La Nave Fantasma: tra teatro e realtà.
Abbiamo issato la paranza e l'abbiamo aperta sul ponte. In mezzo al mucchio del pescato c'era il corpo ancora intatto di un uomo scuro di carnagione sui 25-30 anni. La pelle era in parte mangiata dai pesci. Gli altri che erano a bordo sono scappati a prua per non vedere. Prima di ributtarlo in mare non ho potuto fare a meno di notare che quel poveretto portava al dito un anello dorato con una piccola pietra rossa a forma di piramide.
Ho tirato via quel cadavere dal mucchio, mi faceva pena ed orrore. La vista di quell'anello mi ha fatto pensare alla sua vita, ai suoi familiari. Ti vengono in mente mille cose in momenti così. Poi ci ragioni e ti rendi conto che era un clandestino, che veniva da molto lontano, che è molto difficile, se non impossibile, rintracciare i parenti. E poi non c'è più niente da fare: è morto. E ti ricordi di quel collega che ha fatto il suo dovere, ha portato un cadavere a riva, ed è stato bloccato in porto dalla burocrazia: giorni e giorni di lavoro perduti tra verbali e interrogatori. L'ho sollevato per avvicinarlo al parapetto e buttarlo giù, come avevano già fatto gli altri, come abbiamo continuato a fare per un altro mese e mezzo noi di Portopalo, fino a che abbiamo smesso di trovare nelle reti cadaveri interi o pezzi di cadavere.
Ho fatto un passo con quel corpo in braccio. Ho sentito un tonfo. Il collo non aveva retto il peso della testa. Forse perchè era in mare già da una settimana, forse perchè i divaricatori dello strascico l'avevano in parte decapitato. Ho chiuso gli occhi, l'ho scaraventato in acqua, poi, con gli occhi sempre chiusi, ho preso una pala, ho raccolto la testa e ho lanciato anche quella in mare. Avevo i brividi, per un po' non sono riuscito a guardare verso quel punto. Ho aperto la pompa e ho inondato il ponte. Il getto ha aperto il mucchio e molti pesci, anche pregiati, sono finiti in acqua. Era il 3 o 4 gennaio del 1997.
Questa è la testimonianza di un pescatore di Portopalo riportata su Repubblica nel giugno 2001. E' la testimonianza di una tragedia che può essere considerata la più grande tragedia navale avvenuta nel Mediterraneo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una tragedia immolata nel silenzio della stampa e nel fragore di un mare in tempesta che ha inghiottito 283 vite, uomini, donne, bambini. Il mare spietato non ha lasciato scampo, ma l'omertà e l'indifferenza hanno impedito a madri e mogli e figli di trovare conforto in una preghiera sulla tomba dei loro cari.
"Se il mare fosse un libro, alcune pagine sarebbero bianche, cancellate dalla vergogna. Non si leggerebbe nessuna storia, ma si intuirebbe qualche tragedia come quella avvenuta la notte del 26 dicembre", la Vergogna degli abissi, come è stata definita dal giornalista Tahar Ben Jelloun. Gli abissi sono nel mare tra la Sicilia e Malta, dove è affondato un battello carico di immigrati provenienti dall'India, dal Pakistan e dallo Sri Lanka. Le vittime furono 283. Nonostante le precise testimonianze dei superstiti i mass media, ecceto rare eccezioni (Manifesto, Narcomafie), non se ne occuparono e le autorità si mostrarono da subito molto scettiche, tanto che si attribuì tutto ad una fantasiosa storia di pescatori.
Ma i pescatori di cadaveri ne avevano recuperati per davvero, a decine, nelle loro reti, e sitematicamente ributtati in mare. In fondo, si trattava solo di clandestini, poveracci che inseguivano illegalmente vaghi e costosi miraggi, e poi... erano già morti. Chissà forse sono gli stessi pensieri che hanno sfiorato la mente di chi doveva fare qualcosa e non l'ha fatto, di chi testimonia quello che l'uomo è capace di fare all'uomo.
L'indifferenza, il peggiore dei mali.
Solo cinque anni dopo, con un reportage reso possibile dalla testimonianza di un pescatore di Portopalo, il quotidiano "La Repubblica", attraverso un'inchiesta del giornalista Giovanni Maria Bellu, è riuscito ad individuare il relitto in fondo al mare e a filmare i resti dei corpi che ancora oggi lo circondano. Nel giugno 2001 le immagini della nave fantasma furono trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo. Ma, nonostante l'appello di quattro premi Nobel italiani (Renato Dulbecco, Dario Fo, Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia) e alcune interpellanze parlamentari, dopo sette anni ancora nulla è stato fatto "per recuperare il relitto e i corpi delle vittime, restituire loro dignità, e riconsegnare questo episodio alla storia senza menzogne ed omertà".
La Nave Fantasma oggi è un'opera teatrale scritta, per non dimenticare, da Renato Sarti ed interpretata da Renato Sarti e Bebo Storti. Un'opera di un'ironia dissacrante, a tratti cinica; un'opera cruda, profonda, dettagliata, che ti entra nel cuore come una risata e ne esce come una spada tagliente e affilata; uno spettacolo esilarante e commovente, quello che Maria Grazia Gregori (l'Unità) ha definito un cabaret tragico.
Da non perdere.