domenica, 25 febbraio 2007

di ROBERTO COTRONEO, da"L'Unità" del 23 febbraio 2007

Il senato, the Day After. Il luogo del misfatto il giorno dopo. Di giovedì, in un pomeriggio romano che fuori sembra primavera e dentro, tra quei corridoi di guide rosse infinite, e di busti che ritraggono padri del Risorgimento, nobiltà sabaude perse nei fumi della storia, e sedie in stile Savonarola che fanno subito pensare a eresie e a roghi medievali, non c'è quasi anima viva. Persino i commessi paiono più rilassati del solito, un giorno di vacanza, o quasi. Si tratta di cercare le tracce di un complotto, ordito nel vecchio stile democristiano da Giulio Andreotti, e Francesco Cossiga. Sempre loro, perfetti nel cogliere l'occasione di affondare il governo Prodi appena gli è stato presentato su un piatto d'argento. Semplice dispetto ricamato alla maniera della vecchia piazza del Gesù? O invece raffinatissima operazione che vede, oltre la curva di questa crisi di governo, un miraggio neocentrista fumoso e agognato, oltre che nostalgico?
I pochi senatori presenti, nicchiano e fanno gli scongiuri. Non può essere così. Possibile che il Cossiga con la "K", il grande amico amerikano nella Dc del tempo che fu (e che forse è ancora, visto quello che accade), abbia tentato l'impossibile? Ovvero il massimo risultato con due soli voti. Ed è possibile che l'uomo del Vaticano, l'uomo della Costituente e di quasi tutti i governi del dopoguerra, ovvero Giulio Andreotti, abbia servito la sua vendetta in modo così sottile, omaggiando l'amico Ruini e agli ambienti vaticani che vedevano Prodi come il nemico numero uno?

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categoria:articoli di roberto cotroneo
sabato, 24 febbraio 2007

«Vada pure, lui più nessuno» ha detto con sprezzo Dell’Utri. Ma uno più zero fa uno, e forse basta. Il suo centro è una linea sottile, però pesante

di
Roberto Cotroneo, da L'Unità del 24 febbraio 2007

Ieri sul «Corriere della Sera», il senatore Dell'Utri commentava così un possibile passaggio di Marco Follini alla maggioranza: «Se vuole vada. Ma abbiamo visto quanto vale. Lui più nessuno. Vada pure». Ieri, quella frase il senatore Follini sembra l'abbia riletta più di una volta. Senza fare commenti. Quel lui più nessuno, poteva suonare sprezzante, se letto in termini ironici. Un formidabile atout se letto in termini matematici. Perché uno più zero non fa zero. Fa uno. Ed è proprio su quell'uno che conta la maggioranza di Prodi per farsi un po' di conti al Senato.
Ancora una volta i destini del paese sono scritti da ex democristiani. Andreotti e Cossiga l'altro giorno. Follini oggi. Democristiani diversissimi, quasi due codici genetici opposti. Grandi vecchi astutissimi i primi due. Malinconico e con un'idea della politica sospesa e contraddittoria il secondo. Vicepresidente del Consiglio di Berlusconi, per solo tre mesi. Incapace di seguirlo a ogni costo come il suo ex amico e collega di Udc Pierferdinando Casini. Caratterialmente difficile: più che astuto attento, più che prudente parsimonioso.

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giovedì, 22 febbraio 2007

di Stefano Benni

I giudici se vogliono giudicare bisogna che si facciano eleggere
i giornalisti se vogliono scrivere non devono criticare
i sindacalisti devono alzarsi in piedi quando mi vedono entrare
l'opposizione non deve opporsi se no non vale
e insomma una buona volta lasciatemi lavorare
ho sei ville in Sardegna e le bollette da pagare
e forse dovrei farmi ricoverare
Mi consenta mi consenta senta
c'è troppa anomalia in questa società violenta


I giudici se vogliono restare non ci devono arrestare
la stampa estera l'Italia non la deve riguardare
e io a casa mia mangio con chi mi pare
e insomma Bettino smettila di telefonare
più di quello che ho fatto proprio non lo posso fare
ho sei televisioni sulle spalle da mantenere
e forse mi dovrei far ricoverare
Mi consenta mi consenta senta
c'è troppa finanza in questa società violenta


E i tre saggi se sono saggi non si devono impicciare
e la Rai deve essere complementare
e perdio spiegatemi cosa vuol dire complementare
e non dite che non so l'italiano che mi fate incazzare
e i giudici i processi li devono stipulare
e i giornalisti non devono esageracerbare
e forse mi dovrei far ricoverare
Mi consenta mi consenta senta
c'è troppa poca Fininvest in questa società violenta


E i giudici si alzino in piedi prima di giudicare
e se la mafia mi vota cosa ci posso fare
e il milione di posti l'avevo detto per scherzare
e voglio tremila guardie del corpo che mi devono guardare
e un ritratto di sei metri vestito da imperatore
e che sono fascista non me lo dovete dire
e i giornalisti prima di scrivere si facciano eleggere
e i rigori contro il Milan non li dovete dare
e gli agit-prop vadano in Russia ad agitproppare
e non chiamatemi Bokassa o vi faccio fucilare
e i giudici il paese non lo possono sventrare
e a me gli avvisi di garanzia non li dovete mandare
e forse mi dovrei un po' calmare
ma se io sono Dio cosa ci posso fare
Mi consenta mi consenta senta
no c'è più religione in questa società violenta

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categoria:poesia, storie vere
domenica, 18 febbraio 2007

(anche se questo è un blog dedicato a Roberto Cotroneo, oggi pubblico questo editoriale di Furio Colombo, perché ieri a Vicenza è successo qualcosa di troppo bello e grande per non essere condiviso anche qui)

di Furio Colombo, da L'Unità del 18 febbraio 2007 

Eccola Vicenza, nelle due telecronache dirette di Sky e di La7, una normale città europea che ha una cosa da dire e la dice per le strade perché nessun’altra occasione di ascoltare le ragioni dei cittadini è stata creata. Questo, il presunto dovere di silenzio dei cittadini, è l’unico aspetto non europeo e “anti-americano” della manifestazione di Vicenza. In che senso anti-americano? Ma perché è stata rifiutata l’idea profondamente americana che la politica è sempre locale e che niente si può fare in una città senza il consenso dei cittadini.
Qui si rovesciano e si mordono la coda due luoghi comuni opposti. Il primo dice: la politica estera dell’Italia non può essere decisa dai cittadini di Vicenza. Ma Vicenza non vuole decidere la politica estera, vuole decidere i quattrocentocinquantamila metri quadrati del suo territorio a un chilometro dal suo centro storico palladiano. Qui il primo e il più ragionevole problema non è se dire no o sì alla richiesta americana.
Certo, quella è una competenza del governo. A Vicenza spetta però, proprio nella migliore tradizione americana, stabilita fin dai tempi dei “Federalist Papers” (gli scritti dei padri della Costituzione americana) di partecipare alla discussione e alla decisione su quei quattrocentocinquantamila metri quadrati da occupare con strutture che avranno a che fare, molto prima che con la politica del mondo, con le falde acquifere di Vicenza, con il centro storico di Vicenza, con il traffico di Vicenza, con la famosa “compatibilità” ambientale del nuovo richiesto con il “vecchio” che esiste già. Ovvero: da un lato la vita dei cittadini, dall’altro la qualità storica unica al mondo della città palladiana. Ad essa i padri fondatori degli Stati Uniti si sono ispirati costruendo la loro capitale. Come è noto Washington è tutta disegnata a immagine e somiglianza del Palladio.

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categoria:e gli altri, solidarietà
sabato, 17 febbraio 2007

di ROBERTO COTRONEO, da "L'Unità" del 16 febbraio 2007

Ancora non sappiamo bene chi sono, e non sappiamo neppure il diverso livello di responsabilità nell’organizzazione terroristica che loro chiamano, e noi chiamiamo, Brigate Rosse. Sappiamo che progettavano attentati, e che avevano armi. Sappiamo che erano organizzati attraverso compartimenti rigidi. Sappiamo che molti sono giovani e hanno poco più di vent’anni. Sappiamo che molti sono operai, e che appartengono a settori della società che un tempo Nanni Balestrini avrebbe definito degli «Invisibili», che poi è il titolo di un suo famoso romanzo uscito negli anni Settanta.
Ogni volta che ci troviamo di fronte a un fenomeno o a una emergenza di tipo terroristico, c'è qualcosa che non torna davvero.
Una profonda e inalterabile incapacità di capire cosa stia succedendo davvero. Se leggiamo commenti e considerazioni di intellettuali e di politici sui quotidiani di ieri il coro è pressappoco sempre lo stesso. Questi terroristi sono gente disorganizzata, cani sciolti, persone che vivono fuori dal tempo, isolati: copia sbiadita di «quel» terrorismo che abbiamo conosciuto negli anni Settanta. Lo dicono tutti: dallo stesso Balestrini, a Erri De Luca, lo dice persino un grande uomo come Pietro Ingrao.
Ma la domanda non è se sia davvero così. La domanda è: cosa c'è dietro e cosa nascondono queste affermazioni?

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domenica, 11 febbraio 2007

Pavimento a sanpietrini, giornalisti atipici, anni 70 e mini Apple. E il dibattito sempre

di
Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 10 febbraio 2007

La sensazione è quella di un direttore d'orchestra. Di un’orchestra molto atipica, dove il direttore non si sforza di tenere tutti assieme, e farli suonare allo stesso modo, ma si diverte a vedere se c’è un modo di suonare assieme senza che ci sia un’unica voce, e senza che siano sempre le stesse note. Il direttore dell'orchestra di Liberazione, Piero Sansonetti, passeggia per i corridoi di un giornale pieno di gente. Al piano di sotto la sede del partito, al piano di sopra la sede del giornale, organo ufficiale di partito, di Rifondazione Comunista. Al piano terra, dove c'è la redazione politica del giornale, la portineria, e poco d'altro hanno lasciato come pavimento i sampietrini, anche se opportunamente lucidati. Forse in passato era un cortile, poi coperto. Fa un po' effetto vederli così lucidi, levigati, e «trattati» come un normale pavimento. Sembra un po' metafora di questo paese, e forse della sinistra. Quei terribili sampietrini delle manifestazioni, degli scontri con la polizia, e della violenza politica degli anni 70, ora lì, belli ordinati, a significare che la storia rimane quella, ma le circostanze cambiano.
Ora Prc è al governo, esprime la terza carica dello stato, il Presidente della Camera, e i giornali con il dna dell'opposizione devono inventarsi un paradigma per convivere con il nemico contro cui hanno sempre combattuto, il potere. Forse c'è un solo modo: usare l'ironia, giocare a spiazzare, e non rinnegare nulla. Per altro Sansonetti a dirigere questo quotidiano c'è arrivato da un paio di anni, prima è stato una vita qui all'Unità.

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venerdì, 09 febbraio 2007

ROBERTO D’AGOSTINO - Il creatore di Dagospia: internet e telefonini, via la privacy, e il pettegolezzo politico diventa un sudoku sessuale. Ma gli scandali, in Italia, non annientano

di Roberto Cotroneo da "L'Unità" dell'8 febbraio 2007

Sembra un principio di valanga. È cominciato tutto con la lettera di Veronica Berlusconi a «Repubblica». Passano pochissimi giorni e Pier Ferdinando Casini è costretto a smentire una notizia, pubblicata sul quotidiano on line «Affari Italiani» che lo vedeva mandato fuori di casa dalla compagna Azzurra Caltagirone. Al punto che il «Corriere della sera» ha scritto un articolo dove il dubbio di una sorta di complotto interno al centro destra contro il dissidente Casini è più di un'ombra, e non è lontano dalla certezza.
Che accade? Il pettegolezzo, da argomento di salotto e di rotocalchi rosa è diventato un'arma, se non una sorta di clava politica? Cosa è cambiato nel costume del pettegolezzo italiano? Siamo andati a chiederlo al sommo sacerdote del gossip italiano, Roberto D'Agostino, che ha un osservatorio privilegiato su quel che si muove sottotraccia, e anche con evidenza, nel suo sito www.dagospia.it.

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domenica, 04 febbraio 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'Unità del 4 febbraio 2006

Le immagini che tutti abbiamo nella memoria sono quelle di una camionetta della polizia che gira in tondo allo spiazzo della curva nord dello stadio di Catania, come una mosca impazzita, tra gruppi di giovani che lanciano sassi, tutti i sassi che possono.
La polizia da una parte, gli ultras dall’altra. Non abbiamo visto dei tifosi di parti avverse picchiarsi o scontrarsi, abbiamo visto un’altra cosa. Il bilancio degli ospedali catanesi è assolutamente chiaro: dei cento feriti medicati nei pronto soccorso della città, settanta erano poliziotti. C’è un secondo dato, trasmesso dalle agenzie di ieri: non ci sono stati scontri diretti tra le due tifoserie. Sarà stato per il cordone di polizia che li ha tenuti divisi, ma soprattutto perché l’obbiettivo dei violenti non erano i sostenitori della squadra avversa, ma erano le forze dell’ordine. Al punto che un ispettore di polizia è morto, e un altro è finito in prognosi riservata.
Al di là di tutti i legittimi ragionamenti sul campionato da fermare, sulle nuove regole, sulla trasformazione degli stadi e sul giro di vite nei controlli, qui ci troviamo di fronte a qualcosa che già da tempo sappiamo bene. E che abbiamo visto all’Olimpico e in altri stadi italiani. Certe frange violente delle curve, e poi cercheremo di capire veramente cosa significa questa espressione, sono una enclave senza legge che ha un imperativo: l’odio violento verso le forze dell’ordine. E che costruisce tutta la sua logica innanzi tutto su questo. La curva opposta, il tifoso nemico non solo non è più tanto nemico, ma talvolta diventa addirittura un alleato, un sodale, uno che combatte, paraddossalmente, dalla stessa parte.
Ora, tutto questo ha poco a che fare con lo sport, ma per ragioni diverse da quelle dette nelle lunghe dirette dagli inviati sportivi e dagli esperti. Non è un problema di sport e di violenza, e forse neppure un problema soltanto delle società sportive che fingono di non vedere cosa siano veramente le curve; e neppure una nuova versione delle violenze politiche di piazza che abbiamo visto negli anni Settanta. È invece un fenomeno sociale del tutto inedito e nuovo, che ha come palcoscenico lo stadio, e tutte le simbologie che lo stadio alimenta. Proviamo a fare ordine, indicando per punti quello che sta accadendo.
1. Qualunque sociologia spiega e non spiega. È facile dire: cerchiamo di capire chi sono questi ragazzi. Sottoproletariato urbano disperato? Violenti che mascherano le loro furie omicide usando a pretesto un calcio di rigore non dato? Sbocchi di violenza in una società dove la conflittualità è sommersa e mal tollerata. Troppo facile. Chiunque nella sua vita ha visto da vicino una curva sa bene che è trasversale, e che gli ultras possono venire da classi sociali, ambienti, e mondi diversissimi. Il collante apparentemente è lo sport. Quello vero è una sorta di forma di appartenenza che si alimenta da sola. E che ha a che fare con il luogo. Ho sentito i ragazzini, alle prime armi nelle curve dire con fierezza: «Qui in curva la polizia non ci prova a entrare». Un far west violento e impunito dove la parte più arcaica e ancestrale di certi tifosi viene fuori nel modo più imprevedibile. Non mi stupirebbe che molti dei ragazzi fermati risultassero dei giovani con un’esistenza apparentemente normale.
2. L’idea della guerra, la violenza legittimitata da una serie di voci impazzite che corrono e si sovrappongono una sull’altra, è un altro punto importante. Il nemico è la polizia. La polizia è l’ordine, la polizia rappresenta il mondo di fuori. E il mondo di fuori è il nemico, come nelle guerre. Se il confine è tracciato, e il confine è lo stadio, chiunque entri nello stadio per riportare la legalità va distrutto. È per questo che le tifoserie opposte non si scontrano: condividono lo stesso mondo, vivono lo stesso delirio di impunità ed extraterritorialità. Se a questo si aggiunge, e questo va detto con chiarezza, che le forze dell’ordine in uno stadio sono in numero comunque infinitamente piccolo rispetto alla massa minacciosa dei tifosi si capisce il terzo aspetto della questione.
3. Secondo le curve la polizia fa sempre qualcosa di ingiusto, picchia tifosi solo perché avevano una bandiera, e ha modi molto spicci per tenere sotto controllo le situazioni. Questo avviene perché la paura, là dentro, vale per tutti. Anche se un poliziotto è armato e protetto, risulta difficilissimo mantenere la calma da solo di fronte a dieci tifosi violenti e incontenibili. Le curve sono piene di leggende sulla polizia che invade, reprime, e picchia. In certi casi può essere accaduto, in certi casi accade. Ma è chiaro che queste leggende sono il collante per scatenare appena possibile reazioni violente e criminali.
4. Il branco allargato. Tutte le violenze illogiche obbediscono a regole di emulazione. C’è premeditazione nel confezionare una bomba carta, destinata ai poliziotti. Spesso non c’è consapevolezza delle conseguenze. L’enormità di quello che è accaduto a Catania non si può spiegare solo con il disagio violento di una generazione sbandata. Ma con una inconsapevolezza che sposta sempre un po’ più in là il senso del limite. E quando iniziano gli scontri non è più possibile fermare niente. Gli stadi sono luoghi emotivi, e - mi si passi il termine senza che possa apparire riduttivo - tutto è su un piano elementare. La polizia è cattiva e io la carico, cerco di lapidarli, cerco di lanciar loro i miei ordigni rudimentali. Nessuno può sapere se ci sia o no una volontà iniziale di uccidere, ma certo da un certo momento in poi uccidere e non uccidere non fa più la differenza, si è entrati in una forma di sadismo paranoide, e per certi versi inconsapevole, che vuole un crescendo sempre maggiore.
5. Stato e antistato. L’odio per la polizia che è all’origine dei disordini degli stadi non ha una matrice politica, e quando viene esibita è un paravento ingenuo. Invece l’odio per la polizia ha una matrice etnica. Dove l’etnia di sangue e di razza, che è appartenenza, è sostituita dall’appartenenza del tifo per una squadra.
6. Tutte le guerre etniche vogliono un territorio, una sorta di “sangue e suolo”, che è lo stadio, e i luoghi adiacenti allo stadio. L’enclave dove parte la logica della violenza è lo stadio, che diventa il centro di tutti i comportamenti violenti e criminali. Sarebbe interessante capire se negli ultimi anni siano diminuiti gli episodi di teppismo e di violenza lontano dagli stadi (stazioni ferroviarie, treni, centri storici delle città, etc.) e se invece ci sia stata una recrudescenza ancora maggiore di violenza proprio là, nel luogo simbolico dove si consumano tutti i drammi. Con ogni probabilità è così, perché questo di oggni non è solo più tifo violento, e non è solo più violenza sociale. È qualcosa di più e di peggio.
7. Questo spiega perché i commentatori sono sempre meno attrezzati a comprendere quello che sta accadendo. Ragionando in termini di tifo calcistico, per quanto malato e drammatico, non si capisce quello che avviene. Ragionando solo in termini sociali e sociologici, non si fa altro che riproporre certi schematismi che spiegano con lo stesso metro ogni cosa: gli anni di piombo, come il ‘77, come lo stadio.
8. È molto bello dire che allo stadio dovrebbero andarci le famiglie con i bambini, con i popcorn e le bandierine, e che così dovrebbe essere. È molto piacevole pensare un giorno a degli stewart gentili che se stai in piedi sul sedile della tribuna, con un gesto cortese ti invitano a sederti composto. Ma è una ipocrisia. Portare allo stadio le famiglie sarebbe come chiedergli di visitare le trincee ancora funzionanti di una guerra estenuante. O fargli fare un tour per i territori dove non si riescono a spegnere i focolai delle guerre civili. Non funziona in questo modo. Lo sanno bene i poliziotti, che sono consapevoli, ogni domenica di andare in guerra, e come in tutte le guerre, sanno che le regole, anche per loro, valgono fino a un certo punto. Il problema è riuscire a far capire che gli stadi sono diventati un teatro della violenza nel senso tecnico del termine, un territorio occupato che nessuno in tempi brevi sarà in grado di bonificare. Ma al massimo controllare.
9. Come per tutte le cose che contano in questi tempi, gli interessi sono altrove. Se un tempo il calcio aveva come teatro soltanto lo stadio. Se poi la radio prima e la televisione poi televisione hanno cominciato a trasmettere qualche partita, ma rimanendo lo stadio il luogo deputato al tifo e alla passione calcistica. Oggi i soldi corrono altrove. Gli stadi sono difficili da gestire economicamente. E gli incassi di un anno di una partita non bastano a pagare neppure lo stipendio di un buon calciatore. Il calcio si è trasferito del tutto sulle televisioni a pagamento, a suon di centinaia di milioni e miliardi di euro. E gli stadi come dei feticci abbandonati, hanno assunto un'altra identità. Fino a diventare il palcoscenico di un dramma come quello dell'altro ieri.
10. Se tutto questo sta avvenendo è perché, al contrario di quanto ci raccontiamo, e ci piace raccontare di noi stessi, questo è un paese, e da sempre, con una violenza sommersa, un Paese diviso, un paese irrisolto. Forse qui si trova il punto di partenza per una riflessione storica. Ma andava fatto prima. Ormai è davvero troppo tardi.

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venerdì, 02 febbraio 2007

di ROBERTO COTRONEO da L'Unità del 1 febbraio 2007

Sono bastate poche ore ed è diventata una farsa, una commedia all'italiana. Prima la lettera di Veronica a Repubblica, poi la risposta di Silvio Berlusconi, poi il tam tam mediatico attorno, con tutti gli stereotipi che si possono immaginare, le curiosità, le banalità, i pettegolezzi, una sorta di numero speciale di Chi, o peggio del vecchio Grand Hotel.

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venerdì, 02 febbraio 2007

di ROBERTO COTRONEO da "L'Unità" del 31 gennaio 2007

In quella luce incerta che c'è a Roma quando il sole non si decide a uscire, l’aeroporto di Fiumicino ti appare come un edificio non finito, precario, con il cielo attraversato da aerei bassissimi che sembrano sfiorarti e da un odore di nafta inquinante e insopportabile. Dentro, oltre il via vai dei viaggiatori in trolley, preoccupati di far passare i bagagli, una fila di teste di colori abbastanza simili tra loro. Sono le ragazze dell’accettazione dei banchi Alitalia. Tutte in divisa, tutte con lo sguardo fisso su un monitor, tutte a usare poche frasi secche ma gentili, per far sfoltire più rapidamente possibile le file. «Alaz....cosa? Sì, tutti ci vogliono, ma chi paga i debiti?». «Ansia? Macchè supero tutto: sono anni che lavoro con contratto a termine». Al grande scalo di Roma, parlano hostess e impiegati, gente che ne ha viste di tutti i colori in questi anni e adesso attende l’atto finale. Finestrino o corridoio?". "Uscita 16b". Davanti ho un gruppo di americani un po' grassi con i mano i passaporti. Cerco un banco chiuso al pubblico e chiedo alla signorina con l'hennè se ha mai sentito nominare Paolo Alazraki. Lei mi guarda come si guarda un poliziotto. Quasi si aspetta che gli esibisco una tessera di riconoscimento. Si volta verso la collega accanto e mi dice che posso chiedere all'ufficio informazioni. Alazraki è un signore che offre un miliardo di euro per il 30 per cento circa di Alitalia, la sua società si chiama "Wonders & Dreams". "Wonders & Dreams", è un bel nome per uno che offre un miliardo di euro. La sua è una delle undici offerte che sono arrivate al Tesoro proprio ieri. "Non so niente di queste cose. Sono al quarto anno di contratto a termine. Ma è un lavoro come un altro. Anzi, se trovassi posto in un negozio non starei seduta qui tutto il pomeriggio".

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