A volte, mentre si cammina tra la vegetazione, il pensiero corre al 1480, anno in cui Akmed Pascià e i suoi uomini sbarcarono proprio lì e passarono per quegli stessi sentieri.
Spesso ci si ferma ad ascoltare le onde infrangersi sugli scogli e si pregusta la vista di un mare ricco di colori.
Sarà ancora possibile? Ci si chiede, quando finita la vegetazione, lo sguardo cade su di un’impalcatura abbandonata e su di un’inutile passerella di legno (inutile perché trenta metri più in là, il terreno si abbassa e forma naturalmente alcuni gradini che permettono un’agevole accesso). “Vogliamo la spiaggia libera” qualcuno ha scritto su di un’asse dell’impalcatura, poco sotto sbuca dalla sabbia un’enorme cisterna blu. Sono stati bruciati tratti di macchia, abbattuti alberi, allargati sentieri, rimossi scogli.
La società responsabile di tale scempio ottenne la concessione annuale per la privatizzazione di quel tratto di spiaggia direttamente dalla Regione Puglia, mentre il Comune di Otranto, unicamente responsabile del “Piano Coste Comunale”, intenzionato a concedere parte della baia alle strutture ricettive della zona, si vide costretto a rilasciare il permesso di costruire.
“E’ subito intervenuta la forestale e la questura ha provveduto al sequestro dell’area” spiega Michela Negro, dell’A.G.O. (Associazione Giovani per Otranto). “Immediatamente ci siamo mobilitati tutti. Una cosa è la concessione per un anno, ma questi sono danni permanenti”.
L’attuale ripartizione della costa di Otranto prevede il 60% di spiagge libere (essenzialmente scogli) e 40% di privatizzabili (sabbiose). “L’Amministrazione comunale è con noi” continua Michela Negro “era presente alle numerose manifestazioni e al sit-in del 6 maggio scorso. Abbiamo chiesto loro una modifica nella ripartizione del piano coste, che ci hanno promesso”.
La popolazione di Otranto e le numerose associazioni chiedono infatti che le percentuali vengano applicate separatamente a scogli e sabbia, in modo da garantire un’equa distribuzione. Nel frattempo una petizione di oltre 1.500 firme raccolte in due giorni è stata presentata al Consiglio Regionale e si aspetta una sentenza del TAR.
Curare questo tratto di costa, difenderla e pretenderne il rispetto è un atteggiamento responsabile nei confronti di uno stile di vita e di turismo che vorrebbe al primo posto il facile profitto, offrendo false necessità a persone sempre più lontane dalla realtà della natura.









