venerdì, 22 maggio 2009

di Roberto Cotroneo da L'Unità on line del 22 maggio 2009

Si può non prendere sul serio il capo del Governo, nonché leader del più forte partito all'interno del Parlamento? Possiamo continuare a dire che è un gaffeur, che è uno che parla senza pensarci troppo, che dice cose che sono non lontanissime dal mondo, ma appartengono addirittura a un universo differente, che neppure conosciamo? Possiamo continuare a parlare di Berlusconi come di un fenomeno impolitico, antipolitico, che la società mediatizzata delle sue televisioni ha trasformato in un leader? E possiamo continuare a pensare che in fondo se lui dice certe cose vuol dire che il suo elettorato le sente, o addirittura che lui lo sente in anticipo il suo elettorato? E possiamo dire che alla fine se quel suo elettorato lo vota, nonostante Veronica, Noemi, Mills, gli attacchi alla magistratura, e tutto quanto il resto, forse ha ragione lui a dirle anche se a noi ci fanno orrore? In sostanza: è mai possibile che dobbiamo in un verso o nell'altro - sia che diciamo che dal punto di vista istituzionale è completamente fuori dagli schemi tollerabili, sia che diciamo che c'è in lui un modo di fiutare il paese che non ha nessun altro - continuare a trattare Berlusconi come qualcuno che una ragione, anche sbagliata, ce l'ha sempre?

Quello che Berlusconi ha detto ieri al Meeting di Confindustria, sul Parlamento "pletorico e inutile" da ridurre a 100 deputati, davanti alla terza carica dello Stato, Gianfranco Fini, ha qualcosa di grottesco. Nessuno discute la riduzione di deputati e senatori, e questa fu una delle prime proposte di Walter Veltroni quando arrivò alla guida del Partito Democratico, ma le parole di Berlusconi ricordano altro. Lo so, è troppo facile dirlo, come so bene che i periodi storici sono diversi, che è passato quasi un secolo, e che non bisogna generalizzare e semplificare. Certo, l'aula "sorda e grigia" di mussoliniana memoria, ti torna alla mente come un pericolo sottile. E capisci quanto il parlamentarismo sia estraneo all'idea di democrazia che ha Berlusconi. Che non ha mai smesso di pensare che sono i suoi fedeli telespettatori, prima ancora che elettori, a dettare l'agenda della politica, e a stabilire il clima del paese. Non c'è da scherzare su questo. Fini ha reagito bene: "Il Parlamento è un interlocutore ineludibile, qualificato e impegnato così come è percepito dalla società all'interno delle nostre istituzioni". Ma un brivido corre tra tutti noi, che mai avremmo immaginato un attacco di questo livello. E un disprezzo così clamoroso, altro che semplice battuta come ha detto qualcuno.

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giovedì, 21 maggio 2009

di Roberto Cotroneo da L'Unità on line del 20 maggio 2009

Un'analisi condotta dalla società di consulenza strategica Scs Consulting su dati Ispesl e Istat ha stabilito che il 41 per cento degli italiani soffre di sindrome da stress da lavoro. Il 41 per cento è una percentuale molto alta rispetto al resto d'Europa, se si pensa che gli inglesi sono al 27 per cento del totale della forza lavoro, i tedeschi al 25 per cento, i francesi al 24 per cento, e la media europea, è del 22 per cento. Dunque lo stress da lavoro colpisce gli italiani due volte il resto d'Europa. Curioso. Per anni ci siamo ripetuti che i ritmi di lavoro italiani erano più da paese del Mediterraneo rispetto a certi efficientismi del nord Europa. Per anni ci siamo vantati di una qualità della vita lavorativa diversa e più umana rispetto a paesi come la Germania, la Gran Bretagna o la Francia. E invece ecco che si scopre che le cose non stanno in questo modo. Cosa è accaduto?
Si può scherzare su questo dettaglio, pensare che molti stress, dalle nostre parti, possono essere strumentali, visto che uno degli indicatori del disagio sono le assenze dal lavoro per motivi nervosi. Si può pensare che il dato doppio rispetto al resto d'Europa nasconda in realtà qualche furbizia e un certo lassismo. Ma a leggere bene questi dati si capiscono un paio di altre cose. La prima è che lo stress non arrivi dal lavoro in sé, ma da difficoltà esterne. Ad esempio le città con mezzi pubblici poco efficienti che costringono a faticosi spostamenti.
La seconda è molto più interessante. Secondo un dato pubblicato recentemente, fra i trenta paesi ricchi, riuniti nell'Ocse, le buste paga italiane sono al ventiduesimo o al ventitreesimo posto, sia che si consideri il lordo (cioè quanto pagano le aziende), sia che si consideri il netto (cioè quanto entra effettivamente in tasca al lavoratore). Lo stipendio netto di un italiano è i tre quarti della media dei quindici paesi della vecchia Unione Europea. Più poveri di noi sono solo i Portoghesi, i cittadini della ex Europa orientale, i turchi e i messicani. Bel colpo, mal pagati e il doppio più stressati degli altri. E a questo punto, come un tempo si diceva, la domanda è d'obbligo: come è possibile che di fronte a questo disastro nel nostro paese si continui a votare un ricco signore, dotato di immunità, che da anni promette miracoli e in realtà si arricchisce soltanto lui?

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sabato, 16 maggio 2009

di Roberto Cotroneo da L'Unità on line del 15 maggio 2009

Sì ha ragione il nostro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: troppa retorica xenofoba. Troppo cinismo nel far leva sulle debolezze della gente, su debolezze che portano a intolleranza e diffidenza, troppa disinvoltura nel puntare il dito sull’immigrazione, trasformando gli immigrati in un capro espiatorio di un governo che non è stato capace di dare risposte politiche vere ai problemi di questi mesi.Se ci pensiamo bene, lo scenario che abbiamo di fronte è tra i più sconfortanti si potessero immaginare. La crisi, che è internazionale ovviamente, da noi si accompagna alla paura, alla chiusura, a un razzismo strisciante che è un collante tremendo. Siamo soggetti alle ronde, siamo vittime da anni di un conflitto di interessi gigantesco, del premier Berlusconi, che non verrà mai risolto. Siamo ridicolizzati da tutto il mondo per certe vicende personali di Berlusconi che, al di là dei gossip inutili, e di certe cadute di stile della stampa, che a volte infierisce su vicende private e personali, rimangono pur sempre decisamente rilevanti perché sono storie che riguardano il presidente del Consiglio dei ministri. Abbiamo un partito, la Lega, che dopo un periodo di profondo appannamento politico, dopo aver fatto propaganda di ogni tipo, a cominciare dalla seccessione, dopo essersi inventata pseudoriti identitari sul Po, dopo aver rivisitato in maniera fumettistica tutta l’epopea medievale dei comuni e della Lega Lombarda, ora cavalca un disagio con cui spera di raccattare voti per le pianure del Nord. Un disagio che la politica ha il dovere di capire, ma rimanendo punto di riferimento, senza nessuna concessione al populismo. Il risultato è ben evidente. Le parole di Umberto Bossi, davanti alla frase preoccupata di Giorgio Napolitano, sono state: «Napolitano? Io ascolto la gente». Quale gente? Quella che non trova una guida politica? Quella priva di ogni cultura della tolleranza? Quella che è stata diseducata a valori civili e cristiani e pensa solo ai suoi interessi e al suo particolare? Gente che ha paura della modernità, ma soprattutto ha paura della propria inadeguatezza a capire. Gente persa nei propri limiti che condivide ciò che non sa e non capisce, povera soltanto di una pericolosa intolleranza. Gente strumentalizzata nella propria debolezza, e poi lasciata lì, quando le discriminazioni scateneranno un clima difficile nel Paese, a non saper gestire più nulla, a spaventarsi ancora di più. Accecata di particolarismi, persa e barcollante di fronte a un mondo che non capirà più.

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mercoledì, 13 maggio 2009

di Roberto Cotroneo, da L'unità on line del 12 maggio 2009

Credo che la Lega Nord rappresenti oggi il più grande pericolo culturale del nostro paese. Per diversi motivi. È un partito che fonda la maggior parte dei suoi consensi non solo pescando, ma soprattutto incoraggiando gli istinti più arcaici del nord. È un partito che incita a un razzismo per nulla strisciante e assai evidente. Non conosce la parola solidarietà. Teorizza il concetto di diversità come un pericolo, e soprattutto ha una graduatoria ben precisa sulle diversità. Parla di razza padana, che ovviamente non esiste, e in tutti questi anni ha provato a falsificare la storia in tutti i modi, per far passare questo concetto. Mobilita militanti ed elettori affinché si instauri un meccanismo di intolleranza e di esclusione per tutti coloro che non appartengono a quel piccolo mondo, e a quelle piccole patrie del tutto inventate, su cui basa il suo debole impianto ideologico. Tutto questo con atteggiamenti e comportamenti che negli anni hanno interessato molti aspetti: dall'unità d'Italia al disprezzo per il tricolore.

Non so dove porterà tutto questo, sono anni che i leghisti vengono dipinti in due modi opposti. Ci sono quelli che li considerano dei rozzi razzisti, incapaci di capire che si trovano nella contemporaneità e non nei riti finti delle ampolle del Po. E invece quelli che cercano di neutralizzare la carica eversiva del leghismo come movimento popolare, sostenendo che alla fine sono soltanto parole e niente di più, e che i leghisti, dietro la scorza razzista, brutale, e provocatoria sono dei fedeli cittadini rispettosi della Costituzione e dell'unità nazionale.

In realtà il leghismo, con il passare degli anni ha mostrato la sua parte più povera dal punto di vista culturale ed etico, più lontana dai tempi in cui stiamo vivendo e più paradossale. Rimandare in Libia, per fare l'ultimo esempio, i clandestini che cercano di arrivare in Italia è una vergogna internazionale, soprattutto perché la Libia è un paese che non ha mai firmato la convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati. È un paese su cui non abbiamo controllo sugli standard previsti per i diritti di asilo. E noi siamo un paese civile ed europeo, non un cinico luogo dove si può rimanere indifferenti a queste cose. È inutile che Calderoli, Maroni e Bossi esultino perché ne abbiamo rimandati indietro 240, e tra loro molte donne e bambini. È una vergogna che nessun paese degno di questo nome può permettersi.
Laura Boldrini, portavoce dell'Unhcr, l'Agenzia Onu per i rifugiati ha detto: "Respingere in Libia gli immigrati entra in rotta di collisione con il diritto di asilo, così come è regolato da leggi nazionali, europee e internazionali. Esiste infatti il principio del non respingimento nel caso di gente bisognosa di protezione". E in Libia, lo sappiamo assai bene, non sono protetti. Quanto dovremo osservare in silenzio una violazione così grave? Ma il nodo è sempre quello: non vogliamo un'Italia multietnica. Questo dicono tutti i leader del centro destra. Dimenticando, o forse no, che il mescolarsi delle razze, il divieto dei matrimoni misti, il divieto persino di rapporti tra italiani ed abissine, per fare un esempio antico della fine degli anni Trenta, era ossessivo e controllato (al punto che dopo il 1938 la celebre canzone "Faccetta nera", inno del fascismo, fu bandita dalle radio italiane).
L'ossessione del mescolamento, dell'inquinamento culturale e razziale è sempre stata, ed è ancora, una prerogativa dei regimi autoritari e totalitari. Poveri di cultura e arretrati. E la Lega è questo, arretratezza e razzismo strisciante, che non va sottovalutato né ridicolizzato, ma va preso assolutamente sul serio.

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