di ROBERTO COTRONEO, da L'Unità del 28 febbraio 2007
Turigliatto, Rossi e Pallaro: una giornata in Senato
con i «voti in bilico». Appartati, silenziosi, evitati
La giornata dei tre moschettieri, degli uomini a cui è affidato il destino del governo Prodi, è iniziata in sordina. Luigi Pallaro è arrivato tardi. Ferdinando Rossi prima del solito e si è subito infilato in aula. Franco Turigliatto è entrato in Senato alle 15.30, già in netto anticipo all’appuntamento per il discorso che avrebbe tenuto in aula alle 17.00 in punto. Presto per l’aula, certo, ma puntuale per l’appuntamento con i cronisti che vedevano solo e soltanto lui, e lo fermavano a ogni passo. Al punto che dopo un’ora di parole, di interviste, di ragionamenti, e di riprese televisive era costretto con qualche imbarazzo a dire. «Per favore, datemi dieci minuti, dieci minuti solo, poi torno». Dirigendosi in direzione dei bagni. E c’era da capirlo. Certo, tanta notorietà per il senatore di Rivara, provincia di Torino, era prevedibile. Ma fino a un certo punto. Lui ormai era nella parte: non la parte dell'uomo che ha contribuito con decisione a far cadere il governo, ma in quella di chi il ragionamento lo fa a monte. Di chi con ogni cronista puntualizzava che il nodo "è politico", e quando la politica è politica, la posizione personale conta quel che conta. "La guerra, la guerra, come si fa a essere a favore della guerra? La guerra produce morte, e vittime, e questo non ha molto a che fare con fiducie o sfiducie".
È una brava persona Turigliatto. Ha l'aria mite di uno che per tutta la vita ha pensato queste cose, di uno che "ha lavorato per anni per il partito". Porta una giacca grigia con le tasche un po' delabré, un paio di clark molto vissute, e un pantalone in vellutino color grigio argento che stacca un po' troppo con il resto dell'abbigliamento. La cravatta c'è, ma è lenta e decisamente storta rispetto al colletto della camicia. A guardar bene, il nodo è spostato un po' troppo a sinistra. Come la sua posizione in Senato. Si muove con una coda di colleghi che non lo molla un attimo. Neanche il caffè gli fanno prendere. Lui dice: "Le dimissioni le ho già consegnate, il giorno stesso". Ma in Senato le dimissioni non sono automatiche, vanno approvate. E non sa dire bene che cosa succederà. "Certo se vengono accolte mi succederà un compagno di Asti, un preside di scuola, un bravo compagno". Con posizioni simili alle sue? "Non credo proprio". Lasciando intendere che Rifondazione con il preside di Asti cascherebbe meglio e tirerebbe un sospiro di sollievo. Ma quello che brucia, e questo lo dice con un'amarezza che certo va compresa, è questa strana cosa dell'"allontanamento" dal partito. Formula ambigua e certo inedita, che suona quasi letteraria.