta dal desiderio ancora di trovare una mia dimensione in un campo che non mi è mai appartenuto e forse per questo affascinante e per un attimo ho pensato ad Hassan, che alla fine, la sua passione per i racconti l'ha portato ad imparare a leggere e a scrivere. Una possibilità che a molti come lui viene negata.


Ho pensato di essere fortunata innanzitutto di aver avuto una nonna che amava leggere, che ha chiamato i suoi dieci figli come i protagonisti dei romanzi che gli sono piaciuti di più, per mio nonno pittore per avermi dato la sua sensibilità alla luce e ai suoi riflessi colorati. Alla capacità introspettiva di mia madre, alla gioia di vivere di mio padre, a mio nonno che non ho conosciuto ma che si mantiene ancora vivo il suo essere stato buono e all'unica nonna che ho visto morire la quale fino alla fine ha difeso il suo diritto a ricongiungersi al suo amatissimo marito.


A me, che ho tante cose da dire ma non sapere come dirle, dedico a voi: Nyfrigg e LaGrandeNeige tutta la mia stima e brindo alla nostra voglia di scrivere che per qualcuno forse un domani diverrà un mestiere.


 

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sabato, 18 novembre 2006

di ROBERTO COTRONEO, da "L'Unità" del 17 novembre 2006 

Caro Furio, il tuo editoriale di domenica mi colpisce profondamente. Mi colpisce per due motivi distinti. Il primo motivo è per la lucidità con cui hai affrontato l'argomento. Il secondo perché i temi che esponi, vanno a toccare in profondità un altro aspetto del problema: la civiltà di questo paese. Una civiltà perduta da più di un decennio, una sorta di morbo culturale intellettuale che ormai sta invadendo ogni cosa. E che sta procurando danni tremendi nelle generazioni più giovani.
Vedi, io da ragazzino mi sono formato con i libri e con i giornali. Ho scoperto i giornali nel gennaio del 1976, quando comprai la prima copia di Repubblica. Facevo il primo anno di scuola superiore e mi sembrava di essere diventato finalmente grande andando in edicola e comprando il giornale. Qualche giorno dopo andai a comprare per la prima volta il primo numero dell'Espresso della mia vita. Ricordo ancora che il primo articolo che lessi era l'editoriale di Giorgio Bocca. Da quel momento pensai due cose: che da grande avrei voluto fare il giornalista. E che avrei voluto occuparmi di temi culturali. Pensai anche una terza cosa: che avrei voluto fare il giornalista all'Espresso. Dove leggevo gli articoli del mio maestro intellettuale, Umberto Eco, e dove mi sono formato su polemiche, sulle provocazioni, sul modo di scrivere quegli articoli.

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sabato, 18 novembre 2006

di ROBERTO COTRONEO, da"L'Unità" del 15 novembre 2006

C’è poco da scherzare. Nel senso che le prese di posizione di padre Georg Genswein, segretario personale di Papa Benedetto XVI, del ministro della cultura vaticano, cardinale Paul Poupard, del cardinale Walter Kasper, e del cardinale Ersilio Tonini, non sono un bel segnale, e per nessuno. Non si tratta né di indignarsi, e neppure di polemizzare, con quattro persone che occupano posizioni di altissimo livello nella gerarchia vaticana, e che hanno trovato il tempo di occuparsi delle imitazioni di Crozza e di Fiorello. Ma si tratta di capire in quale clima stiamo vivendo.
Il vilipendio alla religione è una brutta cosa, e anche per un laico, o un non credente, la bestemmia è davvero qualcosa che non si può sopportare, ma che si possa dire che certe imitazioni vanno eliminate, e che si possa mettere voce sulla satira fa un po’ impressione. Eravamo abituati ad altro negli ultimi anni. Avevamo capito che il carisma del Papa non teme assolutamente nulla, e che fare una satira bonaria non è altro che un segnale positivo. In una società complessa, in una chiesa complessa, come è questa chiesa del secondo millennio, non si pensava che potesse sorgere un problema sulla satira.

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sabato, 18 novembre 2006

Dacia Maraini: «Prodi ha ragione Il Paese ha paura di cambiare»

di ROBERTO COTRONEO, da "L'Unità" del 13 novembre 2006

L’altro giorno Romano Prodi lo ha detto a chiare lettere, attirandosi stupore e polemiche: «Il Paese è impazzito». Perché è un paese che non pensa al futuro, che non vuole fare sacrifici, che non ha un progetto dentro di sé. Probabilmente Prodi ha capito che c’è un paese sempre più chiuso, sempre più diffidente sempre meno disposto a concedere il suo «particulare» per un progetto più ampio.
Dacia Maraini guarda alla confusa politica italiana mantenendo uno sguardo di attesa e speranza. Ma tanti segnali sono negativi: i privilegi a cui nessuno vuol rinunciare, quel fare per se. È lì il male più temibile, che può far anche sparire la speranza di un cambiamento vero del paese.
Nello “Spirito delle leggi” Montesquieu dice che «il governo è come tutte le cose del mondo: per conservarlo bisogna amarlo». Non si tratta di amare il governo nel senso di amare "il potere". Ma si tratta di amare l'idea del governare. E qui amare significa, entusiasmarsi, far capire che finalmente, dopo uno dei peggiori governi del dopoguerra, sta succedendo qualcosa. Qualcosa per cui percepisci che si è aperto un nuovo capitolo della vita di tutti. E non si tratta di teorizzare una nuova frontiera per questo paese, ma di ritrovare quell’humus comune che dopo anni di divisioni, occupazioni di potere, involgarimento di ogni espressione della società civile, sembrava affondare dentro le sabbie mobili.
Dal 10 al governo c'è il centro sinistra. Eppure dopo sette mesi le cose non sono ancora come avremmo voluto. E non tanto per il lavoro fatto fino a oggi, ma quanto per un entusiasmo che non è ancora arrivato, per una fiducia che è ancora lontana, per una litigiosità e per divisioni che forse non avremmo voluto vedere.
È su questo tema che vogliamo domandarci cosa manca ancora, cosa si può fare, e come scacciare le molte perplessità. Cominciamo con il chiederlo a una scrittrice da sempre protagonista della vita culturale di questo paese: Dacia Maraini.

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domenica, 12 novembre 2006

(...) Erano le mani di una giovane recluta del Piatilekta, di un udarnik del terzo Piano quinquiennale, di un giovane tartaro divenuto meccanico, pilota di un carro armato: ingentilite dall'antico, millenario contatto col serico mantello equino, con le criniere, i tendini, i garretti, i muscoli dei cavalli, con le redini, col morbido cuoio della sella e dei finimenti, e in pochi anni passate dal cavallo alla macchina, dal cuoio all'acciaio, dai tendini di carne ai tendini di metallo, dalle redini alle leve di comando. Eran bastati pochi anni a trasformare i giovani tartari del Don, del Volga, delle steppe dei Kirghisi, delle rive del Caspio e dell'Aral, da pastori di cavalli in operai qualificati dell'industria metallurgica dell'URSS, da cavalieri in stakanowzi delle squadre d'assalto del lavoro, da nomadi della steppa in udarniki e in spez del Piatilekta. (...) "Aveva le mani simili alle vostre" dissi. Il Principe Eugenio si guardò le mani, pareva leggermente impacciato. Eran le belle mani bianche dei Bernadotte, dalle dita pallide e sottili. E io gli dissi: "Le mani di un meccanico, di un pilota di carro armato, di un udarnik del terzo Piatilekta, non sono meno belle delle vostre. Son le stesse mani di Mozart, di Stradivarius, di Picasso, di Sauerbruch." Il Principe Eugenio sorrise, e arrossendo leggermente disse: "Je suis d'autant plus fier de mes mains".

da "Kaputt" di Curzio Malaparte

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lunedì, 06 novembre 2006

di Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 6 novembre 2006

L’altra notte due episodi. Quattro giovani morti. Tre ragazze tra i diciassette e diciotto anni vicino a Pavia, e un uomo di 35 anni. E un altro incidente mortale vicino a Nuoro con due giovani di 21 anni morti per un frontale. Dieci giorni fa invece cinque ragazzi morti, vicino a Novara, di ritorno da un locale. L'elenco dei giovani uccisi dalla velocità sulle auto del sabato sera è simile a quello di un bollettino di guerra. E non accenna a diminuire.
Le case automobilistiche investono sempre più in sistemi di sicurezza e assicurano: l’auto si sceglie innanzitutto per il design. Ma la velocità resta il «cuore» di ogni vettura, la sua vera «ragione»: tecnica e soprattutto di status, di immaginazione. E se Renault gira uno spot con un proiettile...
Da una parte ci sono gli occhi sgomenti degli agenti della polstrada, nel vedere come le automobili possano trasformarsi in un terribile cartoccio di lamiere. Dall'altro lato tutta un'altra musica. La musica delle aziende automobilistiche, che sfornano auto sempre più sicure, sempre più tecnologiche, sempre più munite di airbag, di sistemi frenanti capaci di inchiodarti sul ghiaccio senza pattinare, etc. etc. E allora c'è da chiedersi perché tutta questa nuova sicurezza non funziona mai con i ragazzi che si ammazzano il venerdì o il sabato sera. E la risposta sta in un punto cruciale: la risposta è nella velocità.

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sabato, 04 novembre 2006

Un film documentario di Deaglio accusa: schede bianche diventate voti a Forza Italia?

di Roberto Cotroneo da "L'Unità" del 3 novembre 2006

Tutto in una notte. Il vero o il falso, i dubbi, le certezze, le dimostrazioni scientifiche, e poi i programmi ai computer, il lavoro al Viminale, gli sguardi tesi dei leader della sinistra, e di quello del centrodestra. E poi Berlusconi, e Prodi, e quel pasticciaccio brutto delle elezioni di aprile. Quando vinse il centrosinistra, ma per pochissimo. Quando in un giorno soltanto si passò da cinque punti percentuali di differenza a quei risicati 25mila voti. Da una vittoria netta di Prodi, annunciata, ribadita, e riconfermata, ogni giorno della campagna elettorale da tutti i sondaggisti, alla vittoria per una manciata di schede, che ha cambiato il destino del governo di Prodi, e soprattutto della stabilità politica nel nostro Paese.
Che cosa è successo se lo è chiesto Enrico Deaglio, direttore di «Diario». Che sul pasticciaccio brutto di piazza del Viminale ha girato un film, intitolato: "Uccidete la democrazia. Memorandum sulle elezioni di aprile", che sarà allegato alla rivista in Dvd il prossimo 24 novembre. E prima di lui se lo sono chiesti tre giornalisti,nascosti dietro lo pseudonimo di «Agente italiano» che hanno scritto un libro di fantapolitica, chiamiamola così, con nomi di maniera, per sostenere che al Viminale quella notte si consumò il delitto perfetto. Ovvero si spostarono i voti delle schede bianche in direzione non tanto della Casa delle Libertà, ma in direzione esclusiva di Forza Italia.

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venerdì, 03 novembre 2006
LA BUSTINA DI MINERVA

Dove mandare i poeti?

di Umberto Eco

Su Internet si trova la fuffa peggiore: materiale inerte, esternazioni emozionali da scemi del villaggio, blog di esibizionisti

Sul 'Corriere della Sera' di sabato scorso è stata aperta una polemica, estiva solo in apparenza. Tutto nasce da una intervista di Nanni Balestrini su 'Liberazione' dove il nostro, incapace di evitare provocazioni anche in età sinodale, lamentando che l'editoria abbia smesso di pubblicare poesia, dice che per fortuna c'è Internet che permette di far circolare le poesie di tutti. Ovviamente Balestrini pensa sia ai siti che antologizzano poeti noti che a quelli che ospitano gli esordienti, e ammette che è difficile orientarsi in mezzo a tanta abbondanza, ma segnala alcuni indirizzi affidabili.

Interrogati altri poeti e critici, ne sono venute fuori tre obiezioni principali. La prima (e mi pare sia giusta) che, anche se alcune collane di poesia sono state chiuse, non è vero che gli editori hanno smesso di pubblicare poesia e alcuni tra i poeti più noti (dico contemporanei, non classici) vendono anche 10 mila copie. La seconda (anch'essa giustissima) è che per i poeti giovani che vogliono farsi conoscere ci sono altri canali alternativi come riviste, festival e letture pubbliche. La terza è che, come ha detto un poeta laureato, "se vai su Internet a cercare la poesia, trovi tanto materiale inerte, esternazioni emozionali da scemi del villaggio; i blog sono fatti per lo più da esibizionisti. Si trova la fuffa peggiore, senza un orientamento".

Questa terza obiezione non è errata perché su Internet trovi davvero di tutto, ma richiede qualche riflessione ulteriore. Fedele pertanto agli insegnamenti di metodo dell'Aquinate, dopo avere ascoltato le varie tesi sono tentato di stendere il mio 'respondeo dicendum quod'. Certamente le collane di poesia e gli altri luoghi deputati dove chi fa e chi legge poesia si incontrano e si ascoltano, rimangono indispensabili sia per i giovani poeti che per i giovani lettori. Per i primi perché trovano un luogo di confronto dove sono criticati, selezionati e, diciamolo pure, consigliati di cambiar mestiere se (come avviene per la grande maggioranza di quel 90 per cento di esseri umani alfabetizzati che prima o poi è tentato di poetare) sono solo braccia sottratte all'agricoltura. Per i secondi, perché trovano chi fa loro da filtro e da garanzia.


Un giovane innamorato della poesia di solito può accettare come buoni versi anche quelli che non lo sono, o che di altri buoni versi sono solo ricalchi, mentre se va a cercare poesia in una collana di un certo prestigio sa che, nella misura in cui ci si può fidare dei giudizi di gusto, quello che legge è stato approvato da qualcuno che si suppone abbia il gusto particolarmente educato.

Ricordo i miei anni di liceo passati in una città di provincia, dove potevo al massimo conquistarmi alcuni libri dello Specchio mondadoriano, e leggevo però tutte le settimane 'La fiera letteraria'. C'era una rubrica in cui (così come in altre riviste c'era la posta del cuore) si pubblicavano brevi brani di opere poetiche inviate dai lettori, accompagnate vuoi da elogi, vuoi da incoraggiamenti, vuoi addirittura da correzioni, vuoi da terribili stroncature. Tutto avveniva secondo i criteri poetici dell'epoca e i gusti dell'anonimo recensore, ma per me era stata una grande lezione critica, un invito a valutare lo stile e non i buoni sentimenti, il cui primo risultato (di cui le patrie lettere dovrebbero essere grate alla 'Fiera') è stato di indurmi a buttare nel cestino i versi miei.

È possibile che esistano siti Internet che possano svolgere oggi la stessa funzione? Si potrebbe obiettare che per una 'Fiera letteraria', che era l'unico settimanale di lettere ed arti che allora un giovane potesse trovare in edicola, Internet offre 10 mila siti analoghi, e quindi sorge anche in questo caso il dramma dell'impossibilità di selezionare. Però ricordo che anche ai tempi miei circolavano (gratis) rivistine per poeti a pagamento, eppure in qualche modo (o per fiuto o per consiglio di qualcuno) avevo capito che ci si doveva fidare più della 'Fiera' che di quegli altri fogliacci. E così potrebbe avvenire per la poesia su Internet. Siccome hanno ragione quelli che dicono che esistono i festival e le riviste, si presume che un poeta e un lettore di poesia seri possano ricevere le giuste indicazioni per orientarsi sui siti attendibili.

E gli altri? E gli 'scemi del villaggio', e i navigatori compulsivi che non si staccano dal computer e non sanno che esistono le riviste e i festival? A morte, come è sempre avvenuto anche prima di Internet, quando schiere di lemming poetici sono caduti nelle fauci delle 'vanity press' e dei premi fasulli pubblicizzati sui giornali, e sono andati a ingrossare le fila di quell'esercito sotterraneo di autori a proprie spese che marcia parallelo al mondo 'ufficiale' delle lettere, e da esso ignorato lo ignora. Con il vantaggio che, potendo pubblicare su Internet i loro samisdat, i cattivi poeti non andranno a ingrassare gli sciacalli della poesia. E con la possibilità, siccome la bontà dell'Altissimo è infinita, che anche in quel brago infernale possa talora sbocciare un fiore.
 
(16 agosto 2006)
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