lunedì, 12 novembre 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'Unità del 12 novembre 2007

Lo sapevamo che era un vulcano attivo. E che prima o poi sarebbe accaduto. Lo sappiamo da anni: basta passeggiare per le città e leggere le scritte sui muri. «Poliziotti assassini», «Morte alla polizia». Sapevamo da tempo che ormai le tifoserie tendono a non scontrarsi più tra loro, ma che è tutta una tensione tra tifoserie e forze dell’ordine. Sappiamo quanto sia difficile tenere un clima di normalità tra forze dell’ordine e tifosi ultrà. Ma quello che è accaduto ieri è stato qualcosa che rischia di diventare una miccia incontrollabile. Sappiamo quanto le tensioni sociali, il disagio, l’emarginazione e la sottocultura siano elementi che si sono trasferiti dalla piazza allo stadio e alle vie attorno allo stadio. Sappiamo che ogni domenica, ogni volta che si gioca in tutti gli stadi italiani, il Paese entra in un’emergenza che dire difficile è poco. Ogni domenica che c’è il campionato i treni sono presidiati, gli autogrill terreni di scontro, i quartieri che confinano con gli stadi diventano deserti, in una sorta di coprifuoco irreale e inquietante. Cosa sia accaduto con esattezza all’autogrill di Badia al Pino, forse lo sapremo tra giorni. Certo un poliziotto ha sparato (in aria sostiene la Questura, ma come è possibile?), certo il povero Gabriele Sandri non stava facendo nulla e stava ripartendo dalla stazione di servizio con gli amici; certo nessuno poteva sapere che quel ragazzo stava lì perché era in viaggio per San Siro, per andare a vedere la partita della sua squadra: la Lazio. Ma non basta. Non bastano i sofismi, i distinguo, la cecità di un Paese che non prende decisioni, perché «il calcio è un’altra cosa», perché «bisogna giocare», perché lo spettacolo deve continuare.

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lunedì, 12 novembre 2007

di Roberto Cotroneo, da L'Unità del 7 novembre 2007

Da oggi ci sentiamo tutti un po’ più soli. E non soltanto noi giornalisti, ma anche quelli che Enzo Biagi lo hanno seguito e letto da decenni, che lo hanno visto in televisione, che hanno letto i suoi libri. C’era qualcosa in lui che era nello stesso tempo italianissimo e straniero. Un giornalista con uno stile e con un rigore che generalmente definiamo anglosassone, e che era una sintesi di precisione, calma, ironia e lucidità, con una predisposizione sanguigna e netta a non piegarsi a niente e a nessuno. Se Biagi, fino all’editto bulgaro di Berlusconi, ha potuto occupare posti di potere, direzioni di settimanali, quotidiani e del telegiornale, vuol dire che questo è stato un paese sano e rispettoso del talento, anche quando il talento non si piegava mai ai giochi di potere, ai voleri della politica, al gioco delle poltrone, agli opportunismi.
Che strano uomo è stato Biagi da questo punto di vista. Non assomigliava a nessuno dei suoi colleghi di pari grado e lignaggio. Non aveva l’impeto di un Montanelli, la sottigliezza politica di uno Scalfari, la vis trasgressiva di un Giorgio Bocca. Non si ricorda un Biagi polemico e aggressivo in nessun dibattito, in nessuna trasmissione televisiva. Stava fermissimo, misurava le parole, ma erano sempre taglienti e illuminanti. Troppo taglienti alle volte. La sua carriera è costellata di dimissioni, e dimissioni senza clamori.

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lunedì, 12 novembre 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'Unità del 9 novembre 2007

Ma che città è diventata Roma? La grande capitale che nei decenni ha accolto immigrazioni di ogni tipo. Oppure sta cambiando? La tollerante città che ha convissuto con le borgate e le periferie, trasformandole in argomenti e luoghi persino letterari e cinematografici, oppure una nuova città, tesa e con problemi di ordine pubblico e di sicurezza, come vuole la destra? Dopo la tragedia della donna assassinata sono in molti a chiedersi che luogo sia mai diventato. E forse sono anche troppi quelli che cominciano a dipingere la città del Vaticano e della Politica come un punto nevralgico, e in negativo, di tutte le contraddizioni dell’era globale.
Ma forse così non è, anche se l'emotività incontrollabile può generare fantasmi ed equivoci. Forse in fondo Roma non è molto cambiata dai tempi in cui Pier Paolo Pasolini girava Accattone e frequentava le borgate, o Ettore Scola firmava uno dei suoi film più celebri: Brutti, sporchi e cattivi.
Era il 1976, e il grande regista scrisse la sceneggiatura per un film interamente ambientato in una baraccopoli, a due passi dal Vaticano. La storia di un patriarca pugliese, impersonato da Nino Manfredi, immigrato in una borgata romana, che per far dispetto alla sua tribù familiare, si porta a casa una prostituta grassa e brutta imponendo la sua presenza agli altri della famiglia, moglie compresa, che cercano di avvelenarlo nella speranza di mettere le mani su un milione che lui ha ottenuto come indennizzo per un occhio perso.

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lunedì, 12 novembre 2007

di ROBERTO COTRONEO, da L'Unità del 26 ottobre 2007

Fino a poco tempo ci si chiedeva: chi ha paura di Beppe Grillo? Il blog che arriva fino a 30mila accessi al giorno, il j’accuse quotidiano contro la classe politica, il difensore contro i poteri forti, e per ultimo l’uomo del vaffa day, della giornata del dileggio, del momento del giudizio universale di un Paese che avrebbe dovuto abbracciare l’antipolitica come unica e più efficace forma di sopravvivenza ancora praticabile e possibile. Ma è passato poco più di un mese da quella che sembrava un’ondata, o peggio, un terremoto politico, e di Grillo non si sente quasi più parlare. La politica lo ha espulso, persino quei pochi politici che gli avevano dimostrato una blanda simpatia ora lo ignorano. E il popolo di Grillo, pronto a ridere e ad arrabbiarsi, se n’è tornato a casa, a fine spettacolo, dimenticando abbastanza presto tutto quello che aveva condiviso, e su cui aveva ridacchiato.

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