sabato, 14 ottobre 2006

North Earl Street è una strada pedonale. Capita di camminarci perché magari senti una musica, Dublino è popolata di musicisti di strada. Oppure semplicemente perché stai andando da un’altra parte, vedi che è pedonale e ti infili. E di colpo ti trovi faccia a faccia con Joyce. E scopri che è proprio come l’hai sempre immaginato.
Ogni tanto penso a lui. Dinoccolato, appoggiato al bastone e a suo modo sorridente. Talvolta lo voglio credere vivo, il mio Joyce di North Earl Street. Perché poi in fondo tutto a Dublino parla di lui: persino il cappello a cilindro di O’Connell. Solo che lui non c’è. O almeno credi che non ci sia fino a quando, in un pomeriggio qualunque di un’estate qualunque, ci finisci addosso. Certe volte penso che lui se stia lì ad ascoltare. Quando voglio sentire cosa ha da dire apro un suo libro e leggo:

 Lean out of the window,
Goldenhair,
I heard you singing
A merry hair.

My book was closed;
I read no more,
Watching the firedance
On the floor.

I have left my book,
I have left my room,
For I heard you singing
Throgh the gloom.

Singing and singing
A merry air,
Lean out of the window,
Goldenair.

postato da: NyFrigg alle ore 19:10 | Permalink | commenti (6)
categoria:libri, il primo incontro
lunedì, 15 maggio 2006

Finlander

"Non ho mai visto nessuno mangiare un panino con forchetta e coltello" - gli sussurrai al nostro primo incontro, sorridendo al pensiero di essere continuamente beffeggiata per il mio modo di mangiare la pizza. Ma quello era un panino, porca miseria, un panino, ripieno di roba che schizzava ovunque non appena tentava di affondarci il coltello. Non ha battuto ciglio, semplicemente alzato lo sguardo e sorriso divertito. Ha fissato i miei occhi per qualche interminabile secondo, ed il mio rossore deve avergli rivelato quanto poco sia sfacciata come sembro. "Che tipo, deve essere odioso, e così tremendamente affascinante" - pensai. Ero seduta al suo fianco, mentre mangiavo le mie patatine fritte pasticciando con la maionese. Così buffo e così banale era tutto ciò, ed ancor di più quando ha insinuato di aver giurato che mi sarei leccata le dita. "Ma guarda questo"- pensavo - nella mia presunzione di essere l'unica a poter provocare. Fatto sta che i nostri sguardi si sono cercati a lungo e per molte volte, ci siamo ritrovati fuori al locale ogni volta che l'indomabile voglia di fumare una sigaretta ci spingeva ad allontanarci dagli altri. Poche parole e lunghi, lunghi meravigliosi silenzi, improvvise e tenere carezze, intensi abbracci colmi di desiderio. Siamo finiti a baciarci per un tempo troppo lungo da poter essere sembrato così breve, l'oscurità del mare di notte era dominata dallo struggente spettacolo del riflesso della luna, le sue parole scivolavano sul mio corpo come le sue dita lungo le corde di una chitarra. "Sono un musicista - mi dice - scrivo canzoni d'amore, ho bisogno di ubriacarmi di tutto quello che stai vivendo". Mi avrebbe usato, lo so, mi avrebbe usato e poi avrebbe scritto canzoni, e poi le avrebbe suonate sulla mia pelle, intrecciando i miei riccioli neri e la mia anima, cantandomi in quel pugno chiuso sul suo petto, pubblicizzando i suoi occhi lucidi di passione. E con quelle canzoni e quella sua congenita malinconia avrebbe fatto innamorare qualcun'altra. Sebbene fosse stato così, non me ne importava niente anzi, ero tremendamente lusingata, volevo essere incisa nelle sue struggenti canzoni di buio, mancanze e ricerche anzi, volevo essere quella a cui solitamente ci si riferisce con quel "ma non eri tu" dell'amaro in bocca e dell'amore impossibile anzi, volevo essere quella che lo avrebbe accompagnato al prossimo concerto, quella di cui avrebbe cercato la bramosia nello sguardo ad ogni nota esile e sommessa.

E così quella sera ci siamo conosciuti, e quella notte ci siamo amati, ed ancor di più abbiamo amato la nostra libertà, la nostra spudorata onestà, il nostro essere finalmente senza scrupoli, il nostro sentirci in fondo sempre così soli. Non ho mai conosciuto niente del suo essere reale, sono settimane ormai che vivo delle sue assenze e delle mie, del nostro segreto rubarci di attimi, di improvvisi e scandalosi baci pubblici senza fiato a cui qualche amico ha cercato giustificazioni. Sono settimane che nutro di fantasia le sue mani, che accarezzo la sua fronte, che lo cerco senza cercare niente, che gli racconto senza fargli sapere niente, che mi tengo la sua mano sulla mia coscia. Sono settimane che non lo conosco e vivo della sua musica, della parole scritte quella notte. Lui è uno che si perde nella sua vita, che parte fregandosene del se arriva, lui è uno che corre in macchina e si gode il viaggio, è uno che ti dice "fidati" e tu lo fai godendoti l'ebbrezza del morirne, è uno che sale sul primo treno e viene a prenderti fregandosene dei tuoi impegni. Lui è un piacevole egoista, ed io una piacevole che se ne frega. Mai andata così d'accordo con me stessa. E a chi ancora si chiede che cos'è l'amore, posso solo rispondere che è una tentazione che non va mai consumata fino in fondo, e come tale, una meravigliosa e reale illusione

postato da: LAfricanA alle ore 18:59 | Permalink | commenti (2)
categoria:il primo incontro, molteplicità dellessere
sabato, 21 gennaio 2006

Una serata così, di quelle con fardelli di passato pesanti come macigni, di quelle che non fai capitare troppo spesso per paura di non poterne più fare a meno. Certe storie sono sempre diverse e uguali, e sempre migliori e uniche, è il tuo migliore amico che non esiste per essere stati mai amici, è il tuo migliore amico che non c'è e sa tutto di te e di quello che vivi, di te e di com'eri, di te e di quello che sei, certe serate che non capitano mai a caso, dopo pomeriggi intrisi di memoria e futuro, e riflessioni e ma e se, certe serate in cui senti che è giunta l'ora di riappropriarti della tua vita, la tua vita che hai sempre avuto per avere sempre lottato, voci da battaglia per sentirsi dire che essere pesante è sempre meglio che non vivere, che raccontare è sempre meglio che tutelare se stessi, se questo è tutelare. Sto approfittando di uno spazio che mi è stato donato, ma pensando a queste parole è l'unico luogo che mi è venuto in mente, ho approfittato di un momento di leggerezza, dopo così tanto tempo, quel tempo impegnato ad asciugare certe ferite, troppo difficili da capire anche per chi se le intesse addosso. E quando già da piccola pensi di essere grande, con madri e mogli, forti e temerarie, dopo che una vita nata dentro è volata, tutto il tempo che vuoi, e tutte le serate così che vuoi, non lasciano il tempo che trovano ma ritornano con cadenza quasi opprimente, soffocante, e alla fine c'è lui ma ci sei solo tu, come sempre, come è sempre stato pur quando cercavi che fosse diverso, ci sei tu, solo tu sulle tue spalle rigide come gesso, e non vedi una fine nè un addio, ma va bene così, poco importa, dire sì all'istante che vale una vita intera, senza rimpianti, questo importa. Addio caro amico mio, sarà quella volta dell'anno che verrà!!

Grazie per l'invito a tutti gli amicidirobertocotroneo!

postato da: LAfricanA alle ore 04:01 | Permalink | commenti (4)
categoria:il primo incontro
martedì, 12 ottobre 2004

Non era necessario stilare un tabulato con le sezioni territoriali delle proprie sensazioni perchè come sempre per un buon progetto basta assecondare le curve di livello.

… e perché mai avrei dovuto dirtelo! Dirti cosa? Lo sai no! Sguardi, emozioni, segni, carezze, sogni, insomma il millenario moto contemporaneo. Oggi mi hanno levato 10 punti dalla patente, ho sorpassato su doppia riga continua… dice che non si fa. C’è sempre qualcosa che non si fa. Ma l’hai baciata qualche volta? L’ho accarezzata ben 2 volte per 18 secondi! Però catturo sempre il suo sguardo.

…e non passa mai, questa volta più di sempre, cazzate di coca cola, esemplari di scimmie… e non si dondola più, il vento è passato. Canottiere di ormoni sulle maree incessanti di indifferenti occhi verso la paura ancestrale… questa volta non passa, il vento è pacato.

Perché mi chiedi di raccontarti? Cosa t’importa delle mie storie di taccuino. Racconto a te su di te i pensieri di questa notte a chi vorrei ci fosse per condividerli. Il silenzio si racconta con il silenzio.

Ci sono le notti per accarezzare i sogni che vorremmo, anche se poi capita il contrario resta la sensazione di averli vissuti e colmare il vuoto dell’assenza. Mi annullo alla ricerca del silenzio

Ed ogni volta è quello che  potrebbe essere l’ultimo… invece… è quello che sarà sempre il primo.

postato da: estragone alle ore 17:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:il primo incontro
giovedì, 07 ottobre 2004

PRIMO INCONTRO
di Berlicche
(avvertenza: oggi m'è presa la vena mélo)


ci siamo incontrati una mattina,
una di quelle nebbiose e umide,
una di quelle in cui una brioche fragrante e un cappuccino fumante sono un diritto irrinunciabile, un risarcimento che la vita ti deve per farsi perdonare un simile principio di giornata...specie quando la notte è stata insonne, quando la notte è stata attesa e incertezza
per una voce che sta per farsi corpo,
per una fila di parole allineate su documenti,
per una serie di impulsi luminosi che tracciavano un profilo: il tuo.
Ho capito che stavolta saresti arrivato all'appuntamento quando ho sentito quel rumore sordo scuotermi dentro...ho iniziato a fare respiri lunghi e controllati mentre radunavo forze e bagagli. ho messo in borsa qualche cosa anche per te, un piccolo regalo per darti il benvenuto e farti sentire quanto il mio desiderio di te fosse stato fin dall'inizio reale e totale.
Ho continuato a respirare mentre contavo i gradini e le pulsazioni che mi portavano via da quella casa, via dall'attesa e dalle frasi di circostanza, via dai luoghi comuni e dalle convenienze, via da ogni dubbio... dritta dritta verso il tuo richiamo.
E respiravo ancora quando a bordo del taxi controllavo l'orologio ad ogni semaforo, ad ogni macchina rossa, ad ogni passante ad ogni svolta a destra...
E respiravo a fatica quando ho quasi perso i sensi per la paura che qualcosa potesse andare male, che potessi non piacerti, che potessi non piacermi che potessimo non trovarci...e chiedevo informazioni, indicazioni e rassicurazioni ma non c'era presenza che mi bastasse, nessuno che mi tranquillizzasse...
poi il respiro si è fatto frenetico, e lo sguardo è impazzito a coprire ogni direzione, ho stretto i pugni e ho preso la rincorsa perché ti ho intravisto anche nel mezzo della mia nebbia.
Sei arrivato,
e mi hai tolto il fiato
l'ho dato tutto a te,
soffiandotelo addosso
te ne ho riempito l'anima
fino a farti scoppiare
fino a renderti paonazzo
fino a farti urlare....
coperto di sangue
sangue del mio sangue
carne della mia carne
vita della mia vita
figlio.




























postato da: antrodiberlicche alle ore 11:01 | Permalink | commenti (4)
categoria:il primo incontro
mercoledì, 06 ottobre 2004

primo incontro
di pino mercuri

Vela. Uno sguardo che si posa sul mio.
Tu sei la vela. Io sono vela e il mio sguardo senza languori, forte di abbracci si posa sul tuo.
Ecco, io vengo a te, dolce tesoro. È una follia, lo so. Eppure questa è la scelta e questo sia. Sì, io vengo a te e tu aspettami.
E guardami. E io ti guardo. E noi siamo sguardi. Sereni. Nel cielo.
Nuvole accarezzano il tuo sguardo che si posa sul mio.
E io vengo a te.
E tu vieni a me.

Eppure, mai più l’avrei immaginato!
Sotto la doccia, penso pensieri.
Lei mi aspetta.
Ora o mai più!
Che dico?
Sì, sono io che parlo:
Se non ora, quando?
Lei mi attende…
E io, che attendo?
Questo è il tempo: questo è il mio tempo, questo è tutto il tempo, quando non c’è più tempo.
Sì, vado da lei.
L’auto attende paziente sulla strada.
Dyane 6.
Così si chiama la vettura.
Buffo, scappa da ridere chiamarla vettura!...
Sgangherata quattroruote.
Ma è una bambina.
Piccina, la Dyane 6.
Piccina, la mia vettura.
Arancio il suo colore, come i fiori d’arancio che non ho.
Fa niente.
Saranno orchidee, se non ho fiori d’arancio.


Poi ricordo, ricordo…
Ricordo lo scorrere dell’acqua e il cappello sotto la doccia… un’altra doccia… la stessa doccia… sarà stato un Borsalino?
Chi può dirlo…
Era un cappello, un bel cappello, acquistato da poco… assomigliava a quello che usava mio padre da giovane.
Ricordo anche mio padre…
Bello, teneva… guardava mia madre il suo sguardo… un bell’abito… era… no, non saprei dire il tipo di lana, il tessuto, la pezza di stoffa di quell’abito…
cadeva bene, però…
molto elegante, avrei detto da bambino ogni volta davanti a quella foto…
e mia madre, anche lei un cappello simile a quello di mio padre…
nera, quasi un’abissina avrebbero detto…
beh, la foto era in bianco e nero…
ah, il cappello…giusto, il cappello… non divaghiamo, il cappello sotto la doccia…
sì, quella volta credo di avere fatto la doccia con il cappello…
anzi, più d’uno, più di un cappello…
devo averne usati due, tre… almeno…
forse quattro… sì, forse quattro cappelli per una doccia…
chissà dove ero in quel momento…
Dove ero?...
E dove ero!
Sotto la doccia, ero!
Sotto la doccia con il cappello… mi sembra chiaro, no?



Se è maschio, si chiamerà Michele.
Poi abbiamo deciso, d’accordo con lui, che il suo nome era Michelangelo.
Oggi Michelangelo ha vent’anni e suona il contrabbasso.
Cipolla è mia moglie. Ha 22 anni e una bambina di due anni e mezzo. Fa caldo al terzo piano di Villa Aprica. È luglio, 11 luglio 1984. Il sole batte forte dal tetto e dai vetri delle porte-finestra che danno sulla balconata. E da lì, il lago appare un incanto in ogni stagione. Ma oggi fa caldo. E Michele dà qualche segno di voler mettere fuori… di voler dare un’occhiata… di voler venire a vedere, decisamente venire a vedere e sentire che aria tira da queste parti. È un tipo deciso, Michele.
Spinge, insomma. Spinge, Michele, ma senza fretta…
Non dolore, Cipolla. Si appoggia allo stipite della porta e bisbiglia, tenendosi come a volerla accarezzare quella vita che porta dentro.
Cipolla è la mia Cipolla. Non è un cognome, è soltanto la mia Cipolla da sfogliare, da svelare, foglia dopo foglia… a veli sovrapposti. Cipolla è il suo modo di pettinare i… di pettinarsi, veloce davanti allo specchio… e anche senza specchio.
Cipolla, anche lei sembra una bambina…
…Sì, ventidue anni… e ha già una bambina…
…abbiamo una bambina…

chi l’avrebbe detto?

Allegra…
Si chiama Allegra la nostra bambina… due anni e mezzo, e attende a casa… dalla zia. Attende paziente, Allegra… è brava, è buona, è bella, è Allegra: due… uno sguardo… da non credere… bella e paziente… ed è sempre Allegra… ed è sempre serena… allunga lo sguardo… piccolo e sottile quello sguardo, uno sguardo che va, che va, che va, va lontano… offre qualcosa… offre alla vita e prende la vita… ed è un bacio, la nostra Allegrina… bimba Allegra…

Piccola spinta.
È Michele che spinge…
Ma noi non sappiamo, non sappiamo ancora che si chiama Michele. Michelangelo. Sì, Michelangelo soltanto se sarà maschio e noi non sappiamo… ancora… un piccolo maschietto…
…eppure, noi sembra di saperlo già che è lui, il bimbo Michele.

Ad averlo saputo prima come è fatto Michele, l’avremmo chiamato Il Bimbo Simpatia: anche se Cip aveva pensato Sebastiano, Il Bastian Contrario… e per molti, da piccolo è stato Fracassa e Burrasca… o Sfasciacarrozze… con le sue automobiline… quelle belle, avute in regalo, subito rotte per guardarci dentro e scoprire…
Una trottola, un tremuoto, un temporale, allegro e pazzerello come la pioggerellina di marzo… anzi, no… no, era… era una corsa, una corsa di corsa incontro alla vita… una corsa senza rincorsa e senza fretta… una corsa fatta di vita, vita che cresce e mi salta addosso e poi più in alto, in alto e io lo reggo, e da lassù, a cavalluccio come un cavaliere vero e lo sguardo grande come la vita… da lassù guardava il mondo, beveva la vita.

“Scendiamo”, dice Cipolla.
“Fa male? Ce la fai? Sicuro? Ti aiuto?”
“Scendiamo, è ora!”
Si scende, primo piano, mi pare. Arriva la dottoressa giovane, guarda, misura, osserva, sentenzia: “È presto, c’è tempo. Tornate di sopra.”
“No”, dice Cipolla, “restiamo qui… lassù è caldo…qui si respira.”
La dottoressa sparisce. Silenzi nel caldo. Io non mi siedo… non saprei dove… buffo, c’è poco da sedersi… minuti… silenzi… quanto tempo?... Il tempo di sparire la dottoressa… il tempo di svanire tutti… c’è più nessuno intorno a noi… si fa il vuoto, si fa silenzio… senza tempo.
Eppure è tempo. È il suo tempo. Il tempo è Michele. E Michele non sa. E noi non sappiamo. Eppure è il suo tempo. E il tempo è con noi.

Si ferma il tempo…

Una voce…

“Si sono rotte le acque!”

?...

?

È Cipolla. È il diluvio. Universale.
Guardo.
Cipolla ripete: “Le acque!...”
“Fa’ qualcosa…”
“Sì, faccio… corro… chiamo… no, non corro… chiamo (sottovoce)… meglio: cerco… cammino… mi muovo… (corridoi, incroci, labirinti)…rumore di friggitture dentro le scarpe che camminano la mia mente… e se la portano a spasso, la mente…
…è gioia… ansia? No, non ansia. Nessuna ansia… solo gioia pura, fatta di movimento, che si muove… e mi muove…
“C’è nessuno!”, dico a Cipolla. No, dico a me stesso. No, c’è nessuno.
“Aspetta Cip, cerco meglio!...”
Ecco: “Scusi, signora… scusi, infermiera…”
“Sono l’ostetrica, mi dica, mi dica… succede?”
“Sì, succede… è successo… c’è l’acqua…”
”Mi dia una…”
“Sollevi, mi aiuti!...”
“Ecco, portiamo…”



E quella ragazzina matta, Dedù, attende… mi ha atteso… e io avevo atteso ancor prima di lei. Così, sotto la doccia…
“Ormai è fatta”, mi dico, mi penso.
Lavato, asciutto, profumato come uno sposo.
Agghindato. Non troppo. Abbigliato. C’è poco da agghindare nella piccola soffitta dove vivo.
Ho detto mansarda, ma è una soffitta.
Ho detto soffitta, ma è una mansarda.
Piccola, insomma.
Piccola e in alto.
Quinto piano.
Albese con Cassano.
Albese: il posto dell’alba.

Scendo.
Pronto.
Sì, sono pronto.

Dedù, aspettami. Arrivo. Vengo da te.
Ti prendo. Mi prendi?
Sì, anch’io ti prendo.

Un bacio.
Emozione.
È il primo!
Sedici anni, lei!

Molti di più, io.
Molti, non troppi.
Giusti…

Giusti gli anni per il primo bacio, il primo incontro, il primo…
Il primo di tutto

Vieni, Dedù!
Andiamo!
Mi vuoi? Ti sposo. Mi sposi? Ti sposo!
Mi vuoi, mi sposi? Ma certo, è per sempre!
Ti voglio, mi vuoi?
Ma no, non parole!
Non dette parole!
Parole pensate, forse…
Senza parole…
Un bacio.
Un bacio…
E poi più!

Sospiro…
Respiro…

Un bacio, primo bacio…
Dedù

Andiamo!

No! Non ora! Aspetta!
No, non aspetto! Fa’ la valigia!… Quello che serve!... Metti la tua piccola casa in una valigia e andiamo! Sarai tu la mia casa, sarò io la tua casa. Serve altro?
“Perché tanta fretta?”
”Su, andiamo! Fa sera!”
“E gli amici? La festa?... La neve?... Camminare insieme nella neve e gli amici, i parenti, le amiche… compagni di scuola… tutti con noi… dietro di noi… noi sposi…”

Sguardi.

“D’accordo!”

E il bacio riprende. Continua. Mai rotto, interrotto… mai fine… mai fine, quel bacio…
Quel bacio e quel sì.
Quel sì, dolce bacio.


Ciao, Michi!!!
!!!
!!!
!!!

Spunta uno sguardo!

Michele!...

Sarai Michelangelo!

Sei Michelangelo!

Ti guardo, Michele!…
La mamma ti cinge.
Ti abbraccia.
Il babbo ti guarda.
Sono io che vi guardo.
E noi siamo sguardi.
E Allegra ci guarda.
Ci bacia.
Ci guarda.
E noi siamo sguardi.















































































































































































































postato da: pinoarchivio alle ore 13:34 | Permalink | commenti (1)
categoria:il primo incontro
martedì, 05 ottobre 2004

Non so se è in tema.
Spero ti piaccia.

Non sono mai stato un tipo molto tranquillo. Non sono uno di quelli che accetta con calma spiegazioni vaghe, ritardi, appuntamenti che si basano più su allineamenti astrali che su un punto preciso di un luogo preciso ad un orario preciso.

I ritardi, le incomprensioni sul luogo e le indicazioni sono un privilegio che tengo per me.

Ogni volta che sto aspettando nell’angolo della piazza, quello di fronte alla libreria e proprio sotto il portico, e i minuti iniziano a chiamarsi Ritardo, vengo assalito dai dubbi di trovarmi nello spicchio di Piazza sbagliata, quella che vede la vetrina sbagliata della libreria sotto uno degli otto portici di cui vi avevano omesso l’esistenza, facendovi credere che quello sotto cui vi dovete trovare e l’unico e il solo.

Un solo portico che si affaccia sull’unica vetrina dell’unica libreria, il tutto piantato nel deserto.

Lei mi ha scritto ti riconoscerò io. Ci troviamo sotto il portico che da sulla vetrina della libreia.

Lei mi ha scritto, so come sei fatto. Basterà uno sguardo.

A me tutta questa sicurezza da romanzo rosa mi lascia perplesso. Le ho scritto, Se lo dici tu.

Al centro della piazza una nonna porge una caramella a suo nipote. Lo so perché lui la chiama nonna, perché lei la scarta e gliela porge con una dolcezza che supera di gran lunga un gesto gentile.

Questa Laura l’ho conosciuta solo tramite mail. E’ un’amica di una collega. La collega gentile che si preoccupa per la vostra vita solitaria. Che vi invita alle feste del venerdì sera a casa sua, Perché forse c’è anche Laura.

Solo che Laura non c’è mai, e ti viene il sospetto che non gliene freghi un cazzo di conoscerti, se non fosse per il fatto che continua a scriverti, e tu a rispondergli tra una rottura professionale e l’altra.

Io e la Laura di parole ci piacciamo. Chissà forse se fossimo solo forme tridimensionali avvolte nelle parole che ci scriviamo saremmo una coppia perfetta. Magari la sera prima di andare a letto potremmo essere forme avvolte in tanti Buonanotte, e dopo se ne avessimo voglia rivestirci di Mi piaci quando godi, Penetrami, Aspetta, e altre amenità erotiche. Tutto in silenzio, sempre, leggendoci unicamente le parole di cui siamo ricoperti, che cambiano con le cose che stiamo facendo.

Mi ha scritto, Scusa se non vengo alle feste che organizza Carla, non lo faccio perché sono brutta. Oddio tu penserai che è per quello. Ma non è così, è una coincidenza.

Io le ho scritto, Magari sai che ci sono io e non ci vieni per quello.

Lei mi ha scritto, Si è un po’ per quello, io ho bisogno di tempo. Puoi portare pazienza?

Quando non parli con qualcuno, ti scrivi soltanto, dai alle parole il suono che immagini abbiano, o più semplicemente che desideri abbiano.

Io a quel Puoi portare pazienza? Ho assegnato un tono dolce che chiede comprensione.

Posso anche sbagliarmi.

Potrei essermi sbagliato sul portico, sulla vetrina, sul tono con cui Laura mi ha chiesto di portare pazienza con questa sua necessità di lentezza.

Dall’altro lato della piazza nei tavolini all’aperto del bar una coppia sta discutendo. Lo fa senza litigare davvero. Si parlano distanti, guardando spesso altrove, con freddezza, a lei scappa un’espressione di disgusto. Lui beve un altro sorso di vino bianco, anche se sono distante vedo il flute tremare. Lei si alza e lui la trattiene, i movimenti sono lenti ma le sta stringendo il braccio.

Non so come sia fisicamente.

Quando non puoi vedere qualcuno lo immagini per le parole che ti scrive, neppure per la calligrafia, solo nei tempi, nelle virgole. La sintassi.

Me la immagino bella. Più di me. Immagino che si muova con rilassatezza, che cammini sfiorando il suolo, con movimenti fluidi. Mi piacerebbe fosse un’apparizione, di quelle che ti fanno credere che la tua vita abbia senso. Anche una vita piccola. Anche la mia.

Il bambino a cui la nonna ha offerto la caramella sta per cadere da un muretto. La nonna è lontana non credo arriverà in tempo. Le costerà qualche altra caramella.

I minuti di ritardo sono 15 adesso. Domani mi scriverà che le serve altro tempo, e non so che tono riuscirò a dare stavolta a questa richiesta di pazienza.

Poi succede qualcosa che mi fa capire che, almeno questa volta ero nel lato giusto della piazza.

Vedo un cappotto nero allacciato in vita che si muove evitando i passanti che vanno nel senso opposto, ma senza scatti, come se si muovesse in un aria liquida, densa. Mi sorride luminosa.

E’ avvolta in Ciao, aperti, amichevoli, quelli che riconosci come l’inizio di qualcosa. La conferma delle tante mail.

E’ Lei mi ha riconosciuto.

Ho la sensazione di poter fare ogni cosa, che negli istanti eterni che mi separano dalle sue guance dal tocco delle sue mani, possa convincere la coppia seduta al tavolino del bar a tentare ancora una volta, a non arrendersi troppo facilmente, che possa raccogliere il bimbo in bilico sul muretto.

La vedo farsi strada tra il flusso dei passanti e sento di poter respirare meglio e più profondamente. Comincio a distinguere la forma e il colore degli occhi.

Quando arriva vicino fa una specie di saltello e mi porge una mano, Ciao, mi dice.

Sfiora le guance con le labbra e mi dice, Ops non ti ho chiesto se potevo baciarti.

Dall’altra parte della piazza l’uomo e la dona si parlano guardandosi negli occhi. Lei lo abbraccia. Lui le accarezza i capelli.

Il bimbo è ai piedi del muretto. Sta sorridendo. La nonna lo raggiunge. Sta facendo buio presto saremo tutti a casa.


postato da: HankChinaski alle ore 15:48 | Permalink | commenti (3)
categoria:il primo incontro
martedì, 05 ottobre 2004
tema: un racconto o frammento dello stesso nel quale descrivete il primo incontro con la persona desiderata da tempo senza usare: le parole amore e derivati, tutti i nomi comuni di parti del corpo

(p.s.: userò "amore" solo nel titolo)

Un Amore di Donna

una così non c'è mai stata prima.
e non ci sarà mai più nemmeno dopo.
lo so io, lo sanno tutti.
lo sa già anche chi non è ancora nato.
ed io ho il primo appuntamento con lei.
mi faccio questo regalo di laurea.
mi faccio anche coraggio, per la verità, perchè sono una che quando deve viaggiare molto si fa mille problemi.
divento schiava delle mie stesse manie.
ma adoro i suoi abbracci.
non sempre le sto vicino ma sogno di incontrarla da molti mesi.
glielo dico di notte quando ci sentiamo prima di dormire.
qualche volta glielo dico di giorno, quando le racconto le mie difficoltà.
lei mi parla di una pazienza da esercitare.
in dialetto napoletano si dice "pacienz"..è una parola che sa di pace.
ora sono in treno.
non è il primo viaggio e non sarà nemmeno l'ultimo.
intanto parto da sola.
anche se siamo diverse centinaia.
anche se non ho un'idea precisa del numero.
posso solo dire che siamo in tanti.
mi porto da lei come regalo.
non ho il fiocco sulla testa per dirle "...sorpresaaa!".
non dovrà scartocciarmi come un pacco.
lei sa già che tutto questo alla fine lo faccio per me.
intanto il viaggio dura oltre l'arco di un giorno.
i pasti principali vengono serviti con cura e per quel che posso, cerco di fare del mio meglio per dare una mano.
guardo ogni cosa.
leggo nelle parole delle persone.
si stabiliscono quei legami volanti che durano il tempo di un attimo.
complicità nascoste che non hanno aspirazione di diventare niente di più.
penso.
e nel frattempo arrivo.
il mio resta un pensiero fisso.
comincio a cercarla, sono venuti a prendermi alla stazione ma, scrutando intorno, so che lei non può essere lì.
aspetto.
e nel frattempo sorrido, parlo, mangio, mi riposo, arrivo in camera e appoggio le valigie.
non ho portato molto con me, ma si tratta pur sempre di 15 giorni.
avrò il tempo per fare.
adesso voglio solo stare con lei.
esco, mi faccio accompagnare.
non parlo francese e nemmeno spagnolo.
mi presento con tutta me stessa, raggomitolata come un calzino.
è buio intorno.
ma le luci arrivano da candele ben sistemate.
tutto mi parla di un "per sempre".
tutto mi sussurra un "finchè ci sarà tempo".
tutto.
soprattutto lei.
un tuffo nell'anima e la vedo.
alta, gentile nel movimento e dolce nello sguardo.
implora per me.
ed io imploro con lei e per me e per tutti coloro che mi hanno chiesto di farlo.
ora sono qui.
ora posso unire la mia voce a quella degli altri.
unisco anche il mio silenzio, aspettando che sia lei a parlarmi.
ma la sua voce non ha spessore di questa terra e le sue parole non possono essere udite.
lei parla di pace.
è di bianco e celeste vestita ed è ferma nella grotta che la ospita.
non si stanca.
aspetta che noi facciamo le nostre scelte e spera che siano in linea con le sue.
così, magari, un giorno potremo rivederci ancora.
e rivederci sul serio.
un giorno.
per sempre.





































































postato da: 21venti alle ore 10:38 | Permalink | commenti (7)
categoria:il primo incontro
venerdì, 01 ottobre 2004

TITOLO: TEA

AUTORE: IPOTETICO

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TEA====
Arrivai di sera per incontrare Tea, immaginandola una donna capricciosa, una donna di passaggio. Mi sedetti in fondo, quasi nascosto in un angolo buio, deserto, leggendo negli occhi degli altri, presunti padroni di ritmi diversi di vita, evidenti interrogativi. Lei arrivo’ al tavolo del ristorante col passo danzante, col profumo eccitante, con lo sguardo velato… guardandomi come si osserva un passeggero fermo sulla pensilina di una stazione: si sedette. L’impressione fulminea fu che anche lei fosse una viaggiatrice casuale, di passaggio, sconosciuta. Mi liberai di tutto il consueto: 10 messaggi in una chat e lei era li’. Tutti mi guardavano increduli che potessi respirare la stessa aria di quella ragazza cosi' affascinante.

Qualche giorno dopo tornanno ed il buio di quell’angolo s'era attenuato... come se una finestra fosse stata socchiusa per far entrare un po' di luce.

Sembro’ una storia piccola, come molte storie nate per caso, niente carta da parati, nessun parquet, nessuna stufa nè soffitti alti. Ma verso mezzanotte appariva ogni volta di piu’ gia' una storia calda e coinvolgente nel suo semplice spargere messaggi di tre parole: io ti voglio.
Ci incontrammo ancora nei giorni seguenti e finalmente intravedemmo i tetti, le case bianche, i davanzali con fiori ed i panni stesi: eravamo tornati nel consueto!

Scoprimmo finalmente una storia reale, mediterranea, bianca, sensuale e profumata, dura e concreta seppur coincisa. Passeggiammo a lungo con i corpi, i gesti, le menti ed i cuori.

Mi ritrovo ancora a passeggiare dopo tanto tempo senza di lei e l'impressione non si è modificata: mi incantava il suo volto affascinante di donna che raccontava storie del suo futuro mentre si riavviava i capelli. I sapori e i profumi di Tea portavano lontano partendo dalla cosa piu' semplice e complessa della vita: l'anima.

Tea…una donna dove approdai per cercare qualsiasi insperata salvezza o una donna per sentirmi perduto. Si visse l'istante, riempiendo di sorrisi rassicuranti i mille dubbi di una storia tra un uomo versosera ed una donna di 26 anni, all’alba del suo vivere. Poi un giorno mi disse: “Tu hai paura!” La guardai dentro i suoi occhi chiari…..“Si” risposi mentendo..” Sospiro’ e sorrise, mi bacio’ a lungo dolcemente..“Grazie, fra un mese mi sposo”…furono le sue ultime parole che udìi prima che lei uscisse dalla porta e dalla mia vita.













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categoria:il primo incontro
mercoledì, 29 settembre 2004

Tema: Il primo incontro.

Autore: Giuseppina. Stile: simpatico da blogger.

Titolo

Non vedo l’ora.

(L’appuntamento era alle 21:00 LAPEZIA E’ SULLA PANCHINA DEL PARCO)

LAPEZIA :“Scùsi, mi sa dir…e che o…scùsi Signor-e mi sapre…bbe Signòra, signò-ra il suo cane sta facendo la pipì sulle mi-e…No, no non volevo dir-e questo… però mi po-treb-be direeee che ora èèèèèèèèè?”

SIGNORA :“E’ ora che si faccia gli affari propri!”

Lapezia si alza, guarda in basso, cerca di scrollarsi dalle scarpe la puzza di cane, sbattendo a mo’ di marcia i piedi sulla terra si liscia le gambe, abbassa la minigonna e con fare composto si rimette a sedere.

II SIGNORA :“E’ occupato?”

LAPEZIA :“No, si figuri è che sto aspettando una persona molto speciale, è il nostro primo incontro

II SIGNORA :“Io invece no”

LAPEZIA :“Sì, ci siamo conosciuti su inter-net…”

II SIGNORA :“?”

LAPEZIA : “Insomma col computer, sa lo usano tut-ti… ma poi, però ci siamo telefonati.Siiiii delle luuuunghe telefonate. Lei dice che spendiamo troppo. Noo è che dopo ci siamo mandati delle foto per lettera e quindi ci siamo anche scritti qualche volta. Lei dice che gli uomini che mandano poesie sono tutti tra-dì-tò-ri, ma va là che non ci cred…o ma dài, lei dice? Ma adesso dove và? Ma almeno mi dica che ora è?”

II SIGNORA:“E’ ora che la smetti di spendere soldi inutilmente e ti compri l’orologio!”

Lapezia si rialza allunga il collo cercando di vedere se scorge la figura di un uomo e con immutata fiducia si risiede.

III SIGNORA :“Uhi, uhi, mi faccia sedere che ci ho un dolòòòòre alle gambe che non mi fa respirare, soffro d’insonnia e tengo pure le traveggole, si tiri più in là per favore che mi toglie l’aria”

LAPEZIA :“Prima che si arrabbi che mi saprebbe dire che ora è?”

III SIGNORA :“Vorrebbe dire che sono pazza? Guardi che pazza è lei e tutte le persone che vi stanno attorno”

LAPEZIA :“Signora ma non c’è nessuno oltre noi qui”

III SIGNORA :“Ah! Lei signora mi perseguita, è quella che mi segue e che mi chiede sempre l’ora, che cosa vuole da me? Non le sembra l’ora di lasciarmi in pace?”

LAPEZIA : “Signoooora non mi lasci sola anche lei! Ma che ho fatto di male”

Nel frattempo Giorgio si avvicina e con aria soddisfatta chiede “Ciao, coooome staj? Che bbello incontrarsi, che faccia però, che è successo hai aspettato molto? Perché che ora è?”

LAPEZIA : “E’ ora che te ne vai AFFnfiauhfANCUnfapohgapLO” Alza i tacchi e sennevà.

IV SIGNORA :“Scusi buonuomo, mi saprebbe dire l’ora?”

GIORGIO : “No, però se viene con me conosco un posto dove ti dànno l’ora precisa, precisa”

IV SIGNORA :“E se poi succede qualcosa e faccio tardi?”

GIORGIO : “Non vedo l’ora signora, non vedo l'ora”

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categoria:il primo incontro