mercoledì, 28 maggio 2008

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 22 maggio 2008

Tutte le felicità si rassomigliano, ma ogni disgrazia ha un modo tutto suo per rivelarsi. Il delitto di Cogne è una disgrazia che non ha eguali nella storia delle cronache giudiziarie di questi anni. È qualcosa che va oltre ogni lettura normale e tragica dell'evento. È un romanzo di Simenon, ma di quei romanzi dove il grande scrittore dà il meglio di sé: nel racconto della disgrazia, nella capacità di entrare, fino in fondo, tra le pieghe dell'ambiguità, della malattia, dell'orrore. Persino i media, che hanno rovistato, cercato, amplificato, e spesso persino influenzato le indagini, alla fine non sono riusciti ad allontanare il caso Cogne dalla coscienza di un paese. E non sono riusciti a fare di quel dubbio, che ormai, dal punto di vista processuale è divenuto certezza, un elemento di dibattito, un’occasione per discutere su innocenza e colpevolezza. Come si faceva con i grandi e i vecchi delitti di un tempo, orribili, certo, drammatici, sconvolgenti, però mai quanto questo.

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domenica, 18 maggio 2008

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 17 maggio 2008

Esiste una grammatica della democrazia e della libertà? Può un presidente della Camera dire a un deputato della Repubblica: «Onorevole Di Pietro, lei non è nuovo di quest’aula e sa bene che è abbastanza naturale, seppur nei limiti, che ci siano interruzioni o brusii di protesta... ovviamente dipende anche da quel che si dice». E può un presidente della Camera affermare che: «L’aggressione dei naziskin veronesi e la violenza dei centri sociali torinesi sono due fenomeni che non possono essere paragonati».
E se dietro l’aggressione di Verona non c’è alcun “riferimento ideologico”, a Torino le frange della sinistra radicale «cercano in qualche modo di giustificare con la politica antisionista».
E può lo stesso presidente della Camera affermare, nel suo discorso di insediamento, che: «La minaccia non viene di certo dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso, che sono ormai sepolte con il Novecento che le ha generate. I rischi per la nostra libertà sono oggi di tutt’altra natura. L’insidia maggiore viene dal diffuso e crescente relativismo culturale, dalla errata convinzione che libertà significhi assoluta pienezza di diritti e pressoché totale assenza di doveri e finanche di regole. La libertà è minacciata nello stesso momento in cui - come sta avvenendo per alcune questioni - nel suo nome si teorizza una presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è».
E se questo presidente della Camera si chiama Gianfranco Fini, cosa vuol dire mettere insieme una sorta di relativismo democratico di questo tenore in pochissimi giorni?

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domenica, 18 maggio 2008

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 15 maggio 2008

Dire che il ragionamento è complesso questa volta non è un luogo comune. Ma è necessario. Questo non significa che la complessità è un modo oscuro di affrontare i nodi e i significati di quanto è accaduto alla Camera ieri, ma significa che bisogna guardare un po’ più in là e porsi delle domande. Procediamo con logica. Ieri c’è stato il dibattito per il voto di fiducia alla Camera. Il presidente del Consiglio Berlusconi ha tenuto un lungo discorso, decisamente inedito, diverso e persino sorprendente rispetto al passato. Sembrava più che un discorso, un armistizio. Dialogo, riforme, e voglia di cambiare, inserito in un contesto rilassato e persino ironico. Tutti hanno ascoltato il «se po’ ffa», con cui ha concluso il discorso, e devo dire che in molti, senza togliersi dalla testa che Berlusconi rimane un uomo con un enorme conflitto di interessi, devono aver pensato che in qualche modo le cose potrebbero cambiare, che quel clima invenelito che tutti conosciamo può trasformarsi in un clima responsabile e di collaborazione. Le tappe di tutto questo erano già visibili dopo il voto. E nei giorni scorsi c’era stato il riconoscimento da parte di Berlusconi del Governo ombra del Partito Democratico, e l’annuncio della telefonata di Berlusconi a Veltroni per incontrarsi dopo la fiducia.

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giovedì, 08 maggio 2008

di ROBERTO COTRONEO da LUNITA'  del 7 maggio 2008

Alla fine sempre in tondo ci tocca girare. Dal paese dei girotondi al paese delle ronde. Va detto, erano meglio i girotondi, almeno c’era un po’ di piacere gioioso in quelle catene di mani che si tenevano assieme. Ora con le ronde il vento di destra soffia come non mai. Cittadini volenterosi, cittadini seri, cittadini emotivi, cittadini di An, e cittadini persino del Partito Democratico, e poi cittadini che diventano City Angels. Tutti in strada, disarmati, è ovvio, a difenderci dalle aggressioni, dai pericoli della strada. Gente che controlla che tutto sia a posto, e che utilizza taccuino e macchina fotografica, oltre naturalmente al cellulare. Loro ci sono, le forze dell’ordine anche, quattro occhi sono meglio di due. Ma il clima comincia a suonare drammatico, persino grottesco: «Ci puoi riconoscere dal basco o berretto blu», dice il sito dei City Angels, «simbolo delle forze Onu portatrici di pace, e dalla giubba o maglietta rossa con sopra il nostro logo, un’aquila che protegge la città».

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lunedì, 05 maggio 2008

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 5 maggio 2008

Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della sera" indicava un elemento tra i motivi della sconfitta della sinistra: il fatto che il partito democratico sia "lontano dalle masse e vicino ai salotti". Galli della Loggia non è l’unico ad affermare questo; nei giorni scorsi tutti i commentatori, anche i più sofisticati, dopo aver fatto analisi del voto attente e puntuali, aver controllato seggi e tessuti sociali, centro e periferie, alla fine questa frasona, diciamo così, l’hanno tirata fuori. Come un dato incontrovertibile, come un fatto che si spiega da sé. I salotti. La sinistra va nei salotti e non si occupa del popolo, delle masse e dei poveretti. E i salotti, a furia di frequentarli, si finisce che un po’ anche ti rimbambiscono. Perché sono come corti di Bisanzio: molli, tentatori, ambigui, zeppi di intellettuali che si trascinano da un divano all’altro, mangiando la solita tartina, quel "Gauche Caviar", quel "Toskaner Fraktion" che alla sinistra non fa bene. E certo poi che in realtà cosa vai a lamentarti dopo. Se sei abituato a frequentare solo intellettuali raffinati, a fare il cicisbeo tra una terrazza al Pantheon e una a piazza san Babila, passando per qualche giardino sul mare di Capalbio, poi è ovvio che vincono quegli altri. Che invece loro non fanno salotto, neanche sulle sedie provano a poggiarsi. Nel centro destra bevono solo Tavernello: sono veri, popolari, conoscono tutte le strade nome per nome delle periferie delle grandi città, peggio di un Tom Tom, che sanno che cosa è la gente, quella vera. Non sono dei ricchi camuffatti da intellettuali di sinistra.

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giovedì, 01 maggio 2008

di ROBERTO COTRONEO da L'UNITA' del 1 maggio 2008

Ma come è? Gianni Alemanno ora è diventato un intellettuale alla Roland Barthes, un politico di razza, un lavoratore instancabile, quello che sorprenderà tutti, il sindaco di tutti i romani. Ma anche un uomo di statura internazionale. Basta leggere i giornali per capirlo. In meno di 24 ore si è attuata la solita rivoluzione all’italiana. Con tanto di carri del vincitore su cui saltare. In 24 ore l’incenso che non era stato usato per Berlusconi, quello rimasto ancora, è stato bruciato per Alemanno.Che non è diventato, ovviamente, niente di più e niente di meno di quello che è sempre stato. Una persona seria, molto di destra, di una destra sociale che ha sempre guardato con attenzione e rispetto ai ceti più disagiati. Ma ormai su Alemanno si è aperta una gara a chi se la inventa più grossa.

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