mercoledì, 01 dicembre 2004

Addio

Ho deciso: me ne vado. Ti lascio.
Più niente potrà farmi cambiare idea e comunque sono stanca: qualcosa dentro di me si è logorato, qualcosa si sta spegnendo per sempre.
Conosco il tocco delle tue mani, conosco i tuoi sospiri e i tuoi silenzi, conosco le tue notti e i tuoi risvegli.
Accanto a te per anni. Tu che dormi accanto a me da anni. Tu che ti risvegli con me vicino.
Quanto tempo abbiamo trascorso così?
Quanto tempo ho trascorso aspettando i tuoi sguardi, aspettando di sentirmi anche solo sfiorare dalle tue dita?
E adesso che ho deciso di andare mi tornano in mente i ricordi: la prima volta che mi portasti a casa tua. Avresti potuto avere qualunque altra ed invece scegliesti me. Lessi nei tuoi occhi la determinazione di possesso, l'impazienza della conquista, l'entusiasmo per una nuova avventura. "Voglio lei" pensasti dopo avermi visto.
Dalla memoria riaffiora anche quello che vorrei aver dimenticato: quella sera in cui mi hai colpito con la copertina rigida di un libro per esempio, quell'altra notte in cui mi hai rovesciato addosso un bicchiere d'acqua. Ma non è questo che ti rimprovero. Non sono questi modi bruschi: è l'indifferenza che mi ha fatto più male in questi anni. E' la mancanza di affetto. Quel po' di affetto che non si nega a nessuno, quello che ti legherebbe a qualsiasi servitore devoto. La mia fedeltà in tutti questi anni. Non ti ho mai tradito e tu l'hai sempre dato per scontato. E ormai mi tolleri come una presenza indispensabile ma ingombrante, un fastidio inevitabile. Non sopporti più neanche il suono della mia voce: sbuffi, ti lamenti, ti tappi le orecchie, mi metti a tacere con nervosismo.
C'è un limite per sopportare tutto questo ed io l'ho superato da tempo quel limite.
Eppure potrei fare ancora tante cose per te. Quello che potrei fare per te non te l'immagini neanche.
Le mie qualità non le hai mai apprezzate abbastanza.
Del resto, il mio libretto delle istruzioni l'hai gettato in un cassetto insieme a tutti i libretti delle istruzioni dopo avermi acquistata.
Io che capto aerei segnali per svegliarti al mattino, io che mi regolo via satellite con Greenwich, io che coloro il buio delle tue notti di numeri luminosi senza perdere mai una frazione di secondo, io che sono l'ultimo modello in fatto di orologeria, sono costretta all'umiliazione di vedere che, trasportata dai tuoi soliti infantili ed effimeri entusiasmi, dedichi più attenzione persino al forno a microonde, persino ad un ingombrante Personal computer.
E' stata la tua volubile volontà, è stata la tua imprecisione che mi ha fatto impazzire.
Mi dispiace solo che non potrò vedere la tua faccia domattina al risveglio, quando capirai che me ne sarò andata e sarà troppo tardi.

Mafaldablue

















postato da: amicirobertocotroneo alle ore 09:02 | Permalink | commenti
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venerdì, 26 novembre 2004

Adesso basta
la parola fine la metto io a questa brutta storia
cominciata nemmeno mi ricordo quando nemmeno mi ricordo come, e nemmeno ricordo il perché.
Non mi piacevi,
uguale a migliaia di altre,
eri solo una delle mille alternative di cui si può fare benissimo a meno.
Ero un ragazzino e ci hai saputo fare, mi hai svezzato, mi hai conquistato poco a poco, con la tua faccia anonima dietro cui stava il tuo gusto deciso, la tua forza psichica.
Eri la preferita dei miei amici, all'inizio non capivo perché: ci si riuniva in circolo, tu nel centro, nascosta e desiderata, eri il collante del nostro vagabondere.
Ci lasciavi a bocca aperta con quel tuo modo di fare, ci facevi sentire diversi, più forti e più uniti, più decisi a diventare adulti.
Quanbdo ho iniziato a volerti solo per me, hai capito che ormai era fatta.
Sono cresciuto, mentre tu rimanevi uguale, forse più sofisticata, ma sempre pronta al mio richiamo.
Pendevi dalle mie labbra,
eppure a tenerti troppo vicina mi facevi piangere.
Ho combattuto per averti, ho subito umiliazioni e torti per non rinnegarti.
La prima volta che ci sorpresero insieme, avevo quindici anni, a mia madre scappò un a lacrima, a mio padre scappò una cinghiata.

Non potevo portarti dovunque, c'erano sempre regole da rispettare, tu lo sapevi, ma poco ti importava, quando avevi voglia di me mi lanciavi il tuo ammiccante messaggio, magari per bocca di qualcun altro, e mi scoprivo a inventare scuse banali, per poter uscire, per poter arrivare a dove avrei potuto rimanere solo con te e il tuo amore prepotente.
Non potevo ignorare le tracce del tuo odore sulla mia pelle, sui miei maglioni, tra le mie cose....
e anche quando quello stesso odore lo sentivo addosso agli altri
non ero geloso, come avrei potuto, se ti sentivo calda tra le mie labbra e accesa tra le mie mani.
Quando sei stata sicura che fossi ormai dipendente da te, sono arrivate le complicazioni: pretendevi di occupare sempre le mie giornate, non accettavi assenze o compromessi: ci dovevi essere sempre e comunque.
Anche quando la mia vita era divisa insieme ad altri, amche quando a tavola non c'era posto per te tu ti infuocavi di rabbia e io dovevo cedere, oppure alzarmi ed isolarmi.
quanti anni abbiamo trascorso insieme' forse quasi venti.
sei stata l'insostituibile compagna dei miei lunghi viaggi e delle mie brevi notti.
Hai raccolto i miei respiri e hai riempito le mie mani tremanti e i miei silenzi imbarazzati.

Hai ammazzato la mia noia avvolgendomi in una nuvola.
quane volte ho provato a dirmi basta, a lasciarti a casa mentre ero con gli amici, a dirlo ad alta voce a tutti che con te era finita, mentre a bassa voce di nuovo ti cercavo e ti baciavo sconfitto.
Adesso l'ultimo dei nostri giorni insieme è arrivato davvero; è qui nelle mie tasche, scritto nero su bianco sopra un foglio stropicciato.
Devo scegliere di odiarti perché amo la mia vita, perché ho figli da crescere e donne da abbracciare, perché devo visitare posti e vedere facce che non siano solo la tua.
Questo sarà il mio ultimo appassionato lungo eterno bacio

poi ti spegnerò.

ULTIMA SIGARETTA.



































postato da: antrodiberlicche alle ore 19:17 | Permalink | commenti
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giovedì, 18 novembre 2004

Signore e signori, arrivederci.

Non c’è più niente da vedere.

Siate clementi con il Mio Spettacolo, io sto morendo.

Ho messo in scena la mia vita in questo Grande Teatro per ottant’ anni, ed ora sono solo un Vecchio Attore senza più storie da raccontare. Un attore finito. Tra poco calerà il Sipario, ma non ho paura…

Un Figurante, una volta, mi disse che siamo tutti di passaggio: aveva ragione. Per questo ho sempre recitato a modo mio, senza chiedermi se sarebbero stati applausi o fischi, rischiando, godendo fino in fondo del potere delle parole che avevo il privilegio di pronunciare.

Sono stato Comico, e avete riso di me e delle mie disgrazie; Mimo, quando non riuscivo più a comunicare con voi e con il mondo se non a gesti; una Maschera, e forse lo siamo tutti.

Ho vissuto tragedie e farse, situazioni meravigliose e improvvisazioni paradossali.

Ora sono stanco, amici miei, e mi permetto di parlarvi così perché nella morte sono un uomo tra gli uomini. Vorrei poter dire di essere sempre stato impeccabile, ma alle volte ho dimenticato le battute, le giuste entrate e le uscite, finendo per rovinare scene bellissime, cambiandone il finale.

Il Mio Copione è terminato: sono arrivato al Punto e sento di non aver lasciato niente tra le righe; i rimorsi e i rimpianti diventano bazzecole se li accosto alle soddisfazioni che ho trovato calcando questo Palco.

Mi congedo da voi con un sorriso e un inchino, sperando che abbiate gradito lo Spettacolo.

Chissà, magari la Morte è solo un’altra Forma d’Arte… e allora ballerò con Lei un Fandango tra le tombe, e imparerò ad amarla come tutti i Personaggi che sono stato.

Con passione, e timore.

Buio.

postato da: StormS alle ore 15:21 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 18 novembre 2004

E' da quando ti ho presa per mano che l'ho capito: da quando ti ho presa per mano e ho iniziato a salire, gradino per gradino, insieme a te, quella lunga scala nel buio. E' da allora che ho capito che tutto era finito.

Certo, saremmo usciti fuori, alla luce del sole. Ci saremmo sfregati gli occhi, come al risveglio da un lungo sonno. E avremmo guardato intorno, felici, i boschi e le montagne, i fiumi ed il mare, avvolti dalla nebbia del primo mattino. E poi?

Sì, poi avremmo ripreso la vita di sempre. Tu ed io come una volta; negli stessi luoghi, nella stessa dimora, nelle stesse stanze. Ma tu – l'ho capito in quel momento, nel buio, con lancinante chiarezza, quando ho stretto fra le dita la tua mano gelida come di ghiaccio – non saresti stata mai più quella di prima.

Avevi conosciuto la morte. Un punto fermo: l'unico nella tua vita. Un punto fermo che aveva posto fine, irrevocabilmente, a tutto ciò che eri stata prima. Il tuo sorriso? Perduto, sfumato. Il tuo volto? Forse ancora più bello, ma misteriosamente mutato. Il tuo corpo che tante volte avevo stretto fra le mie braccia? Non più quello, ma un altro.

Colei che tanto avevo amato – più della mia stessa vita, lo sai – non ci sarebbe stata mai più. E' chiaro: tu avresti cercato di assomigliarle. Ti saresti vestita come lei; mi avresti parlato con la sua voce, mi avresti tentato con le sue seduzioni. Del resto tu stessa avresti avuto bisogno di crederti lei. Ma sarebbe stato un inganno. Io avrei finto che nulla fosse cambiato, tu avresti cercato di farmelo credere. Accade fra tantissimi uomini e tantissime donne: ci si mente l'uno con l'altro, per non rendersi conto che la morte è intervenuta a dividere per sempre, trasformando colei che si ama in un'altra. Ma fra noi no, non poteva accadere.

Non poteva accadere. Perché io ti amo più di me stesso, e il mio amore non si inganna: sa bene a chi si rivolga, a quale unica donna si rivolga. Sei tu, quell'unica. Sei tu, come eri prima.

Poi sei morta. E' stato atroce.

All'inizio mi sono rifiutato di rendermene conto. Come può morire quell'unica che amo? E' impossibile. Il mio amore non ha fine: quindi anche lei non può avere fine: tu non puoi avere fine. Ti ho cercata ansiosamente, ti ho stretta fra le braccia, nel buio. Ti ho presa per mano; ti ho portata alla luce. Era il minimo – capisci? – era il minimo che potessi fare per te. Solo all'ultimo ho capito.

Ho capito che stavo lasciandomi dietro le spalle colei che amavo. Che tu – quell'unica! – eri là, nel buio, nel passato. Dietro, non davanti. E che da quel momento in poi non ti avrei vista mai più.

E' per questo che l'ho fatto. Non potevo non farlo. Mi capisci, vero? Te lo dovevo. Lo dovevo a colei che amavo e che amo.

Mi sono voltato indietro e ti ho guardata. Un'ultima volta. Un addio.

E ti ho fatto ricadere di nuovo nell'Ade, amore mio, Euridice.

postato da: Tristano alle ore 11:07 | Permalink | commenti (1)
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mercoledì, 17 novembre 2004

Un non ritorno, una semplicità "assoluta" nel dirci le cose, ciò avviene tra noi "bloggers", questa è l'ultima di G., anche se in effetti non è un addio ma uno speranzoso arrivederci, è morta G., ma sono ancora vivi la speranza e l'arrivederci.

 

Partirò oggi con l'aliscafo. Ho scoperto che non ci sono aerei da Palermo tranne i charter che io non amo, dovrei andare a Trapani per trovarne uno, e allora cosa c'è di meglio di un giro in aliscafo?
Mi prospetti tante di quelle cose belle da vedere, che la vacanza( anche se non si tratta di una vacanza) si trasformerà in un vero Tour de force.
Vado a Pantelleria solo per stare un paio di giorni con mio figlio, che è lì con il padre ed i nonni paterni. Per motivi di salute il mese di agosto lo dovrò trascorrere negli stati uniti, per sottopormi ad una cura particolare. Purtroppo sono affetta da una forma grave di leucemia, e se la cura non dovesse fare effetto, non avrò molte possibilità di sopravvivenza.
Vedi, io non ti ho risparmiato i miei problemi, ma mi sarebbe seccato, qualora non dovessi tornare, sparire così senza alcuna giustificazione. Ma spero che invece possa tornare a scocciarti ancora con le mie storielle. E se torno, non ti salvi! mi dovrai raccontere tutto di te...guarda che non hai scampo. Ti lascio, devo salutare un paio di amici, e credimi se ti dico, anche se ti conosco poco posso affermare che ho incontrato poche persone che mi hanno attirato come fai tu. Ti trovo speciale. Abbi cura di te nel frattempo che io manco, altrimenti poi non ce la farai a farmi vedere tutta Pantelleria la prossima estate.
Un bacio. G.





postato da: TOPOX alle ore 13:58 | Permalink | commenti
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domenica, 14 novembre 2004

DALLA FINESTRA

Tra poco morirò.

E’ questione di settimane, ormai, o forse di poche ore. Al massimo riuscirò a vedere ancora la città addobbata per le feste natalizie, altri sei mesi guadagnati in questa sfida persa in partenza.

I medici hanno smesso di fare tentativi e le statistiche di mortalità già le conoscevo. Ho visto amici impazzire dalla disperazione per non essere riusciti a scoprire che da qualche parte, nel mondo, c’era qualcuno – scienziato o santone, non faceva differenza – che aveva trovato il rimedio per salvare il proprio caro in fin di vita.

Ho guardato negli occhi il medico che mi aveva curato sette anni prima e gli ho detto: “Non prendiamoci in giro. Stavolta non c’è niente da fare, se non stordirmi di marijuana e andarmene in pace”.

Ero riuscita a farlo commuovere. “Mi dispiace” riuscì a dire con gli occhi lucidi “la medicina non è una scienza esatta, te l’ho detto mille volte”.

“Già” feci io, svuotata.

Fabrizio era ammutolito, cacciò indietro quell’urlo di rabbia e dolore che gli stava dilaniando il cuore, la sua mano ghiacciata mi sfiorò e poi mi strinse le dita, forte, lasciandomele indolenzite.

“Dobbiamo parlare con i bambini” mormorai prima di uscire. “Dobbiamo trovare un modo per lasciarli sereni, tranquilli…”

Abbiamo pensato che questa fosse la soluzione migliore: tutti insieme nella casa che amiamo, col mare incorniciato dalle finestre, la piccola spiaggia bianca a un passo, la veranda attraversata dalla brezza mentre il sole tramonta sulle isole lontane.

Il luogo ideale nel quale dare addio alla vita.

Quando sono stata operata per un cancro al seno Sara aveva solo due anni, non è stato difficile spiegarle che la mamma aveva la bua e che dei bravi dottori la stavano curando. E’ stato un po’ più difficile farle accettare il nuovo aspetto di sua madre, quasi calva durante la chemioterapia, avvolta da pirateschi fazzoletti o caldi cappelli di lana per proteggere il cranio nudo dal freddo pungente dell’inverno. Ma in fondo è durato poco. Poi, crescendo, non ha nascosto il suo dispiacere nel vedere un seno bello e l’altro, “insomma, così e così”, al punto che quando mi sono decisa a fargli dare una sistemata la più entusiasta era lei.

Dopo quattro anni, mille consulti, nottate passate a navigare in rete alla ricerca di notizie confortanti, abbiamo messo in cantiere Luca, che è nato a maggio di tre anni fa e mi ha fatto credere di essere tornata una donna sana e libera.

Sono stati tre anni meravigliosi: io ero raggiante e Sara entusiasta di questo fratellino tanto desiderato. Fabrizio diventava ogni giorno più felice e innamorato.

Poi, tre mesi fa, quegli assurdi dolori notturni e l’agghiacciante verdetto degli esami. Nessuno poteva tentare di darmi una speranza, perché già sapevo che quando colpisce il pancreas il cancro non dà scampo. Si tratta solo di ritardare la fine il più possibile, ma la parola guarigione nessun medico onesto la può pronunciare.

Siamo stati bravissimi, Fabrizio ed io, a tranquillizzare Sara che faceva domande insistenti e preoccupate sul mio stato di salute. Riuscivamo a ridere e a farla ridere, ironizzando sui miei dolori, mascherando a tal punto l’angoscia da non sentirla più finché restavamo soli. Allora Fabrizio tentava di convincermi che potevo farcela, che la medicina stava facendo progressi e avrebbero trovato presto la cura giusta. “Presto?” ripetevo io, intenerita dai suoi sforzi ma arrabbiata perché mi sembrava di essere presa in giro. “Conosci qualcuno che ce l’ha fatta? Io no. E’ un miracolo se si superano sei mesi. E’ un miracolo sopravvivere, capisci? E noi non crediamo ai miracoli…”

Adesso è giusto che almeno Sara sappia, non posso andarmene senza avvertirla, il dolore forse può essere diluito, goccia a goccia, fino a renderlo sopportabile. A Luca parlerò in modo diverso, come fosse il racconto di una favola triste, dove la morte è un viaggio misterioso o un sonno senza risveglio.

Fabrizio ha letto queste pagine, l’ho trovato con lo sguardo perso nella linea dell’orizzonte, tra cielo e mare, il volto rigato dalle lacrime. Con una mano l’ho accarezzato, con l’altra ho chiuso il file e spento il computer. “Mi fa bene scrivere, mi sento meglio. E’ per me, esorcizzo, mi libero della paura. Ma tu non devi leggere, almeno non adesso.” Lui non ha parlato, siamo rimasti a guardare Sara e Luca che giocavano in spiaggia e poi, sapendo che dalla mia stanza li tenevo d’occhio, hanno alzato lo sguardo verso la finestra e ci hanno salutato, sorridenti.

E’ così diversa la sensazione che ho provato anni fa, quando ho saputo di aver sfiorato la morte, covando in seno, letteralmente, un piccolo mostro che avrebbe potuto divorarmi, da quella che provo adesso, con il mostro nella pancia e nessuno in grado di estirparlo. Sta lì, si riproduce, va avanti, nonostante la chirurgia, i farmaci, le preghiere che talvolta mi sfuggono dal cuore dopo aver maledetto quel dio in cui da tempo ho smesso di credere.

Non ho rischiato la morte, perché è già qui, dietro l’angolo e mi sta aspettando. Inevitabile.

Non ho paura, ma sono triste per loro, per i miei amati che restano a soffrire e a piangere la mia mancanza. Vorrei fermare il tempo adesso: io qui, a scrivere, mentre Fabrizio, Sara e Luca ridono nell’acqua, il sole che tramonta tingendo di rosa la spiaggia e di viola il mare. Vi voglio bene.

L’erba che mi è consentito fumare provoca una pausa d’ilarità, di buon umore, oltre a calmare il dolore. La sera, quando io e Fabrizio restiamo soli a guardare le stelle e le luci lontane del porto, ci facciamo un paio di spinelli e cominciamo a ridere come due ragazzini innamorati e felici. Poi ce ne andiamo a letto, abbracciati, e per un po’ riusciamo a dormire. Quei dolori insopportabili ricominciano a notte fonda, allora fumiamo un altro po’ e Fabrizio mi parla fino all’alba, oppure mi legge qualche pagina di Proust, che dopo vent’anni ho deciso di rileggere. “Lasciamo che il nostro corpo si disgreghi, giacché ogni particella che se ne distacca, viene, luminosa questa volta e intelligibile, ad aggiungersi alla nostra opera, per completarla a prezzo di sofferenze di cui altri meglio dotati non hanno bisogno, per renderla più solida man mano che le emozioni sgretolano la nostra vita.” Mi sono ricordata che questo brano era tra quelli che avevo inserito nella tesina per l’esame di maturità. Ho ripensato alla felicità di quei giorni, alla sensazione di libertà che provavo di fronte alla possibilità di scegliere una strada piuttosto che un’altra. Il futuro era interamente nelle mie mani, il tempo un concetto filosofico su cui riflettere o un insieme di attimi da recuperare per dare un senso alla propria esistenza.

Stamattina mi sentivo meglio e ho lasciato che Sara e Luca venissero nel lettone a farsi coccolare. Quando siamo rimaste solo noi due, Sara mi ha sussurrato nell’orecchio:

“morirai?”

“…”

“Rispondimi”

“Certo che morirò, tutti prima o poi muoiono.”

“Ma tu non sei vecchia.”

“No, non sono vecchia.”

“allora? Sei molto malata?”

“Sì, sono molto malata e i dottori non conoscono la cura per farmi guarire.”

“Quindi morirai tra poco?”

“Temo di sì.” E due lacrime, una per occhio, sono sfuggite al mio controllo. Non ero ancora pronta, non era così che doveva andare.

Si è girata dall’altra parte, senza dire una parola, senza piangere, rannicchiata su se stessa in posizione fetale, aspettando il mio abbraccio protettivo.

Con uno sguardo ho mandato via Fabrizio che stava rientrando nella stanza, mi sono stretta a lei e ho cominciato a parlarle, ma le parole che uscivano erano diverse da quelle che tante volte avevo pensato di usare. Non riuscivo ad essere rassicurante, né ad alleggerire il peso di quella notizia.

“Non è giusto, ma purtroppo esistono ancora malattie che non si possono curare, che fanno morire troppo presto. Sarà dura per voi, per te e per Luca, per papà, però col tempo vi abituerete e la vostra vita andrà avanti, anche senza di me.”

“…”

“Stai piangendo?”

“No. Non mi viene da piangere, adesso.”

“Bene, allora ci alziamo e andiamo a fare colazione.”

Si è girata e mi ha guardata con quegli occhi incredibili, azzurro grigi, mi ha sorriso e io le ho sorriso. Siamo state così per un po’, mentre le accarezzavo la testa.

“Va bene, andiamo a fare colazione”, mi ha detto sottraendosi alle mie carezze. In un attimo era uscita dalla stanza.

Sara adesso non mi molla un attimo. Sembra che stia combattendo lei, al mio posto, contro la malattia, per trattenermi alla vita, per fermare il tempo con i suoi teneri abbracci e le parole da bambina.

Quando riesco a convincerla corre da Luca e gioca con lui in modo molto protettivo, lo coccola, poi corre dal padre, gli dice qualcosa all’orecchio e tutti e due si girano a guardarmi facendo ciao con la mano.

Elsa rilegge per l’ennesima volta quelle pagine. Non ha mai avuto il coraggio di buttarle. E’ come se stessero lì a testimoniare il miracolo che poi, alla fine, è avvenuto.

Mentre scriveva aveva ricevuto una telefonata. Era il dottor Martini, di ritorno da un congresso dove erano stati presentati i risultati della sperimentazione di un nuovo farmaco, il farmaco che si aspettava da anni per sconfiggere quel tipo di tumore. Ed erano risultati strepitosi: pochissimi effetti collaterali, regressione completa della massa tumorale e delle eventuali metastasi.

“In Italia sarà in commercio tra qualche mese, ma ho parlato con dei colleghi di Parigi che possono già somministrare il farmaco. Devi andare lì la prossima settimana”

“…”

“Elsa, hai capito? Ce la farai!”

Mentre Martini parlava, Elsa aveva continuato a guardare il mare, la spiaggia, Fabrizio con lo sguardo perso nel vuoto, Sara che scavava buche con rabbia e Luca, inconsapevole, a mollo nell’acqua chiara.

“Sì, ho capito. Domani sarò da te in ospedale e mi spiegherai bene tutto. Non me l’aspettavo proprio…”

“Anche per me è stata una sorpresa. Non ti ho mai dato speranze perché credevo davvero che la strada fosse ancora molto lunga. Dobbiamo ringraziare quei giovani ricercatori che non si sono dati per vinti.”

Rimase così, Elsa, incredula e sconvolta, come il condannato a morte che riceve la grazia pochi minuti prima di ricevere l’iniezione letale. Voleva urlare, saltare, correre in spiaggia e abbracciarli tutti e poi raccontare quella telefonata, rassicurare Sara, vedere finalmente una luce illuminare il volto amatissimo di suo marito. Rimase invece immobile a guardarli, ripetendo, come fosse un mantra, “non morirò, hanno trovato la cura, non morirò hanno trovato la cura, non morirò hanno trovato la cura”.

Poi aprì la finestra e gridò al vento “sto arrivando” e i suoi tre amori percepirono dei suoni indistinti, confusi dal rumore del mare e dal motore di una barchetta in lontananza.

Fabrizio la vide arrivare in spiaggia barcollando, stremata e felice. Le corse incontro senza capire, anche se il primo pensiero fu che fosse in preda a una sorta di delirio finale e per un attimo il dolore gli annebbiò la vista.

Ma il sorriso di Elsa non era un sorriso folle e quando lo abbracciò gli disse tutto d’un fiato: “Ha telefonato Martini, dobbiamo tornare a Roma, e poi andare a Parigi, dove mi daranno un farmaco nuovo, che fa miracoli… Martini dice che ce la farò!”

Fabrizio s’illuminò, come lei aveva immaginato, poi scoppiò a piangere, e intanto piangeva e la baciava, la toccava, ricominciando a prendere contatto con quella donna che fino a un attimo prima aveva creduto di dover perdere, con quel corpo di cui ogni notte sognava il disfacimento, la fine prematura, svegliandosi con un’ansia che gli stritolava il petto. Adesso piangeva, e tutta quell’ansia, quell’angoscia opprimente, cominciò finalmente a sciogliersi.

I bambini non capivano cosa stesse accadendo. Sara soprattutto, li guardava disorientata e spaventata. Elsa colse quello sguardo smarrito e corse da lei sorridendo: “va tutto bene, tesoro” le sussurrò all’orecchio “andremo a Parigi a prendere delle buone medicine.”

“Guarirai?”

“Guarirò.”

“Prometti.”

“Te lo prometto.”

Elsa mantenne l’assurda promessa: mentre rileggeva quel testamento spirituale mancato guardò la spiaggia e sulla spiaggia un gruppo di ragazzi che aspettavano il tramonto stesi sulla battigia. Sara sollevò lo sguardo verso casa e vedendo sua madre affacciata la salutò con la mano e le indicò due puntini lontani nel mare: Luca e Fabrizio che tornavano dalla lunga nuotata che ogni giorno facevano insieme.

“Domani vado anch’io” pensò Elsa ricambiando il saluto a sua figlia, che aveva diciotto anni e un amore sbocciato all’inizio dell’estate.

postato da: giorgi alle ore 22:30 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 07 novembre 2004

DOPO L'ADDIO

Mamma è scivolata dal letto all'alba di ieri. Anche io, ma erano le sei di stamani. Don Saverio, il beccamorto del primo piano, ha bussato così forte da lasciarmi stordita: sogno o lancio di immondizia in cortile?
Se ti trovi in quel limbo di vita e di niente che è il dormiveglia ci può stare tutto. Voglio dire di prendere le busse a una porta per tonfo di sacchetto. A questo ho pensato al principio e perciò ho cambiato posizione, da lato finestra a verso all'ingresso. E qui mi ha preso l'altro schiaffo, una botta di palmo al gusto di scasso e condita di stizza per sonno affanculo.
Certo, se ti svegliano in quel modo dopo che tua madre ha bevuto il detersivo, e se a dare la notizia è un beccamorto, sfido Paperino a trovare di peggio. Don Saverio urlava e dava schiaffi - signurì, aprite! è morta mamma vostra - mentre io, intontita, cercavo di realizzare in ordine sparso: chi sono, dove sto e, risvolto non da meno, chi è questa madre?
Lui tutto questo lo ignorava. Con quel tonfo, e la serie dei successivi che mi ha spinta ad aprire, intendeva esternare il fritto misto dei suoi disappunti. A prescindere dal fine contingente. Le triglie le aveva servite a prima sera, all'atto di porgermi le chiavi al rientro dal mare. "Abbiamo preso la tintarella?", ha ridacchiato dall'uscio della cripta. Stamani, con quei colpi, ha spadellato gamberi calamari e pescetti, che secondo me consistono nell'essersi scassato le palle di domiciliare posta 'a chella scumbinata là ncoppa', di riceverne visita a orari strani per un uovo, un po' di prezzemolo o un dado di brodo, e soprattutto di fungere da ricettore dell'immondizia telefonica che perviene dai miei.
Questa volta la spazzatura puzzava di morte.
"Giesù", c'è rimasto, quando ho aperto. "Giesù", ha ridetto squadrandomi fino ai piedi. Ero stordita, l'ho detto, vuoi per i postumi da insolazione, vuoi per i tonfi alla porta e sia per le parole miste a quei colpi, graffianti come spine. Un confuso urtichio che stentavo a inquadrare: capriccio di veglia all'odore di monnezza o annuncio di morte al sapore di becchino?
"Ma voi dormite annuda?", ha chiesto don Saverio. E perciò, con lo sguardo tra il necroforo tirato dal letto e il maneggione di salme putrefatte, causa suo stupore, dicevo, ho dovuto convenire che sì, ero senza niente addosso, come deciso ieri sera per il caldo di questa soffitta e il disgusto- quello sì tutto mio- con il quale ho scagliato i panni per aria.
Ho aperto gli occhi, anzi uno solo, lasciando l'altro a guardia degli istinti, e preteso. "Può dirmi che cosa è successo?"
"Vestitevi", ha risposto, accennando agli stracci. Scomparso ogni tanfo di pesce. Ha solo detto 'vestitevi', a significare 'nun fa a' scema'. Una carezza affettiva nell'accingersi a spiegare.
Alle carezze, sia pure verbali, mi sento refrattaria. Riguardo alle spiegazioni ne ho rimosso l'urgenza, distratta dal groppo di rabbia e bruciore che montava tra le cosce. Ho detto ' momento', e sono corsa al semicupio, ponendomi a scavalco del vaso, col bacino a mezz'aria, e in tale postura riversato il mio succo. Che ho spremuto, torcendo la buccia a costo di urlare, il troppo che basti per lenire un dolore di tutt'altra natura: crescente, ossessivo, ancorché inebriante.
Ora, adesso che scrivo nella tana che fu mia- e che sento come estranea, come io a me stessa- solo adesso comprendo che i dottori una qualche ragione l'avranno avuta. Spremersi, spingendo a dirotto sino a farsi del male, zittirsi in quel modo per diluire una morte, e non darsi spiegazione se le vespe nella testa siano ebbre di gioia o di spasmi da lutto, sono certa, non è da normali. Specialmente se agli insetti, al ronzio maledetto, al dolore alle natiche a forza di urinare si sommano suoni, vocalizzi, fonemi che ritengo condensino nelle seguenti parole. "Ti sta bene, brutta troia".
"State bene signò?"
Le premure del becchino hanno fatto da eco, e per questo, specialmente per tale coincidenza, io non so se davvero ho pensato ciò che scrivo. In un colpo, un battito d'ali di vespa, ho rizzato le reni e sussurrato alla porta: "I vestiti". "Per piacere", ha osservato don Saverio. Ho sentito una serie di fruscii, concreti e polverosi, e poi zac, un braccio venoso mi ha porto canotta e pantaloni. Mutande e reggiseno essendomi estranei.
Il seguito, quanto accaduto dopo essermi coperta, è consistito nella sua presa d'atto di essere di fronte a un cristiano, un tronco animale provvisto di anima, nervi ed emozioni. Mi ha dunque notificato l'evento torcendosi in piroette del tipo 'guardate, ammagari non ho capito', oppure 'quando chiamano i vostri penso sempre a un errore di sbaglio del numero', e scordando di avermi già detto l'essenza del tutto vomitando alla porta ' è morta vostra madre!'.
"Volete che vi accompagno?", ha concluso a occhi bassi, in un empito di pietà alla formalina, ed esauriti i valzer di becchino al gran ballo di tutti gli schiattamorti.
Un lancio di sacchetto mi ha scossa all'azione
"Chiami un tassì", ho sussurrato.
"Sicuro che vi sentite?"
"Mai stata così bene"

(Carlo Capone)



















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categoria:lettere di addio
giovedì, 04 novembre 2004
Carissimi,
questa potrebbe essere l'ultima lettera che riesco a spedirvi telepaticamente dalla mia postazione quotidiana.
Perciò, abbiate la gentilezza di prestarmi attenzione.
tutto è cominciato grazie alla paralisi del Meccanismo delle Temperature.
quello che sta accadendo somiglia tanto ad una macchina che non parte, un brum-brum-bruuum-brrr-br-b-? che poi si spegne.
sembra il timido colpo di tosse che non evolve in bronchite e che nemmeno si sana del tutto con una dose costante di propoli (!)
Il ritardo del Grande Cambio di Stagione, quindi ci sta favorendo: siamo a novembre e negli armadi c'è ancora esposta la collezione Primavera-Estate, con qualche debole rinforzo di giubbino pesante per le serate umide.
e siamo ancor più fortunati perchè sembra che questo clima resisterà fino al mese di gennaio, che la parte di noi appartenente a questa latitudine notoriamente non conosce.
inoltre, i depressi stagionali, sensibili ai cambi di clima, sono aumentati per via del caldo che non si trasforma in freddo e questo va ancora una volta a nostro favore perchè non amano uscire e preferiscono restare in casa a nostra completa disposizione.
siamo ancora in circolazione, quindi, ciascuno ben nascosto nel proprio posto di combattimento.
Ma.
voi sapete quanto me che tutto potrebbe concludersi all'istante.
basterebbe un battito di mani o una qualunque altra soluzione di eliminazione di massa più sofisticata e personalizzata per noi.
La vita si sa è una chance per tutti, anche per noi.
non sappiamo a priori quando avrà termine.
perciò restate pronti.
per ogni evenienza vi lascio la camera in fondo a destra del quarto piano dello stabile che sapete essere la mia residenza di lusso di questi giorni: la polvere è localizzata nei posti giusti e la confusione consente di nascondersi bene.
ma state attenti.
l'inquilina è definitivamente incazzata, soprattutto da quando non la faccio dormire di notte.
(però anche a questo siamo abituati, è nella nostra natura la toccata e fuga a pancia piena)
sento in ogni caso che sta arrivando la mia ora, avendola sfiorata anche stamattina.
quindi vi saluto.
e ricordate sempre il nostro motto: ALLA FINE DEI CONTI, IL SANGUE VERSATO SARA' SEMPRE IL LORO!!!

firmato: la zanzara tigre senior di via xxx n° xx, c.a.p. 84100, Salerno

[versione 1.0 dell'originale liberamente tradotto dallo zanzarese antico e depositato nello zzz zzz zzz notturno dei tempi moderni]


























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categoria:lettere di addio
martedì, 02 novembre 2004

ecco.
non avrei mai pensato di arrivare a questo punto.
eppure, siamo giunti al momento dell'addio.
e per farlo uso lo stesso mezzo che mi hai sempre visto usare in tutti questi mesi: il pc.
già, con te non ho mai parlato direttamente.
e cosa avrei potuto dirti?
non avresti fatto altro che ascoltare in silenzio, senza poter aggiungere nulla.
eppure ci hai visto, ci hai accolto, ci hai ospitato e ci hai protetto quando ce n'era bisogno.
abbiamo riso, abbiamo urlato, abbiamo mangiato, abbiamo perfino dormito insieme.
eppure non è bastata la grinta, non è bastato il sudore della fronte per farci restare ancora insieme.
così, oggi ti scrivo.
solo due parole, solo un saluto colmo di ricordi.
ma chi poteva dirmelo? eh?
chi avrebbe potuto immaginare che alla fine mi saresti anche mancato?
adesso siamo già fuori.
aspettiamo le nuove comunicazioni e per riunirci usiamo raccoglierci nel tuo cortile.
tra le macchine parcheggiate.
dentro di te non c'è più niente di nostro.
il trasloco si è compiuto in fretta.
ora non ho più nemmeno il coraggio di entrare.
il vuoto delle stanze mi distrugge.
e così, ti saluto per sempre.
vedi, scrivo ad uno spazio, ad un luogo.
ma sei più di quello che sembra.
sei un simbolo.
luogo di lavoro di questi anni, spazio in cui ho lottato anche di notte, ultimo ufficio del mio primo impiego.
addio.



























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categoria:lettere di addio
venerdì, 22 ottobre 2004

Addio alla vita

(ma è proprio un addio?)

Addio, monti sorgenti dall’acque

Addio del passato

Addio

Les Adieux

Amore, ti lascio… eppure non riesco a dire: ti lascio. Vorrei dire addio… eppure ti guardo e ti dico: sei bella…

Ti dico ciao… e non è un addio… perché ciao è lasciarti… e ritrovarti più bella.

Sì, ciao è morire…

E vederti più bella…

Eppure è un addio

Strizzo l’occhio al passato

Ammicco al futuro

Mi vedo morire

Non è solo morire

È la morte che guarda…

La morte mi guarda, mi prende per mano.

Sussurra, accarezza, le dico: sei bella.

Ti dico sei bella. Una vita mi hai dato. Una vita ti ho dato.

Ti dico: andiamo, mi dici andiamo.

Chiama gli amici. Scrivi! Ti detto: “…addì…, l’anno corrente… è passato a miglior vita…” no, non va bene!... Ripeto! Riscrivi! Saluta gli amici. Io vado. Dove vado tu lo sai.

Anch’io so. Già stato. Tante volte. Già visto. Conosciuto. Conoscono tutti di là. Ancora un saluto. Dovrei dire addio. E non mi riesce. Ti dico: sei bella.

Buon giorno dottore! Se muoio? Sì, muoio! Sto bene! Io vado. Lei resti. No, non s’incomodi. Conosco la strada. Già vista, già fatto.

Avanti c’è luce.

Io vado, tu resta.

Tu resta tesoro.

C’è vita davanti, per questo io muoio. E sorride la vita.

Ho scritto per te parole infinite.

Un saluto, un abbraccio…

Un bacio

Uno sguardo

Noi siamo per sempre

Tu resta

Io vado

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