Certe volte... in certi giorni capitava che ripensassi a quello che avrei potuto fare quando sui banchi di scuola guardavo assorta le giornate assolate di primavera ad ascoltare monologhi, perlopiù insignificanti, di professori troppo presi da loro stessi per accorgersi della nostra presenza.
Ero giovane, mi sentivo forte e debole allo stesso tempo, dipingevo il mio futuro con i colori e con i concetti che conoscevo che a ripensarci mi sembravano più sensati di quelli di oggi.
I miei disegni... i miei progetti erano nitidi, forse un po' goffi e senza contorni, non avevano sovrastrutture e non vi erano nel loro essere ombre di sorta. Quadri naif.
Ero sicura fino a quando rimanevo sola ma tutta la mia personalità cominciava a scricchiolare quando mi confrontavo con gli altri. Mi sembravano opere di Rembrant, di Cezanne mentre io mi sentivo soltanto uno scarabocchio buttato lì per caso, magari con una mano impegnata al telefono.
Eppure quando mi sedevo davanti a un foglio, disegnavo facce, persone sagge che mi guardavano con benevolenza, mi appoggiavo alle immagini di adulti che non avevo.
Per quello che mi riguardava ogni compagno di scuola poteva essere un personaggio di un film tranne che io. Vediamo, ero figlia di separati, con qualche chiletto in più, io e mio padre ci volevamo bene ma mio padre non si comportava bene con mia madre, mia madre usava me per colpire mio padre e sentendosi impotente di fronte a tanta sventura si sconvolse a tal punto che non riuscì più ad alzarsi dal letto.
Così mentre i miei compagni passavano le serate in feste di compleanno e capodanni, io, stavo accanto a lei, nel letto della disperazione, con i libri di scuola tra le gambe coperte dalle lenzuola bianche a tranquillizzare le notti turbate di mia madre. A volte la guardavo mentre dormiva e mi accorgevo da sotto le coperte del suo battito cardiaco, un sonno che sembrava più di una corsa affannata verso un passato incancellabile che un riposo vero e proprio.
Succedeva che alcune mattine uscivo di casa senza che nessuno se ne accorgesse, le serrande rimanevano abbassate fino a tarda ora e anche se poi c'era qualcuno che le alzava non si vedevano attività di sorta. In tutto questo clima buio, la vita scorreva nella mia memoria felice, un po' svitata, sicuramente sregolata. L'ultima ora di buio dopo una notte di pazzie, di risse e di scelte incoscienti, un buio però che richiamava un mattino, un inizio di laboriosa routine alla quale noi non avremmo partecipato. (...)