martedì, 23 ottobre 2007
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Ricorderai.

 

E quando ti sarà imbiancato il crine

di argentee e paraboliche lune

senza temere l'onta delle rughe

ma accetterai le naturali regole

del ciclo della vita...

 

..Tu mi ricorderai lo so,

senza rancore...

Io sono quello che

Ti disse - No - ,

perché di tutto e tutti

Tu potevi avere.

 

Solo così mi guadagnai il ricordo,

il Tuo che non capisti allora

e il Mio, che resta vivo e saldo in groppa.

 

Quanta inconsapevole saggezza

In quel non dirti – Ancora

 

Il Tempo logora gli eventi che percorri

tanto che scordi il volto di tuo padre

ma i sogni sono porte sempre aperte

su mondi nuovi e strade mai tentate

 

Se avessi sufficiente fantasia

reinventerei le stelle, l’universo

 

e un mondo

dove di certo un posto troverei

per te

 

che non sei stata mia

ma ancora torni a me

che non son stato tuo

ma conto certo più di tanti altri.

 

Sono certo.

Mi ricorderai.

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sabato, 20 ottobre 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'UNITA' del 19 ottobre 2007

È come una tragica fotografia in bianco e nero la notizia che le agenzie hanno battuto alle 14 di ieri. Un operaio di Macerata si è impiccato in fabbrica perché non poteva più pagare il mutuo della casa. Lascia una moglie senza lavoro e una bimba di sei anni. È una fotografia in bianco e nero lontana nel tempo e lontana dall'immaginario di questi anni. Lontana dall'idea che il futuro sarà sempre meglio che il passato. Dall'idea che in un modo o nell'altro le cose si aggiusteranno. Lontana dall'immagine di un paese che non esiste più. Un paese che storicamente e socialmente non ha nulla a che fare con certi drammi dei paesi che sopportano un capita-lismo spietato e senza ancore di salvezza, dove si può passare da una vita agiata o dignitosa alla povertà più assoluta in un tempo brevissimo, senza che ci si possa fare qualcosa.
Un uomo si uccide perché non può pagare il mutuo. Perché non saprà più dove andare ad abitare. Quella casa è tutto quanto possiede. E non sa come andare avanti. E fino a pochi mesi fa il suo mutuo lo poteva pagare facilmente. La moglie era precaria, con il suo lavoro, diciamo così, flessibile, e la famiglia si poteva mantenere. Poi il lavoro flessibile non c’è stato più. E con un solo stipendio, uno stipendio da operaio, le cose sono peggiorate.

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mercoledì, 17 ottobre 2007

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 16 ottobre 2007

Per tutta la giornata di domenica mi sono chiesto in che mondo viviamo noi. E con il noi intendo tutti quelli che lavorano nei media. E che dovrebbero avere il polso delle cose, capire l’umore del paese. Ero preoccupato. Troppe cene in questi ultimi mesi con giornalisti, scrittori, editori, intellettuali che dichiaravano di non voler andare a votare, nonostante si considerassero da sempre di sinistra. E avessero votato alle ultime elezioni per i Ds e per la Margherita. Mi chiedevo il perché di tutta questa sfiducia, del «tanto non cambia niente», del «siamo ormai all’antipolitica». Persino del: «ha ragione Grillo». Mi dicevo, ma se queste persone che dovrebbero avere una passione in più, una comprensione maggiore dei pericoli che corriamo se non si cambiano davvero le cose, non hanno fiducia nelle primarie, figuriamoci i comuni cittadini.
Domenica c’era il sole un po’ ovunque. Metti caso che vanno tutti al mare. Ho girato in macchina in una Roma piena di traffico. Ho visto i gazebi, ho visto, e questo mi ha colpito particolarmente, molta gente anziana, anche affaticata, che in coda aspettava il proprio turno. Ho tirato un sospiro di sollievo. Alle dieci del mattino, quando ancora le proiezioni dei dati di affluenza non c’erano, ho intuito che i cittadini, in questo paese, sono migliori degli intellettuali e di molta classe dirigente. Non hanno il vizio dello snobismo. Non hanno quella cantilena del «tanto tutto è uguale» che ci siamo sentiti ripetere di continuo.
Chiamarla una festa è termine forse riduttivo e troppo leggero. Più che una festa, a guardare le persone in coda che aspettavano il loro turno, era una consapevolezza, e forse lo stupore di contare qualcosa nella costituzione di un nuovo partito. Cosa mai accaduta, non dico in Italia, ma in Europa.
Una partecipazione che vuol dire fiducia nella democrazia. E un bel monito per tutti gli scettici snob che pensano sempre di sapere tutto.

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mercoledì, 17 ottobre 2007

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 14 ottobre 2007

Credo che sia la cosa più semplice del mondo. Mi candido alla costituente del Partito democratico perché ritengo di avere delle responsabilità nei confronti delle nuove generazioni.
Perché non amo quel modo di essere intellettuali, molto italiano, che consiste nello stare in una posizione privilegiata, osservare quel che fanno gli altri, e giudicare, senza muoversi, ma con la solita ironia, e quel finto disincanto che non porta a nulla.
Mi candido non tanto per cambiare la politica, che è poco più di uno slogan, ma perché la politica sia veramente tale. Abbiamo di fronte un paese in una crisi anche culturale fortissima, che porta con sé rabbia e incertezza. Ho delle competenze in alcuni settori e posso dare un contributo. Credo che la nascita del Partito democratico sia un’occasione storica.
E abbiamo tutti il dovere di contribuire, e di lavorare per un futuro che non sia fatto di incertezza. Non tanto per noi, ma per i nostri figli. Perché possano vivere in un paese migliore di questo.

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mercoledì, 17 ottobre 2007

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' dell'11 ottobre 2007

Non c’è bisogno di scomodare Hannah Arendt per trovare la banalità del male. Forse è tutta lì, evidente, silenziosa, in quegli infissi di alluminio anodizzato che rivestono porte e finestre delle casette nuove di Rignano. In quei tavolini di plastica messi alla meglio nei tre o quattro bar della piazza principale deserta.
Nel silenzio indifferente delle case. Dove non senti una radio accesa, una musica, un qualcosa che ti faccia pensare a qualcosa di più di un «deserto di case umane», come avrebbe detto il poeta di Dino Campana. Rignano oggi, il giorno delle pubblicazione delle motivazioni della Cassazione, quelle che spiegano il perché gli arrestati dovevano e devono stare in libertà. Rignano vuota, nonostante qualcuno in giro per il paese si riesca a vedere. E se prima era periferia di Roma, luogo dove si torna a dormire dopo aver lavorato tutto il giorno nella capitale, ora è un soffio di voci basse, soprattutto straniere, di badanti rumene che siedono davanti al parco giochi della chiesa di don Henry, con i loro bambini, e che non parlano quasi l'italiano. «Don Henry? Suoni quel campanello». Un campanello di plastica consumato, di colore grigio come la porta. Don Henry, il parroco, si affaccia a stento dalle grate della finestra come da una prigione, e mi risponde, secco, che non ha niente da dire, che non vuole parlare. Una collega del Tg4, trecento metri oltre, rimane con un microfono che non sa a chi dare.

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mercoledì, 17 ottobre 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'UNITA' del 7 ottobre 2007

Scrivere un’introduzione a un’intervista con Raffaella Carrà è impresa mica facile. Si potrebbero dire moltissime cose.Showgirl, pezzo di storia importante della televisione italiana, e poi del costume italiano. Testimone e protagonista del modo in cui è cambiato questo paese da almeno 40 anni. Icona di molte generazioni di italiani e di italiane. Ballerina, cantante, conduttrice di programmi dove l’aspetto sentimentale ed emotivo era predominante. Ancora oggi nelle discoteche si sente "Comeè bello far l’amore da Trieste in giù", il "Tuca tuca" e i fagioli di "Pronto Raffaella" sono nell’immaginario degli italiani. E nell’ultimo periodo le carrambate (termine entrato nei dizionari della lingua italiana), le adozioni a distanza. Ma se sommi tutto, manca sempre qualcosa per farti un’idea precisa. Quel qualcosa che capisci la prima volta che la incontri. Ed è quella solidità, quel buon senso, quella intelligenza pratica ed entusiasta, quella cordialità misurata ma
autentica che ti spiega un successo inter-generazionale che non le è mai venuto meno. E che ti fa mettere da parte tutte le domande più prevedibili sulla sua carriera, per chiederle cosa pensa e come vede questo paese una come lei.
Raffaella, oggi, cosa sta facendo?

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domenica, 14 ottobre 2007

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 20 settembre 2007

Da giorni e giorni sembra un tornado che si è abbattuto sulla nazione. Un po’ come quegli uragani che arrivano periodicamente, e che fanno danni incalcolabili. Il tornado questa volta ha il nome di Beppe Grillo, e il dibattito che appassiona gente comune e media, politici e sociologici si può sintetizzare in questo modo: si tratta di politica o di antipolitica? In realtà più passano i giorni e più ci si accorge che il problema non è tanto questo ma è un altro. E non coinvolge soltanto Beppe Grillo, con il suo movimento, le sue esternazioni, il suo blog, e quant’altro. Ma coinvolge l’Italia intera. E la domanda è una sola: siamo un paese serio o un paese ridicolo? La tragedia è che, sicuramente, siamo un paese ridicolo. Ridicolo nei suoi scandali, spesso ridicolo nella sua politica, e nella sua antipolitica, ridicolo nel modo in cui vengono trattati gli argomenti, ridicolo nel modo in cui svaniscono dopo una settimana.Uno come Grillo, ad esempio, ma non solo lui, non può che andarci a nozze con una situazione del genere con tutto il suo sdegno contro privilegi e malcostume. Ha organizzato anche il V-Day, dove V, se arrivasse oggi il marziano a Roma di Flaiano e non capisse bene, sta per Vaffanculo. Ma inventarsi subito dopo le liste benedette da Grillo, con il bollino di qualità, è qualcosa che lascia perplessi. Ma possibile che di fronte a tutti i problemi quotidiani, di fronte a molte denunce giuste del comico genovese, si finisca al «bollino di Grillo», come quello che si mette sulle banane? In questo Grillo dovrebbe stare attento. E forse lasciare perdere i bollini blu di qualità per le liste che si presenteranno alle elezioni. Come se la politica fosse la repubblica delle Banane.

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domenica, 14 ottobre 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'UNITA' dell'11 settembre 2007

A guardar bene è un fenomeno soltanto italiano. Solo in Italia la vera opposizione alla politica, alla corruzione, o al malcostume è interpretato da attori, comici e persone dello spettacolo. E quando uso questi termini non bisogna fraintendere: non è una terminologia ironica o dispregiativa. È un dato di fatto, un elemento oggettivo. Dopo il V-Day di Beppe Grillo questa è la riflessione, e la più semplice, che si può fare. Poi molti si affrettano a chiamarla antipolitica. Ma in realtà non c’è niente di più politico del V-Day di Grillo. Forse l’antipolitica sta da un’altra parte, nel disimpegno, nell’indifferenza verso i legislatori e le istituzioni. Questa invece è una protesta unita allo sfottò, alla satira che dichiara: il re è nudo, e più che far riflettere, che è termine elegante e sviante, dovrebbe preoccupare e molto.
Ora, diciamo che non solo non è la prima volta che accade questo. Anzi: è l’ennesima volta. Dario Fo è stato il primo. Con il suo Mistero Buffo ha rivisitato e reinterpretato la figura medievale del giullare. Ovvero colui che sbeffeggiava i potenti con l’arma dello scherno, del lazzo e dell’ironia. Ma non bisogna confondersi: i giullari, nel medioevo non facevano ridere i potenti, e non stavano soltanto a corte, come vuole una leggenda inesatta. Quelli erano i buffoni di corte, che sono un’altra cosa. I giullari diffondevano notizie, raccontavano storie, avevano un rapporto forte con il loro pubblico e con la gente. In fondo erano prima di tutto dei giornalisti, satirici e irriverenti. E siccome soprattutto nel medioevo era la Chiesa a esercitare il potere più vasto e capillare, vennero additati dalle gerarchie ecclesiastiche come gente «obscaena et turpia».

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domenica, 14 ottobre 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'UNITA' del 10 settembre 2007

Era da poco passata la mezzanotte, il cielo di Roma, nuvoloso a tratti, di tanto veniva attraversato dal rombo degli elicotteri che dall’alto controllavano il flusso delle persone e la città. Il concerto di Franco Battiato previsto per quell’ora al Campidoglio era iniziato, e la sua voce arrivava fino a piazza Venezia. Da piazza Venezia, dal centro della piazza, se guardavi dritto davanti a te per quella lunga dorsale che si chiama via del Corso, vedevi qualcosa di incredibile, un mare, vero e proprio, di persone che occupava l’intera via, a perdita d’occhio. Sembrava la scena di un kolossal americano, di quelli dove ci si può permettere migliaia e migliaia di comparse. Solo che quelli che camminavano per via del Corso non erano comparse. Erano soprattutto giovani, allegri, composti, felici di vivere la città per una notte in una sorta di happening gigantesco. Pronti a curiosare ovunque, senza volersi dare una meta precisa.LA NOTTE BIANCA di quest'anno non poteva andare meglio. Sembrava tutto perfetto. Pochi interventi delle forze dell'ordine, di scarsa gravità. Gli autobus potenziati passavano veramente. Gli spettacoli erano belli e i musei erano aperti. Come aperti erano molti palazzi pubblici. E soprattutto c'erano due milioni e mezzo di persone riversate soprattutto nel centro storico che non hanno generato problemi di traffico, ingorghi, e situazioni critiche.

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domenica, 14 ottobre 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'UNITA' del 4 settembre 2007

Meglio essere irritati o soltanto pacamente delusi? Meglio tutte e due le cose. Perché prima o poi, e credo che ora sia arrivato il momento, bisogna dirlo a chiare lettere. In questo Paese dove la scuola è un disastro, dove si legge troppo poco, la cultura letteraria ha perso in autorevolezza e importanza, e soprattutto negli ultimi anni, il mondo letterario è diventato un circo incomprensibile stanco e ripetitivo, vecchio e francamente sconsolante.
Ma cosa è accaduto? Partiamo dal premio Campiello. L’altra sera, con Bruno Vespa a presentare, è stato attribuito il premio Campiello. I soliti cinque finalisti, selezionati da una giuria di critici (e nemmeno tutti sono dei lettori competenenti, ma pazienza) ha dato il premio a un’autrice dell’Einaudi, Mariolina Venezia. E ha piazzato al quinto posto, con una ventina di voti su 300, lo scrittore Carlo Fruttero. Già il risultato fa effetto. Come è possibile che uno come Fruttero, che è entrato di diritto nella storia della letteratura italiana, possa essere votato da poco più di venti giurati popolari su trecento? C’è solo una risposta: è una giuria popolare di gente che ha una grezzissima dimestichezza con la letteratura. Scelta con criteri perlomeno discutibili.

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