sabato, 23 giugno 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'UNITA'  del 17 giugno 2007

Il convitato di pietra sta lì, nella piazza. Chiuso da cancellate che sembrano invalicabili. È la basilica di san Giovanni: la basilica più importante al mondo dopo San Pietro, ovviamente. Ormai assiste alle nuove guerre, alle nuove contrapposizioni di un paese che sembra cambiato. Dove gli schieramenti si sono fatti netti, e dove poco più di un mese fa sono scesi in piazza i cattolici del Family Day, per protestare contro i Dico e affermare il ruolo della famiglia tradizionale. Ieri il convitato di pietra ha assistito a un altro spettacolo, di tenore opposto. E non solo perché era il Gay Pride, ma anche perché si trattava di un corteo gioioso e civilissimo, rispettoso e persino liberatorio. Fatto di giovani e meno giovani, gay ed eterosessuali. Fatto di musica e molta ironia, di carri allegorici certo, di qualche risvolto vagamente kitsch e provocatorio, ma soprattutto fatto da gente che si sente minacciata. E non sto parlando solo dei gay e dei loro diritti, ma sto parlando di tutti quelli che hanno la sensazione, da un po’ di tempo a questa parte, di essersi svegliati in un paese che sino a qualche tempo fa non era neanche immaginabile. Un paese che in certe cose sembra tornato indietro di quarant’anni, che si oppone ai diritti delle minoranze con manifestazioni quasi oceaniche come quella di San Giovanni del mese scorso.

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sabato, 23 giugno 2007

di  ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 15 giugno 2007

La signora dichiara al giornale: «Una settantina di persone aspettava di entrare, qualcuno mi ha riconosciuto, ha cominciato a prendersela con me perché sono una politica. Tutti si sono fomentati, uno è andato fuori di testa...».
Se scambiamo questa notizia per un increscioso, per quanto banale, fatto di cronaca ci sbagliamo, e molto. Quello che è accaduto a Roma, in un quartiere popolare di Roma come Cinecittà è un segnale, solido e indiscutibile, che sta accadendo qualcosa in questo paese. È la dimostrazione che c’è non soltanto un distacco profondo tra cittadini e politica, e tra cittadini e istituzioni, ma che questo distacco non è indifferenza, o disincanto, ma è rabbia e persino violenza. Tutti sappiamo quanto ormai l’inefficienza della nostra burocrazia sia diventata qualcosa di esasperante. Basta andare in un ufficio qualunque per pagare la tassa della nettezza urbana, o una multa, o entrare in un ufficio postale per pagare un bollettino o un conto corrente per capirlo.
Qualche giorno fa nel cuore di Roma, in un ufficio postale c’era una fila di una trentina di persone. Solo due sedie un po’ disastrate per sedersi, niente numeretti, e soprattutto niente aria condizionata. Anziani, donne, uomini in fila. Su cinque sportelli, uno solo era aperto. A un certo punto quell’unico sportello chiude, l’impiegato dice che c’è un errore del sistema e che si devono riavviare i computer. Purtroppo però questo errore di sistema è immediatamente successivo all’ingresso nell’ufficio postale di un barista con un vassoio di caffè, cappuccini e cornetti. Alle persone in fila sembra che in realtà l’errore di sistema sia una semplice pausa caffè, e cominciano a volare tutte le tipologie di insulti. Da «è una vergogna», «ladri», «nullafacenti», a «governo ladro», e «tutta colpa della politica». Ma non succede nulla, nessuno risponde, o ribatte. Da dietro il vetro blindato sembra che le voci dei cittadini non possano arrivare.

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sabato, 23 giugno 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'Unità del 19 giugno 2007

In questi giorni quotidiani e periodici, hanno riportato la notizia che il leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini si sta separando dalla moglie Daniela Di Sotto. Dopo molti anni di matrimonio e con una figlia grande. I giornali lo hanno fatto con grande civiltà, come è giusto, e con la discrezione che ci vuole nel momento in cui si tratta un argomento come questo. Ma è d'altronde inevitabile che un leader politico, un uomo pubblico, non possa tenere riservata una separazione dalla moglie. Al punto che non si tratta di un gossip, o di un chiacchiericcio, ma sono stati proprio Gianfranco Fini e la moglie, ad autorizzare il comune avvocato (e amico) Giulia Bongiorno, a confermare la notizia. Senza altro di più ovviamente. Massimo rispetto per una vicenda che comunque sia è dolorosa e massimo rispetto della privacy del leader di An in questo caso.
Ma sul versante politico, la separazione di Fini, si aggiunge a una lista di separazioni e di divorzi che ha interessato altri leader dello schieramento di centro destra. Silvio Berlusconi è divorziato dalla prima moglie, e poi risposato con Veronica Lario. Lo stesso vale per il leader Udc Pier Ferdinando Casini, che è separato e convive con Azzurra Caltagirone, divorziato e risposato è anche Umberto Bossi. Anche nel centro sinistra sono molti quelli che vivono "di fatto", che sono a un secondo matrimonio, o sono divorziati. Solo che le battaglie sull'integrità della famiglia sono tutte del centro destra. Ed è da lì che vengono gli strali maggiori contro chi vorrebbe delle legislazioni più giuste e più moderne.
Forse partendo anche da questa notizia, dalla separazione di Gianfranco Fini, si dovrebbe approfittare a destra per riflettere un po' di più sulle posizioni che ha tenuto lo schieramento di opposizione fino ad oggi. E capire che certe battaglie ipocritamente tradizionaliste sono superate, antiche e persino fuori luogo. Problemi di questo tipo, e non è certo una novità, sono trasversali. Riguardano tutti. Una maggiore apertura mentale, e un po' di demagogia in meno, evitando di mettere i vessilli sui vari Family Day, farebbe bene anche a destra. E sarebbe un indice di civiltà e di realismo per questo paese.
Roberto Cotroneo

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giovedì, 14 giugno 2007

Del mangiar bambini
di Umberto Eco

Sono seduto in treno leggendo il giornale quando un signore vicino attacca discorso: "Ma ha letto in che tempi viviamo? Avrà ben letto oggi, quello che ha ucciso la moglie incinta. E quei due che qualche mese fa hanno massacrato la famiglia dei vicini solo perché tenevano la radio un poco alta? E la prostituta romena che infila un ombrello nell'occhio di una ragazza per un litigio da nulla? E quante madri negli ultimi tempi non hanno ucciso i figli? E quello che ha ammazzato la figlia (neanche a dirlo, extracomunitario e musulmano per giunta) per impedirle di sposare un cristiano? E andando un poco indietro, la ragazza di Novi che ha massacrato madre e fratellino piccolo? E quelli che hanno rapito il bambino del vicino e poi l'hanno ammazzato perché piangeva? Ma che cosa sta succedendo?".

Io gli faccio osservare che evidentemente non sa tutto. Se avesse letto con attenzione quello che ho letto io (magari su Internet) si renderebbe conto che la lista non si ferma lì. Ha letto quella storia di Piacenza? Per ingraziarsi chi doveva assicurargli il successo della sua impresa, un tale Mennini gli consegna la figlia, sapendo benissimo che quello non ha scrupoli e ne farà scempio, poi se ne parte tranquillo come un papa per il suo viaggio di affari. Nel frattempo, siccome il marito è lontano, un gigolò di belle speranze, tale Egidi, si mette a consolare la signora Mennini, ne diventa l'amante, attacca il cappello al chiodo, e quando il Mennini ritorna dal suo viaggio lo ammazza, e con la collaborazione della signora. Danno la colpa a non si sa chi, si fanno vedere a piangere al funerale, ma il figlio Mennini mangia la foglia, torna dall'estero dove faceva il suo Erasmus, ammazza l'Egidi e poi non contento ammazza anche la madre (e tra l'altro è la sorella che cerca di salvarlo fornendo falsi indizi agli inquirenti). Che roba, che roba, sospira il signore.


E la signora Medi di Molfetta? Il marito la pianta, lei per vendicarsi, siccome sa che è attaccatissimo ai figli, glieli ammazza. "Davvero non c'è più religione, altro che tagliarsi i testicoli per fare dispetto alla moglie, questa ammazza il sangue del suo sangue per far rabbia al marito", si lamenta il mio vicino, "ma sono madri queste? Io dico che è l'influenza della televisione e di quei programmi violenti fatti dai comunisti". Incalzo. Forse il signore non ha letto la vicenda di quel Croni di Saturnia che prima, non ricordo se per ragioni di eredità o altro, taglia i testicoli a suo padre, poi - siccome non vuole figli, e con qualche ragione, visto l'esperienza che ha fatto del rapporto filiale - fa abortire la moglie e si mangia i poveri feti. Dice il signore: "Forse era affiliato a una setta satanica, magari da giovane buttava massi dai ponti dell'autostrada, e magari in paese tutti lo consideravano una persona per bene. Ma per forza, proprio sul giornale che sta leggendo lei ormai si fa l'elogio dell'aborto e del matrimonio fra travestiti.".

Guardi, gli dico, che però la maggior parte dei delitti sessuali oggi viene compiuta all'interno del nucleo famigliare. Avrà pure sentito di quel Lai di Battipaglia, che viene ucciso da suo figlio, poi il figlio si mette con la madre sino a che questa non regge più la situazione e s'ammazza. E in una cittadina a poca distanza tali fratelli Tiesti prima uccidono il loro fratellastro per ragioni d'interesse, poi uno dei due diventa l'amante della moglie dell'altro e l'altro, per vendicarsi, gli ammazza i figli, glieli fa alla griglia e glieli dà da mangiare, e quello s'ingozza col suo Big Mac senza sapere che cosa manda giù.

Gesù, Gesù, dice il mio interlocutore, ma erano italiani o extracomunitari? No, gli spiego, ho barato un poco coi nomi e coi luoghi. Erano tutti greci, e le storie non le ho lette sul giornale ma sul dizionario di mitologia. Il signor Pennini era Agamennone che sacrifica agli dei la figlia per avere successo con la spedizione di Troia, il giovane Egidi che poi lo uccide è Egisto, e la moglie fedifraga era Clitennestra, che viene poi ammazzata dal figlio Oreste. La signora Medi era Medea, il signor Croni era Cronos, per i romani Saturno, il signor Lai era il Laio ucciso da Edipo, e la moglie che commette incesto era Giocasta, e infine i fratelli Tiesti erano Tieste, che mangia i figli, e suo fratello Atreo. E questi sono i miti fondatori della nostra civiltà, mica soltanto le nozze di Cadmo e Armonia. È che allora su queste storie si scriveva una tragedia o un poema ogni tanto, mentre oggi i giornali stanno attenti a ogni fatto di sangue e ne riempiono due o tre pagine. Se calcola inoltre che oggi siamo sei miliardi mentre allora la popolazione del mondo conosciuto si limitava a qualche decina di milioni, fatte tutte le proporzioni, si ammazzavano più allora che ai giorni nostri. Almeno nella vita d'ogni giorno, guerre escluse. Ma forse Agamennone era persino peggio di Bush.


(13 giugno 2007)

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martedì, 12 giugno 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'Unità del 6 giugno 2007

Gli amici lo chiamano Giò. Giò è grassoccio, meglio, tarchiato. Ha 15 o 16 anni, non di più, porta una maglietta qualunque con una scritta che non riesco a leggere. I capelli sono corti, ha una sigaretta accesa tra le dita, e parla ad alta voce. Sono in gruppo, cinque o sei, ragazzi qualunque, nessun simbolo addosso, nessuna icona che li possa rendere diversi dai loro coetanei. Non fanno niente di che, stanno in un parchetto, con il bar all’interno, di una zona medio borghese di Roma. Scherzano e si schizzano l’acqua della fontanella. A un certo punto sento che Giò dice, come moto di protesta perché è stato bagnato troppo dall’acqua, come esclamazione: «ma sei un ebreo di m... ». Alzo gli occhi. Li guardo attentamente. E loro continuano: «ma ebreo sarai tu... ». Il colloquio, di questo tipo prosegue per un minuto o due. In quei due minuti cerco di fotografarli il più attentamente possibile. Cerco le croci celtiche appese al collo. Neanche una. Cerco altri segni, tatuaggi particolari, qualcosa che indichi una qualunque appartenenza politica. Nessuno. Li guardo bene in faccia, ragazzini normali che hanno imparato a usare come insulto la parola ebreo.

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martedì, 12 giugno 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'Unità del 1 giugno 2007

Qualcuno dirà che è un segno dei tempi. Altri, forse, commenteranno che è un altro segnale chiaro di un’Italia che cambia e che sta cambiando. Certo, fa impressione che la famiglia Agnelli per la prima volta nella sua storia renda esplicito, chiaro, e soprattutto pubblico, un dissidio interno, una incomprensione, o se vogliamo dirla tutta, un vero e proprio braccio di ferro. Si tratta di Margherita Agnelli, classe 1955, secondogenita di Marella Caracciolo e di Gianni Agnelli, sorella dello scomparso Edoardo, prima moglie dello scrittore Alain Elkann, da cui ha avuto tre figli e due nipoti, e in seconde nozze sposata con Serge de Pahlen, da cui ha avuto altri cinque figli e una nipote. Margherita si è rivolta a uno studio legale e ha citato in giudizio tre signori importanti, autorevoli e soprattutto potenti: Franzo Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Siegfrid Maron. Motivo? Il più semplice immaginabile: non aver risposto alle ripetute richieste di avere «un chiaro e completo rendiconto» di tutti i lasciti del padre Gianni.
La citazione a giudizio non potrebbe essere più chiara: «è stato più volte richiesto anche per iscritto ai consulenti del senatore Agnelli, ma è stato sempre negato lasciando l’erede nell’impossibilità di determinare la consistenza complessiva del patrimonio personale dell’Avvocato».

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sabato, 02 giugno 2007

Marie gironzola nella mia casa. Esplora ogni angolo come se fosse un gatto curioso. Cerca qualcosa, insegue un odore, non lo so. Sfiora i muri come se avesse la coda. E non mi parla. Mi guarda con quegli occhi lucidi e brillanti che sembrano aspettarsi da me delle risposte che non saprei. Eppure non chiedono nulla. Attendono. E io non so comprendere. Cosa ci fa questa ragazza in casa mia? Mi piace, è di bell’aspetto, la guardo camminare come uno spirito, come una cosa inconsistente, tanto è leggera e non fa rumore. Non porta mai le scarpe, e non toglie i calzini se non per infilarsi nel letto. Nel mio letto. Con me.

 

Marie non dorme normalmente. Forse pensa che dormire è una perdita di tempo. Può restare sveglia per ore, a osservare la notte dalla finestra. Quando me ne accorgo, la ignoro, ma non smetto di spiarla finché rimane nella stanza. Il mattino presto.. ci sono giorni che posso non trovarla più. Esce e non so dove va, cosa fa, chi incontra. Ma ritorna sempre. A volte la trovo per caso e appena mi vede lei mi abbraccia, come se avesse giocato a nascondino con suo padre. E non mi parla. Non mi parla.

 

Quando le ho chiesto se le sarebbe piaciuto un vestito nuovo, si è illuminata. L’ho portata con me dal fornitore, le ho fatto scegliere la stoffa. Morbida e leggera, color rosso corallo. Poi a casa le ho fatto vedere i modelli. Ha scelto quello corto, fasciato al sottoseno, con la manica appena accennata. Le starà una meraviglia. Le piace guardarmi, mentre lavoro. Quando tocco le stoffe, delicatamente, e disegno col gesso le linee, e taglio, e passo alla macchina. Mi fissa senza attenzione, come se in quel momento fossero altri i suoi pensieri. A volte si muove intorno, col suo solito passo, e viene ad abbracciarmi, da dietro, appoggiando la testa sulla mia schiena.

 

Quando ho voglia di lei, anche lei ha voglia di me. Marie è così, è come la prendi. E io l’ho presa, un sacco di volte. E le parlo tantissimo, quando la stringo e la faccio mia. Le racconto storie di me e di lei che non esistono, ma esistono per noi. Le racconto cosa sogno di lei quando la sogno, le racconto di me che ho bisogno di lei fino a dover respirare del suo fiato, dell’aria che lei respira. Com’è possibile questo? L’amore può spingersi fino al punto di mischiare tutto, come i fiati, di non distinguere cosa sono io e cosa lei? E che significa essere uno la memoria dell’altro? Se Marie sparisse, fino a quando potrò ricordarmi di lei?

 

Credo che il mistero di due persone sia in una delle due per l'altro. Credo che il mistero sia Marie. Non mi spiego perché questa ragazza, questa donna, che amo, mi riempia le giornate, la vita. Quando sparisce, voglio ignorare il fatto che sia sparita, e aspetto il suo ritorno come qualcosa di inevitabile, come qualcosa che deve essere così e così sarà sempre. Lei va e lei torna. Ed è sempre mia, qualsiasi cosa faccia, ovunque si trovi senza di me. La sogno spesso, quando è assente. Sogno che mi uccide. E sogno che mi parla.

 

...

 

Marie è sparita. Sono mattine che non la trovo più gironzolare nella mia casa. La notte mi dice che doveva farlo perché io non potevo vivere con un fantasma. Io la imploro, sembro un bambino che vuole la mamma, ma la mamma non c’è e bere il latte dal cartoccio non è bello come succhiarlo dal suo seno.

 

Il tempo fa miracoli, e le vite sospese si affollano nella mente fino a diventare una nebbia che dissolve tutto, i corpi, i volti, le parole. Era una vita sospesa la mia. E quella di Marie. Non so ricordarmi di lei. Ogni tanto, quando sogno, vedo due occhi lucidi brillare nella notte, come quelli di un gatto che non ho mai avuto.

 

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sabato, 02 giugno 2007

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