di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 31 marzo 2008
Talvolta è dalle strade in cui si abita che capisci dei mondi. E che capisci una certa Italia. È da quelle vie, e poi da quelle case che si affacciano su quelle vie che hai le sensazione di un Paese che lentamente perde di identità, diventa qualcosa d’altro, e persino rischia di imbarbarirsi. Paolo Sylos Labini, economista, saggista, ma soprattutto appassionato testimone della civiltà di un Paese, scomparso nel dicembre del 2005, abitava in via Capodistria, a Roma. È una via stretta, di belle case degli anni Venti e Trenta, che si affaccia su via Nomentana e, dall’altra parte, su un dedalo di strade che trasformano quel quartiere in qualcosa di più di un quartiere residenziale. In una sorta di isola civile, discreta. Attorno case e abitazioni di professori e intellettuali come lui. Pochi negozi, qualche piccolo bar. Se torno a quel ricordo è perché negli ultimi tempi mi sono chiesto cosa avrebbe potuto dirci un uomo come lui di questa campagna elettorale, ma soprattutto di una prospettiva a cui non riusciamo proprio ad abituarci: l’idea che torni a governare Berlusconi, con le schiere leghiste, con quelli di An, e forse persino con l’estrema destra. Perché per ora i sondaggi, per quanto in progress, e sempre più ottimistici per la sinistra, dicono ancora questo.
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