giovedì, 29 marzo 2007

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 29 marzo 2007

L’era del gossip non lo ha sfiorato neppure lontanamente. Neanche in tempi di indiscrezioni forzate, di notizie che rimbalzano e scoloriscono perdendo di veridicità a ogni passaggio, Gianni Letta si è convertito a qualche parola di più che non sia quella che dice in forma sempre riservatissima. A Largo del Nazareno a Roma, dove ha l'ufficio dopo che ha lasciato Palazzo Chigi come sottosegretario alla Presidenza, non c'è via vai di giornalisti, e per dirla meglio: non c'è via vai affatto. La sua segretaria, Lina, è gentile, almeno quanto il suo capo: «lo sa che il dottor Letta non parla con i giornalisti». Neppure in forma riservata? Neppure in quella forma. In un'epoca dove parlare, dichiarare ed esternare è un segno di visibilità, Gianni Letta sembra tra i pochi ad aver capito che tacere rende molto, aiuta, ed è un segno vero del potere (Cuccia docet, ovviamente).

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martedì, 27 marzo 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'UNITA' del 26 marzo 2007

La solita kermesse spettacolare e uno sguardo sull’Europa. Le pop star e Simona Ventura: ma sarebbe meglio invitare prof capaci di lezioni in grado di stupire gli studenti

La notte, a Roma, par di sentire ruggire i leoni. Ed è vero. Aveva ragione Carlo Levi quando faceva cominciare il suo romanzo L’Orologio con questa frase, forse tra le più memorabili della letteratura del Novecento. Il romanzo forse non vale questo inizio, e non è certo dei più belli di Levi, ma la notte, talvolta, a Roma sembra davvero che ruggiscano i leoni. L’altra notte alla Sapienza funzionava così. Con quelle luci che proiettavano figure sugli edifici progettati da Marcello Piacentini, in pieno stile architettonico fascista. Con quel tripudio di marmi e di finestroni giganteschi. Con quei viali che sembrano pensati per un’adunata piuttosto che per le passeggiate di pensosi o assonnati studenti di ogni facoltà.

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venerdì, 23 marzo 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'UNITA' del 22 marzo 2007

Sarà per la ferita antica di essere stati un paese che con il fascismo ha purtroppo insegnato l’autoritarismo e la negazione della democrazia a mezza Europa. Sarà perché negli anni della dittatura la stampa era censurata, non era libera, e venivano passate le veline delle agenzie. Sarà anche che per molti decenni si è discusso per anni se l’informazione in Italia è mai stata libera. Sarà, ancora, che ogni tanto qualcuno se ne esce con il fatto che in Italia non esiste un editore puro. E poi tra l’altro non è proprio vero. Sarà infine che quella frase là, quella frase che dice Humphrey Bogart, «è la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente», risuona come un motto banale, un cavallo di battaglia per sentirsi quello che non si dovrebbe essere. Sarà per tutto questo ma che è accaduto, e continua ad accadere sul caso Sircana ha qualcosa non solo di inquietante, ma di profondamente banale, e assieme dolorosissimo. Silvio Sircana, ieri, ha scritto una lunga lettera al quotidiano La Stampa, ha dato un'intervista a Massimo Giannini di Repubblica, e si è ritrovato pubblicate le fotografie incriminate: quelle che hanno fatto gridare allo scandalo, quelle attraverso le quali i due fotografi credevano essersi fatti un'assicurazione sulla vita, o quasi: dove il politico «importantissimo» si accosta a un transessuale e si piega leggermente verso di lui per scambiare una battuta. Inutile tornare sul nulla di queste fotografie.

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lunedì, 19 marzo 2007

DANIELE MASTROGIACOMO E' LIBERO E STA BENE

DA KABUL: PINO SCACCIA

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domenica, 18 marzo 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'UNITA' del 18 marzo 2007

C’è davvero da domandarsi in che paese viviamo, se nel paese del fotografo Corona e di personaggi come Lele Mora, o se invece siamo nel paese del Cardinal Ruini. Se siamo dentro storie di corruzioni e trasgressioni che finiscono su siti e giornali, o invece se siamo vittime di una recrudescenza bigotta e moralista, un paese dove prima o poi qualcuno dirà che persino il divorzio va ripensato e non è cosa buona e giusto. Sicuramente viviamo in un'Italia schizofrenica, dove i cattolici integralisti vogliono dimenticarsi che siamo uno stato laico ed europeo. E dove figuri che sembrano usciti da un brutto romanzo di appendice seguono politici e procurano piacenti ragazze a suon di migliaia di euro per stanchi uomini di successo abituati a non conquistarsi nulla e a comprarsi tutto, ma soprattutto a farsi ricattare.
Ma questa è cronaca, per quanto squallida. Quello che va oltre la cronaca dice ben altro. E ci mostra un lato più sfuggente del nostro vivere quotidiano. Se da un lato c'è una battaglia, ufficiale e sommersa, ambigua e fitta di colpi bassi, sulle unioni di fatto, sui Dico, e contro quelli che vengono definiti «i diversi», dall'altro c'è uno spaesamento assoluto, che letto attraverso certi dettagli si mostra più drammatico di quanto si pensi. Mi riferisco a un interessamento morboso nei confronti della vita sessuale di personaggi, che siano pubblici o no. Mi riferisco a questo nuovo tabù che da un po’ circola tra siti di gossip e ben più importanti pagine dei quotidiani. Il tabù del transessuale.

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venerdì, 16 marzo 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'UNITA' del 14 marzo 2007

Riccardo Tozzi è un uomo coltissimo e di eccellenti letture, e di grande intuito. È il marito di una famosa scrittrice, Cristina Comencini, e il suo mestiere è produrre film con la sua casa di produzione che si chiama, non a caso, Cattleya, come il fiore di Proust e che in questi anni ha prodotto molti dei più bei film italiani usciti nelle sale cinemotagrafiche. Un giorno Tozzi va in una copisteria, di quelle piene di studenti universitari che si fanno fotocopiare e fascicolare le dispense per gli esami. Sta aspettando che il ragazzo finisca di fargli le fotocopie, forse sta pensando, una sua passione da sempre, a qualche classico delle letteratura da trasformare in film. E mentre distrattamente si aggira tra il bancone e le grandi macchine della copisteria gli cade l'occhio su un pacco di fotocopie già preparate appoggiate in bell'ordine.
Guarda curioso, e vede che sono le pagine di un libro. Legge il titolo: Tre metri sopra il cielo. «Che cos'è?», chiede al ragazzo. Risposta: «Una delle tante copie di un libro che di fatto non è mai uscito. Ma che sono anni che fotocopiamo a tutti i ragazzini che se lo passano da uno all’altro e impazziscono per questo libro». Insomma, un best seller sommerso, che non e-siste in libreria, pubblicato a pagamento nel 1992 in 2500 copie, dopo che era stato rifiutato da dieci editori almeno, 2500 copie vendute e poi sparite nel nulla.

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martedì, 13 marzo 2007

FRANCA RAMELa senatrice dell’Idv: la prima volta in Senato mi sentivo una diciottenne costretta a sposare un vecchio bavoso. Ma i miei elettori si fidano di me


di
Roberto Cotroneo, da "L'Unità" del 9 marzo 2007 

Provata cliccare sul sito www.francarame.it e capirete subito di cosa stiamo parlando. Ieri alla Camera c’è stato il voto per il rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan. È andata bene, con soli tre voti contrari. Ora toccherà al Senato, dove la volta scorsa è andata come tutti sanno. Con Prodi costretto prima alle dimissioni e poi a ripresentarsi per il voto di fiducia. Tra i senatori del centrosinistra che hanno sempre avuto forti perplessità su quel voto c’è Franca Rame, eletta nelle liste dell’Italia dei Valori. Che la volta scorsa ha votato sì, ma che non riesce a togliersi i mille dubbi che la tormentano.
Senatrice, nel suo sito ha chiesto ai suoi lettori di consigliarla. Se deve dimettersi oppure no dopo il voto per la missione in Afghanistan. E così combattuta?
«Sì glielo confesso, sono molto combattuta. 300 milioni di euro di spese militari, e solo 30 per la cooperazione, per aiutare gli afghani. Ecco, mi sembra una sproporzione. So che la produzione dell’oppio è aumentata del 90%, che gli americani hanno i loro interessi...».
Vuole dire che il voto sull’Afghanistan tradirebbe una vita da pacifista, e di donna impegnata sulle cause umanitarie?
«L’operazione era partita sotto l’egida dell’Onu. Ma ora è sotto l’ombrello della Nato. E non è la stessa cosa. Io capisco che il nostro governo non possa uscire in un quarto d’ora dall’Afghanistan però, per quanto ci sforziamo quella è una guerra. Spero che D’Alema possa nel futuro ripensare alla missione. Ed è in questa speranza di futuro che voto sì... Però...».

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venerdì, 02 marzo 2007

De Gregorio: «Appoggia il governo perché hanno confermato la signora Spitz al Demanio».

Casini: parole vergognose

di Roberto Cotroneo, da L'Unità del 2 marzo 2007

LE VENTUNO erano passate da qualche minuto quando l'altra sera Marco Follini si è alzato dal suo seggio. Ha raccolto le carte con cura. E si è avviato verso l'uscita di Palazzo Madama evitando ogni contatto con i giornalisti. Aveva una cena di amici. Ha spento il telefonino e lo ha tenuto spento per più di un'ora. Sapeva quello che lo aspettava? Chi gli ha parlato sostiene che era pronto a tutto, tranne che a farselo riferire subito, dopo quel voto e quel discorso. Come avesse bisogno di una camera di compensazione, di un momento di vuoto che lo lasciasse un po' in pace. Certo, non deve essere stata una cena di quelle rilassate.
Quando riaccende il telefonino sono le 22.30 e gli arriva subito la notizia dell'attacco di Feltri e di "Libero", con un titolo di prima pagina e la sua fotografia: "Colpa di questo qui". Qualcosa che equivale, all'incirca a un "Wanted", con un "filosofico" fondo di Gianluigi Paragone, che a un certo punto dice: "Consiglio all'Udc di regalare un barattolo di vaselina come gadget elettorale: la gente potrebbe non capire".
Un paio d'ore insomma e arrivano gli attacchi. Lui dice che se li immaginava, perché non è un ingenuo e in politica ci sta da tempo. Ma il tipo di attacco che gli fa "Libero" non può non innervosirlo.

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giovedì, 01 marzo 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'Unità del 1 marzo 2007

IL GIORNO DI MARCO FOLLINI è arrivato con qualche nuvola di pioggia, sotto un cielo incerto, come incerta era la giornata del governo Prodi, oggi. Ma dall’aula del Senato non si capisce che tempo faccia fuori. E siccome Follini non si è mai mosso dal suo posto per quasi tutto il giorno, non poteva immaginare se fuori ci fosse il diluvio o se fosse spuntato il sole. Anche metaforicamente, s'intende. Se pioveva oppure no, faceva poco importanza, quello che contava erano quei cinque fogli scritti di discorso che per tutta la giornata non ha neppure riguardato, neanche per correggere qualche virgola, o qualche termine. Ha evitato i cronisti che lo avrebbero subissato di domande, è rimasto seduto, là in alto, nell'ultima fila dell'aula a braccia conserte: camicia blu, l'orologio che spunta dal polsino e pochi movimenti; giusto per prendere il telefono e scambiare qualche parola in fretta.
Sarebbe stato bello capire cosa avesse in mente. Certo, sembrava uscito da un travaglio di molti giorni, e per quanto non avesse un'aria serena, non si sottraeva ai senatori, soprattutto quelli dell'Udc che andavano verso di lui, gli sedevano accanto e scambiavano qualche parola. Lui restituiva qualche sorriso, ma senza perdere una compostezza che doveva essersi dato fin dall'inizio, come una disciplina da cui era impossibile derogare.

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giovedì, 01 marzo 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'Unità del 28 febbraio 2007

Turigliatto, Rossi e Pallaro: una giornata in Senato
con i «voti in bilico». Appartati, silenziosi, evitati

La giornata dei tre moschettieri, degli uomini a cui è affidato il destino del governo Prodi, è iniziata in sordina. Luigi Pallaro è arrivato tardi. Ferdinando Rossi prima del solito e si è subito infilato in aula. Franco Turigliatto è entrato in Senato alle 15.30, già in netto anticipo all’appuntamento per il discorso che avrebbe tenuto in aula alle 17.00 in punto. Presto per l’aula, certo, ma puntuale per l’appuntamento con i cronisti che vedevano solo e soltanto lui, e lo fermavano a ogni passo. Al punto che dopo un’ora di parole, di interviste, di ragionamenti, e di riprese televisive era costretto con qualche imbarazzo a dire. «Per favore, datemi dieci minuti, dieci minuti solo, poi torno». Dirigendosi in direzione dei bagni. E c’era da capirlo. Certo, tanta notorietà per il senatore di Rivara, provincia di Torino, era prevedibile. Ma fino a un certo punto. Lui ormai era nella parte: non la parte dell'uomo che ha contribuito con decisione a far cadere il governo, ma in quella di chi il ragionamento lo fa a monte. Di chi con ogni cronista puntualizzava che il nodo "è politico", e quando la politica è politica, la posizione personale conta quel che conta. "La guerra, la guerra, come si fa a essere a favore della guerra? La guerra produce morte, e vittime, e questo non ha molto a che fare con fiducie o sfiducie".
È una brava persona Turigliatto. Ha l'aria mite di uno che per tutta la vita ha pensato queste cose, di uno che "ha lavorato per anni per il partito". Porta una giacca grigia con le tasche un po' delabré, un paio di clark molto vissute, e un pantalone in vellutino color grigio argento che stacca un po' troppo con il resto dell'abbigliamento. La cravatta c'è, ma è lenta e decisamente storta rispetto al colletto della camicia. A guardar bene, il nodo è spostato un po' troppo a sinistra. Come la sua posizione in Senato. Si muove con una coda di colleghi che non lo molla un attimo. Neanche il caffè gli fanno prendere. Lui dice: "Le dimissioni le ho già consegnate, il giorno stesso". Ma in Senato le dimissioni non sono automatiche, vanno approvate. E non sa dire bene che cosa succederà. "Certo se vengono accolte mi succederà un compagno di Asti, un preside di scuola, un bravo compagno". Con posizioni simili alle sue? "Non credo proprio". Lasciando intendere che Rifondazione con il preside di Asti cascherebbe meglio e tirerebbe un sospiro di sollievo. Ma quello che brucia, e questo lo dice con un'amarezza che certo va compresa, è questa strana cosa dell'"allontanamento" dal partito. Formula ambigua e certo inedita, che suona quasi letteraria.

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