Che sorge dalla nebbia, fantasma alto-medievale
Nella luce petrosa di altri secoli
Scolpiti dal labora benedettino
Su per il serpentino del monte, oltre i lastroni di roccia
A tentare un passaggio di Eden, fino a una spada di arcangelo
Scintillante nel cielo ermitale
- a l’ha campà giù ‘l diao – sopra la valle
fragorosa di Tir, densa di scarichi
sul fiume dimenticato dall’antico ghiacciaio,
Dora senza più ora, Riparia che non ripari,
va nen a bèivi, Gioanìn, ché l’eva
l’è tuta anvelenà, dov’era l’ampolla
che dissetava l’avido pellegrino
cambiando il vino in acqua – fitque merum
di capovolta eucaristia, e la carne
arrivò a farsi Verbo, a solis ortu
usque ad occasum, verso i contrafforti
dell’ultimo occidente, dove Iohannis vincens
pregava nella notte, confortato
dal messaggero di altri Paradisi,
e il nobile alverniate – a n’avia fane
pi che re Carlo ‘n Fransa – risaliva
a questuare indulgenze, inginocchiato
davanti al santo montanaro, supplice
con la bella Isengarda – Omnipotenti
et Michaëli et Petro et Paulo et
- n’a j’era da preghé – maxima culpa
“e per tua penitenza”, a l’è tocaje
ëd tiré su la cesa, bâtiment
vertigineux sur le rocher, impossibile
pour les macons – l’avio rason – possible,
pietra su pietra, solo ai cori angelici
ignorati ai caselli autostradali
dove un torbido Gloria esce dalle trombe
insofferenti dell’attesa, diapason
di stravolti alleluia – e da quassù,
dice la guida, l’Alda tentò il volo
per salvare l’onore – Signor, giutme! –
dai soldati pronti a ghermirla, “’n sàut
ëd setsènt méter", "parla pa !" e planò
virginitate intacta – "nen na piega” –
trattenuta dagli angeli, sul punto
dove oggi muore l’erba, soffocata
da altri invasori – e non discende l’ala
di nessuna pietà celeste, “a torno
a foré la montagna, giù, sot tèra”,
quanti metri in profondità? “che dzora
l’è già tut un përtus” – ma nisi Dominus
aedificavit domus, come dice
- chi ricorda il suo nome? – Quel che edifica
dimenticato dal mondo, nella memoria del cielo,
mentre il dicembre corre di neve in neve,
sui monti di Re Cozio, irrangiungibili
da trivelle e bulldozers, sempiterni
guardiani della valle.
di Giorgio Calcagno









