(...) Erano le mani di una giovane recluta del Piatilekta, di un udarnik del terzo Piano quinquiennale, di un giovane tartaro divenuto meccanico, pilota di un carro armato: ingentilite dall'antico, millenario contatto col serico mantello equino, con le criniere, i tendini, i garretti, i muscoli dei cavalli, con le redini, col morbido cuoio della sella e dei finimenti, e in pochi anni passate dal cavallo alla macchina, dal cuoio all'acciaio, dai tendini di carne ai tendini di metallo, dalle redini alle leve di comando. Eran bastati pochi anni a trasformare i giovani tartari del Don, del Volga, delle steppe dei Kirghisi, delle rive del Caspio e dell'Aral, da pastori di cavalli in operai qualificati dell'industria metallurgica dell'URSS, da cavalieri in stakanowzi delle squadre d'assalto del lavoro, da nomadi della steppa in udarniki e in spez del Piatilekta. (...) "Aveva le mani simili alle vostre" dissi. Il Principe Eugenio si guardò le mani, pareva leggermente impacciato. Eran le belle mani bianche dei Bernadotte, dalle dita pallide e sottili. E io gli dissi: "Le mani di un meccanico, di un pilota di carro armato, di un udarnik del terzo Piatilekta, non sono meno belle delle vostre. Son le stesse mani di Mozart, di Stradivarius, di Picasso, di Sauerbruch." Il Principe Eugenio sorrise, e arrossendo leggermente disse: "Je suis d'autant plus fier de mes mains".
da "Kaputt" di Curzio Malaparte









